Ypsigrock 2026: l’arte di mettere ogni cosa al posto giusto

Dal 6 al 9 agosto Castelbuono ha ospitato la ventinovesima edizione di Ypsigrock, con i Cani, Black Country, New Road, Dry Cleaning, Chet Faker e molti altri protagonisti di un festival costruito sull’incontro tra musica, luoghi e pubblico
11 Agosto 2026

La domanda che si sente più spesso per le strade di Castelbuono non è «chi vuoi vedere stasera?», ma «quante volte sei già venuto a Ypsigrock?». Per un neofita la sensazione è quella di entrare in un incastro che esiste da tempo e che sembra funzionare senza bisogno di forzature. Il festival porta persone da tutta Italia e da diversi paesi europei, ma per quattro giorni finisce per inserirsi dentro i ritmi del paese senza cancellarli.

Tutti sembrano conoscere già il meccanismo: le strade, i bar, le persone. Dopo quattro giorni inizi anche tu a muoverti con naturalezza, quasi fossi entrato a far parte della storia. Gli abitanti danno indicazioni, aiutano a parcheggiare, consigliano dove mangiare; le navette fanno incessantemente su e giù per vie minuscole, chi scende dal campeggio offre un passaggio a chi deve risalire, informazioni e consigli circolano con la stessa facilità delle persone.

Gli artisti ricompaiono nei vicoli poche ore dopo essere scesi dal palco, seduti negli stessi piccoli bar e ristoranti frequentati dal pubblico. Ci si chiama per nome, ci si saluta, ci si riconosce. Prende forma così una convivenza temporanea, fatta di prossimità e gesti spontanei, che vista da fuori sembra quasi troppo armoniosa per non essere stata organizzata. È probabilmente questa la conquista più difficile di Ypsigrock, avere trasformato nel tempo la curiosità in un’abitudine pur continuando a proporre musica tutt’altro che accomodante.

Dal 6 al 9 agosto è andata in scena la ventinovesima edizione, l’ultima prima del trentennale. Continua a valere anche la «Ypsi Once», la regola che permette a ogni progetto di esibirsi una sola volta nella storia del festival. Più che una trovata per rendere esclusiva la line up, qui sembra assumere un significato coerente con tutto il resto. Persone, concerti e luoghi devono incontrarsi in un momento preciso, sapendo che quella combinazione non potrà ripetersi allo stesso modo. Sul castello, dentro l’immaginario colorato creato quest’anno da Joanna Gniady, compare una frase che torna continuamente in mente durante i quattro giorni: «il futuro è già nostalgia».

Per i Cani quella prima volta forse doveva arrivare proprio adesso. Il concerto parte con tre brani di Post Mortem ed è uno dei rari casi in cui le nuove canzoni vengono accolte con la stessa veemenza di quelle che accompagnano il pubblico da più di dieci anni. Niccolò Contessa cuce le diverse fasi del progetto con una naturalezza impressionante e Piazza Castello conosce praticamente ogni parola. Più che un ritorno nostalgico è la misura di quanto quel linguaggio sia riuscito a rimanere vivo mentre cambiavano sia chi lo scriveva sia chi lo ascoltava.

Quella nostalgia, però, è soltanto una delle forme possibili di questi quattro giorni. Nei giorni successivi, musica e forme mutano continuamente tra gli artisti e tra gli stage. I Friko danno l’impressione di avere qualcosa in più della semplice promessa. Hanno la capacità di vivere le proprie canzoni con un’intensità che fa pensare a una band che potremmo riguardare tra qualche anno chiedendoci quando sia iniziato tutto, magari tornando proprio a quel finale con la voce rotta e spezzata di Niko Kapetan.

I Wednesday lavorano invece continuamente per contrasti. Karly Hartzman sale sul palco, osserva Piazza Castello e lascia uscire un divertito «This place is crazy». Durante Elderberry Wine continua a sorridere vedendo la risposta della piazza, mentre in Wasp passa nel giro di pochi minuti da una presenza quasi dolce a un cantato molto più aggressivo e ruvido.

In fondo buona parte dei live più riusciti di questa edizione sembra funzionare così, rifiutando di stare dentro un’unica forma. I Dry Cleaning lo fanno attraverso la distanza quasi straniante tra Florence Shaw, impassibile al centro del palco, e chitarre che attorno a lei diventano sempre più larghe e stratificate, fino a sfiorare territori shoegaze. Lo spoken word rimane il centro gravitazionale del progetto, ma il nuovo materiale ha allargato ulteriormente la formula, portando nel concerto generi ed elementi nuovi. Secret Love, prodotto da Cate Le Bon, crea anche uno dei tanti collegamenti invisibili dentro una line up in cui gli artisti sembrano continuamente parlarsi a distanza. Entrambe, nel corso delle rispettive performance, hanno espresso grande apprezzamento per il festival e per la piazza, definendo la location una delle più suggestive e memorabili in cui si siano mai esibite.

Con Chet Faker lo spostamento avviene invece dentro le canzoni. Nick Murphy interagisce meno con il luogo e resta più dentro il proprio show, ma la distanza non diventa freddezza. Drop the Game assume una forma molto più rock, con batteria e chitarra più ruvide, mentre No Diggity si alleggerisce e diventa più languida. I brani vengono modificati senza perdere quel colore della voce che continua a essere il vero centro del progetto.

Se quello di Chet Faker è uno spettacolo costruito sul controllo, con i The Antlers il centro si sposta sull’abbandono emotivo. Il loro modo di suonare e interpretare le canzoni è talmente evocativo che ogni brano sembra poter diventare la colonna sonora di un film o di un ricordo mai vissuto. Il rapporto tra chitarra e batteria costruisce continuamente immagini, lasciando spazio a momenti più rarefatti e malinconici.

A chiudere i quattro giorni arrivano i Black Country, New Road. Dopo l’uscita di Isaac Wood nel 2022 il gruppo ha scelto non soltanto di continuare, ma di cambiare completamente il proprio equilibrio, redistribuendo voce e scrittura tra Tyler Hyde, Georgia Ellery e May Kershaw. Con Forever Howlong quella trasformazione è arrivata definitivamente in studio, ma è dal vivo che il nuovo funzionamento della band diventa ancora più evidente.

Flauti, violini, fisarmoniche, chitarre e tastiere entrano ed escono dagli arrangiamenti, le parti cambiano mano, le voci si alternano e ogni canzone sembra svelare una sfumatura che quella precedente non aveva. May Kershaw alla tastiera ha qualcosa di quasi mistico, ma ridurre il concerto a una singola figura significherebbe tradirne il funzionamento. È proprio l’assenza di un centro permanente a rendere oggi i Black Country, New Road così affascinanti. Più si prova a capirli, incasellarli e assorbirli, più scivolano verso strade musicali nuove.

A Ypsigrock la gerarchia tra palco principale e spazi “secondari” si sfalda continuamente e alcuni dei momenti più memorabili arrivano proprio lontano dal castello. Quello dei Gans nel chiostro di San Francesco è uno dei concerti che spiegano meglio Ypsigrock. Un piccolo chiostro siciliano in un pomeriggio caldo sembra poter accogliere qualsiasi cosa tranne un live post punk di questo tipo. Dopo pochi minuti diventa difficile immaginarlo in un posto diverso.

Il loro suono è viscerale, di pancia, figlio di quella scuola britannica ruvida che nelle registrazioni si intuisce ma che dal vivo assume tutt’altra dimensione. Good For The Soul, prodotto da Ross Orton – già al lavoro con Arctic Monkeys e Amyl and the Sniffers – porta con sé tutta quella fisicità che trova una esplosione nel chiostro di San Francesco. Nel finale il confine tra palco e pubblico praticamente scompare, tutti salgono sul palco insieme alla band e per qualche secondo sembra davvero che possa cedere. Nei giorni successivi basta nominare i Gans per iniziare una conversazione con qualcuno.

E il meccanismo si ripete ancora più lontano dal castello, nel campeggio immerso nel bosco, l’ultimo dei tre palchi del festival. I Karakaz riescono a portare il pubblico dal primo caffè della giornata a un pogo sotto palco nel giro di pochi minuti. Più che la semplice potenza, a colpire è quanto il loro suono sembri già avere un’identità precisa, capace dal vivo di emergere con ancora maggiore forza.

Poco più tardi Julie Rains utilizza lo stesso spazio per costruire qualcosa di completamente differente attraverso pad, synth ed elementi sonori che passano dal jazz all’elettronica con naturalezza. Ci si ritrova a ballare su una base in quattro quarti e pochi minuti dopo fermi ad ascoltarla cantare in una dimensione quasi malinconica. Anche i Sunday, June trovano nel palco del camping lo spazio adatto per portare un sound caldo e delicato ma mai stucchevole. Ogni canzone ha una melodia precisa che ti trascina e ti accompagna con sorprendente immediatezza.

Forse è proprio questo continuo cambio di coordinate a lasciare il segno più forte. A Ypsigrock i generi musicali, le fasce orarie, i grandi nomi e gli emergenti, i suoni malinconici e quelli aggressivi non vengono semplicemente messi uno accanto all’altro. Si mischiano e arrivano spesso quando meno te li aspetti.

Durante uno dei dj set notturni Fabio Nirta mette Everything in Its Right Place dei Radiohead. Per qualche minuto sembra una definizione involontaria di quello che è successo nei quattro giorni. Si poga all’ora di pranzo, il post punk invade un piccolo chiostro, l’elettronica prende forma in un campeggio nel bosco, poi arrivano i The Antlers e ci si ritrova quasi in lacrime, prima di tornare a pogare con i Deki Alem in stile Prodigy e finire tutto con All I Want for Christmas Is You in un ballo generale. Il 9 agosto.

Ogni volta che un artista, un luogo o una canzone sembrano fuori posto basta aspettare qualche minuto. Alla fine sono quasi sempre esattamente dove dovrebbero essere, e anche chi ascolta si ritrova disposto a cambiare quello che pensava di volere. Così anche la domanda iniziale, «quante volte sei venuto?», assume un significato diverso. Non serve soltanto a distinguere i veterani dai neofiti. Dopo quattro giorni diventa il modo più semplice per capire perché a Castelbuono tutti parlino già della prossima volta.