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Willie Peyote insegna: la musica è politica e collettività

Willie Peyote trasforma la sesta serata del Flowers Festival in un ritrovo collettivo di musica impegnata, ma non per questo impegnativa. Supportati da musicisti incredibili, i suoi testi accendono la consapevolezza politica nel pubblico; senza dimenticarsi di ballare e saltare sudati, in un ventaglio esplosivo di generi musicali perfettamente governati


Ci eravamo lasciati con la recensione dell’ultimo album di Willie PeyoteSulla riva del fiume – e, come promesso, eccoci sotto palco per la sesta serata del Flowers Festival. La Lavanderia a Vapore di Collegno questa sera è sovrastata da un cielo sgombro di nuvole e un delicato vento fresco, che regalano il clima perfetto al festival estivo prodotto dall’istituzione musicale che è, ormai da tempo, l’Hiroshima Mon Amour.

L’evento è suddiviso in due momenti fin troppo distinti: la scelta di far aprire a Rose Villain il concerto di Willie Peyote è di singolare originalità e forse non del tutto ottimale. La discrepanza principale riguarda la tipologia di pubblico attratta dai due approcci differenti alla musica e alle tematiche socio-politiche; l’età media durante il primo concerto è nettamente più bassa e alcuni sostenitori del rapper sabaudo paiono come pesci fuor d’acqua, mentre osservano distaccati l’entusiasmo della fanbase di Villain. Anche il virtual sound-check non sembra aver giovato al risultato finale delle performance: il suono della band manca di uno spettro di frequenze che le renderebbero più efficaci; così come l’utilizzo di voci registrate per le canzoni in featuring – come Stan, con Ernia, e Michelle Pfeiffer, con Tony F – che stridono in una serata all’insegna del live music. L’energia di Rosa Luini – il vero nome della cantautrice – riesce comunque a ingaggiare il parterre e, presentando vecchie hit e nuovi pezzi dell’ultimo album RADIO SAKURA, riscalda la serata divertendosi e divertendo. Passando da tormentoni estivi a canzoni più introspettive come Brutti Pensieri, per concludere con la sanremese Click Boom.

Durante il cambio palco avviene anche il naturale ricambio di pubblico, che vede il Parco della Certosa gremirsi di persone in trepidante attesa di Guglielmo Bruno e del suo gruppo di straordinari musicisti. È d’obbligo presentarli uno per uno: Daniel Bestonzo alle tastiere e alla “direzione d’orchestra”; Dario Panza alla batteria; Luca Romeo, il “bassista sabaudo”; Damir Nefat alla chitarra elettrica; il fenomenale Enrico Allavena – o Belinskij – al trombone; e una new entry: Lorenzo Pagni – in arte Pugni – in supporto alle voci. Il cocktail artistico è esplosivo sia sulla carta che, lo scopriremo a breve, sul palco.

È proprio con i cori di Pugni che si apre il concerto, sulle melodie funky di Cosa te ne fai. La qualità sonora è da subito evidente, la sezione ritmica risuona nelle viscere e le linee melodiche rapiscono il pubblico, veicolando a ogni canzone il messaggio dell’autore. Tocca rassicurare da subito Willie che, presentando il suo collega, dice autoironico: «Almeno sul palco c’è uno che sa cantare!». Non è importante la voce, quando i testi sono lame affilate che viaggiano su una musica impegnata, ma non per questo impegnativa.

La title track dell’ultimo EP è il pezzo successivo e trascina in un mood malinconico, che lascia il passo a quello danzereccio di Quando nessuno ti vede «Dove oltre alla testa potete muovere il culo» – a metà tra la citazione di Perfetti Sconosciuti di Genovese e un murales in Corso Principe Oddone. Seguono tre brani che hanno in comune una visione analitica verso le scelte passate: Willie Pooh, Metti che domani e Narciso. Da segnalare, in quest’ultimo, un assolo di trombone da godersi con gli occhi chiusi.

I live di Willie Peyote non possono che rappresentare per lui l’occasione di esprimere le proprie idee. In una deriva politica sempre più preoccupante. Questo è il vero potere di un artista come lui, che va preservato come una specie in via d’estinzione. «È molto più facile prendersela con i tifosi, mentre componenti del governo si vestono da nazisti e non succede un cazzo» incalza, smorzando poi con un kafkiano aneddoto in merito al prossimo pezzo: Frecciarossa – a quanto pare, Trenitalia si è rivelata più permalosa del previsto –.

Come nel videoclip ufficiale di Piani – diretto da Stefano Carena, che abbiamo intervistato qui – ci si lancia tutti e tutte in un ballo collettivo. Nuovamente, il contributo vocale di Pugni è fondamentale, che si unisce alle ritmiche soul accompagnato da un tamburello. È proprio da questo momento che ci si trasferisce in un jazz club di New Orleans – e le quattro palle a specchi che riflettono le luci creano l’atmosfera perfetta –; Buon auspicio viene dedicata a Gipo della Bandakadabra e Giusto la metà di me viene eseguita per la prima volta live. Il pubblico è totalmente immerso in questo mood jazzy.

I riff chitarristici di Damir Nefat colorano metaforicamente Porta Palazzo e fanno da tramite per l’iconica I Cani, toccando nel passaggio Do I Wanna Know in omaggio agli Arctic Monkeys. Non sarà l’unica citazione anglofona dello spettacolo: Blue World di Mac Miller e Backstreet’s Back dei Backstreet Boys rappresentano due facce dello show: funky e scanzonato, con arrangiamenti che hanno dell’incredibile!

Poi, arriva il momento della terza faccia di Willie Peyote: «Una compilation di vaffanculo rap degli inizi». Con Oscar Carogna, Friggi le polpette nella merda e Io non sono razzista ma… i toni si fanno più accesi, per sfociare nella canzone di denuncia più attuale di tutte; dall’emblematico nome Giorgia nel Paese che si meraviglia. Riferendosi alla preoccupante inchiesta di Fanpage.it, esprime le sue paure; non tanto in merito alla premier, quanto al giustificare – o sminuire – la pericolosa nostalgia verso un’attività illegale in questo Paese: l’apologia del fascismo. Tornando più leggeri, in quanti hanno notato la citazione a Little Tony nell’intro di basso?

Avviandoci verso la fine del concerto ci viene proposta una Aglio e olio – no, non letteralmente –, per fortuna senza l’impiego di voce registrata per la parte di Fulminacci; e Le chiavi in borsa, un pezzo reggae e sognante che a detta dell’artista avrebbe funzionato bene in spagnolo. I tre pezzi successivi sono senza dubbio le hit del suo repertorio: Ottima scusa, La tua futura ex moglie e C’era una Vodka. Non manca l’interazione con una coppia nel pubblico che, contrariamente a quanto pronosticato da lui, si stanno per sposare dopo essersi conosciuti su Tinder.

Come ultimo pezzo – anche se ancora ci si chiede il perché della pratica di scendere dal palco per poi risalire per l’ormai canonico bis – si butta sulla “truzza” La locura, che Willie dedica a due zone di Torino molto care alla nostra redazione: Nichelino e Falchera. Sindrome di Tôret, Semaforo e Che bella giornata concludono ufficialmente un concerto curato con grande maestria.

Il parco si svuota, ma l’energia aleggia ancora per una buona mezz’ora. Si coglie l’occasione per ascoltare il nuovo singolo estivo Bloody Mary, che vede Willie Peyote duettare proprio con Pugni, sotto la produzione di Fudasca. Che dire di altro? Le aspettative non sono state per nulla disattese, il progetto si conferma essere uno dei migliori della scena in ottica di live, grazie alla volontà di fare un lavoro collettivo tra professionisti. Ora, l’attesa è per la seconda parte dell’EP che concluderà la Trilogia Sabauda.

 

foto di Natalia Menotti

Mattia Macrì

Creativo. Cantautore. Storyteller. Neurodivergente. Scrivere fa parte di me sin dall’infanzia, in forma di prosa o in forma di canzone. Credo fortemente nella definizione di un grande conoscitore della mente: “Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico” (S. Freud). Amo la grafica, il video-editing, la fotografia e qualsiasi tipologia di performance artistica. Il motivo per il quale scelsi di studiare Chimica Industriale spesso ancora mi sfugge.

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