Ultimo e il cortocircuito del mercato musicale

Il folle day after dello storico concerto di Ultimo svela un’ipocrisia diffusa. Senza major, duetti a tavolino o scorciatoie, il cantautore riempie gli spazi grazie a una comunità reale. Eppure chi lo critica preferisce il tifo da stadio all'analisi di un modello alternativo
8 Luglio 2026

La reazione dei media di fronte al monumentale concerto di Ultimo a Tor Vergata dimostra ancora una volta come il dibattito sulla musica in Italia sia ormai ridotto a un nervoso tifo da stadio, dove l’appartenenza a una fazione è la cosa più importante. È evidente come Niccolò Moriconi presenti enormi limiti stilistici: le composizioni sono prevedibili, la gamma emotiva è ristretta, la continua retorica del riscatto suona fastidiosa e la resa dal vivo, per quanto monumentale nelle dimensioni del palco da centoquaranta metri, risulta essenziale e priva di alcun tipo di innovazione formale. Peraltro l’artista non fa nulla per apparire simpatico e si vocifera di alcune amicizie nebulose, ma sotto gli aspetti puramente musicali il cantautore romano non si posiziona, in ogni caso, al di sotto di tanti altri artisti del panorama mainstream italiano il cui successo è assai più artificioso. Ci torneremo. 

Fatta questa doverosa premessa, il disprezzo estetico per un genere musicale non può e non deve giustificare l’ipocrisia di un intero sistema. Ci sono alcuni punti che è importante fissare: negli ultimi anni abbiamo giustamente criticato l’industria discografica che gonfiava sistematicamente i numeri. Questa pratica, basata su metriche di streaming a dir poco fumose, ha reso il concetto di sold-out una formula di marketing, quasi svuotata di significato. È importante specificare come le critiche fossero ristrette alle pagine dei media indipendenti, mentre i quotidiani nazionali – gli stessi che hanno attaccato frontalmente Ultimo – non avevano evidentemente alcun interesse a scrivere che Elodie e Gazzelle hanno riempito mezzo San Siro con oltre il cinquanta per cento di biglietti regalati.

Quando arriva un artista che riempie uno spazio immenso e complesso come Tor Vergata con duecentocinquantamila paganti reali, disposti a sfidare il caldo e i disagi logistici pur di esserci, la reazione si sposta immediatamente sull’antropologia del pubblico, liquidato come una massa informe e priva di gusto.

Il secondo grande cortocircuito riguarda il posizionamento nel mercato di Ultimo. Da anni osserviamo la perdita di biodiversità nella musica italiana, lamentando come le major discografiche impongano modelli standardizzati basati sulla massimizzazione degli streaming, collaborazioni forzate tra artisti e brani scritti dagli stessi team di autori.

Ultimo è indipendente da anni. Dopo il fortunato esordio con l’etichetta Honiro, ha scelto di fondare, nel 2020, la Ultimo Records, attraverso la quale gestisce la propria carriera da outsider rispetto ai grandi agglomerati industriali. I suoi dischi, da Solo del 2021 fino all’ultimo album Il giorno che aspettavo del 2026, hanno debuttato costantemente al vertice delle classifiche FIMI e ottenuto decine di certificazioni platino senza ricorrere a nessuna delle scorciatoie industriali oggi dominanti. Non ci sono duetti studiati a tavolino per unire pubblici diversi, non ci sono i tormentoni estivi prodotti in serie per le radio, tutti i brani sono scritti esclusivamente da lui. Non è esattamente ciò che vorremmo dai nostri artisti preferiti? 
Eppure, questa scelta radicale che dovrebbe essere celebrata – se non come una vittoria dell’autodeterminazione, quantomeno come la prova che sì, un modello alternativo esiste – nel suo caso viene ignorata o sminuita.

A livello puramente numerico, Ultimo è un vero e proprio glitch. Se analizziamo freddamente i dati delle piattaforme di streaming, i suoi ascolti sono sovrapponibili a quelli di artisti mainstream di medio-alto livello come Irama o Tananai. Anzi, se paragonato ai veri giganti dello streaming italiano – come i pesi massimi della trap, con Geolier in testa, o del pop come i Pinguini Tattici Nucleari – il cantautore romano resulta nettamente indietro. Secondo una logica puramente matematica, Ultimo dovrebbe essere un artista da palazzetti o, al massimo, da tripla data nei Forum. Invece, a soli trent’anni, Moriconi vanta un bottino di quarantadue date negli stadi e ha appena polverizzato il record vendendo duecentocinquantamila biglietti per l’evento di Tor Vergata. Prendendo in prestito la terminologia dal digital marketing, il conversion rate fra ascolto passivo e partecipazione attiva è il vero fulcro del fenomeno, ma è anche l’argomento più censurato dal dibattito.

Si tratta di un fenomeno molto complesso da spiegare, ma possiamo con una discreta certezza risalire alla sua origine: il suo rapporto conflittuale con i media, inaugurato con la celebre conferenza stampa di Sanremo 2019. Questo strappo non si è mai ricucito. Nel 2023, quando Ultimo torna a Sanremo dimostrandosi pacifico e disponibile con i media, la proclamazione del suo quarto posto viene accolta dai giornalisti in sala stampa con un’esultanza becera, cori offensivi e gesti dell’ombrello che fanno il giro della rete. Da quel momento, l’artista opta per un blackout mediatico totale: nessuna intervista concessa alle testate tradizionali, nessun invito alla stampa per presentare dischi o tour. Non aver cercato la sponda della stampa lo ha portato a sfidarla, forte dei propri numeri, e a cercare il contatto diretto con la gente. Il tour negli stadi annunciato da Ultimo per il 2027 conferma che il legame tra l’artista e la sua sterminata comunità non è un fuoco di paglia destinato a spegnersi. 

In mancanza di altre argomentazioni resta una sola arma: sminuire sociologicamente l’evento, ricorrendo ai grandi classici: «Non c’è più la musica di un tempo, oggi ai concerti ci si va solo per apparire, per fare la storia su Instagram e dire “io c’ero”». Quest’ultimo punto è l’unico indiscutibilmente corretto, ma viene posto con un’accezione negativa. Continuare a sostenere che duecentocinquantamila persone si rechino a un concerto solo per apparire sui social significa ignorare la natura stessa della musica popolare, che da sempre si fonda sulla condivisione fisica e sulla creazione di comunità. Liquidare un artista totalmente indipendente, che ha costruito il proprio successo al di fuori dei canali delle major e nel continuo contrasto con i media tradizionali, come un semplice prodotto di consumo o un fenomeno di marketing è una falsità smentita dai fatti e dai numeri.

Venendo all’evento in sé, ci sono alcuni aspetti organizzativi che è importante rimarcare: in via del tutto eccezionale rispetto alla triste normalità dei grandi eventi, era possibile portare con sé bottiglie con il tappo (!), borracce, panini, toast, frutta e via scorrendo. Anche in questo caso la narrazione unica per cui non è possibile introdurre acqua e cibo ai grandi eventi viene smontata. Sappiamo bene che certe scelte sono in mano alle prefetture, ma è altrettanto chiaro che se non viene mai fatta richiesta non verranno concesse deroghe. Per gli organizzatori questa situazione rappresenta un win-win: la colpa ricade sulle “leggi” e c’è la possibilità di spremere i fan massimizzando il profitto. È infatti evidente come la scelta di permettere alle persone di portare con sé acqua e cibo abbia gioco forza lasciato meno soldi in tasca all’organizzatore, cioè Ultimo

È importante ricordare come, nel dibattito – ammesso ce ne sia uno – sullo stato della musica live, non si sottolinei mai un concetto fondamentale: gli artisti, soprattutto quelli con le spalle larghe, hanno il potere di migliorare la nostra esperienza e condizione di fan. O sarebbe più corretto usare il condizionale: potrebbero. Se non abbiamo mai sentito i nostri artisti preferiti nemmeno a parole esprimersi sulla questione, facciamoci delle domande.

Il concerto sembra essersi svolto per il meglio, nonostante acustica e visibilità, al netto dei diciotto maxischermi, non fossero ottimali per tutti i duecentocinquantamila spettatori. Sarebbe ipocrita pretendere il contrario, abituati a situazioni del genere anche in condizioni standard (leggasi Ippodromo). I veri disagi si sono verificati all’uscita, con un deflusso lungo e complesso, principalmente imputabile alle spinte e alla maleducazione, non certo all’organizzazione che ha fatto del proprio meglio. Si tratta di dinamiche purtroppo complesse da gestire; chi ha voglia di guardare il documentario sui due storici concerti degli Oasis tenutisi a Knebworth nel 1996 scoprirà che è andata anche peggio. Non è mai stato però un tema utilizzato per screditare gli artisti e, si sa, la memoria gioca brutti scherzi. In questo caso si è preteso da Ultimo anche di risolvere il secolare problema dei trasporti a Roma, e va detto che ci si è provato: per la prima volta le metro di Roma sono rimaste aperte tutta la notte, a spese dell’organizzazione. 

Il punto, sia chiaro, non è farsi piacere le canzoni di Ultimo, né promuovere una beatificazione che non serve a nessuno. Il punto è registrare il provincialismo della discussione che applica la formula del disprezzo e del sospetto a tutto ciò che non comprende, non intercetta o non si allinea ai propri gusti. Quella che doveva essere un’analisi si è trasformata nell’ennesima domenica allo stadio: un’occasione persa per capire dove stia andando la musica, specchio di un dibattito ormai completamente distante dalla realtà.

Non ci resta che fischiare l’arbitro a fine partita, lo sappiamo fare meglio di chiunque altro.