Trainspotting, trent’anni dopo: quando la musica scelse di non scegliere la vita

Dal 19 a 21 ottobre nelle sale italiane torna Trainspotting, il film cult di Danny Boyle ispirato al capolavoro di Irvine Welsh. Una pellicola che, tra suoni, immagini e concetti ha ridefinito le interpretazioni del XX secolo
19 Ottobre 2026

Il 4 ottobre 1996 al cinema faceva la sua apparizione Trainspotting, il film cult del regista inglese Danny Boyle, tratto dal capolavoro letterario dello scrittore scozzese Irvine Welsh, uscito tre anni prima. In occasione del trentennale, il film, restaurato in 4K, torna nelle sale italiane dal 19 al 21 ottobre, per celebrare un’opera che ha contribuito, fattivamente, a inquadrare la complessità storica del XX secolo, con le sue contraddizioni e i suoi drammi.

A prescindere dal dibattito, stucchevole, sul miglior film britannico di sempre o meno, Trainspotting rimane una gemma ineguagliata – anche dal sequel, il T2 del 2017, molto più debole – per la mirabile capacità di mettere a fuoco la società dei consumi, senza critiche posticce o moralismi ipocriti, ma solo con la fredda e nichilista lucidità che serve a prendere atto del fallimento di ogni illusione. In questo senso, l’eroina è il mezzo della narrazione, mai il fine o la vera protagonista.

L’abilità del regista Danny Boyle e dello sceneggiatore John Hodge, con la supervisione dello stesso Welsh – che compare anche con un cameo nei panni dello spacciatore Mikey Forrester – sta nell’aver creato un complesso d’impatto attraverso il ricorso a molteplici arti: la recitazione, la fotografia di una Edimburgo squallida e affascinante al tempo stesso, e la musica. Già, perché non esisterebbe Trainspotting come lo conosciamo senza la sua colonna sonora, poi largamente reinterpretata, come se vivesse autonomamente rispetto al film.

Le tre scene cardine, infatti, sono accompagnate da canzoni che sembrano scritte esattamente per il film, anche se così non è. L’impatto transgenerazionale del monologo d’apertura pronunciato da Mark Renton, il protagonista interpretato da un giovane Ewan McGregor, non sarebbe stato lo stesso senza il sottofondo di Lust for Life di Iggy Pop: con l’ironia amara che percorre l’opera, il personaggio ammette di aver «scelto di non scegliere la vita» mentre trionfano le note di un artista per cui scegliere la vita non è mai stata un’opzione. Il momento di svolta della storia, l’overdose di Renton, è contornato da Perfect Day di Lou Reed, altro autore noto per le sue dipendenze, e per aver scritto – circa trent’anni prima – l’inno alla droga Heroin dei Velvet Underground. Colpo di genio finale, poi, il monologo conclusivo ancora di Renton, scandito dal ritmo prima avvolgente e poi tribale di Born Slippy, brano di punta del duo electro-pop gallese Underworld. Sarcastica, poi, la scelta della Carmen di Bizet per accompagnare la celeberrima scena della “peggior toilette della Scozia”, immortalata in un incalcolabile numero di locandine, poster e illustrazioni.

Nel mezzo un ampio spazio al britpop, la musica della cool Britannia prestata a un significato totalmente diverso da quello che di solito le si attribuisce nelle interpretazioni più superficiali. Nella tracklist del film compaiono i Pulp con Mile End, le Elastica con 2:1, i Blur con Sing e Damon Albarn da solista con Closet Romantic; insieme a loro anche i big di una generazione precedente come Primal Scream e New Order. Il gotha della musica britannica dell’epoca, all’apice della sua gloria, che offriva sé stessa in un’emulsione con il film preparata all’unico scopo di buttare giù la torre immaginaria del benessere, moralista e ipocrita, per scoprire il volto tumefatto di una generazione che ha provato a cambiare il mondo anche con la sua musica, prima di arrendersi ai pronostici sfavorevoli. E dire che alla colonna sonora avrebbe potuto partecipare pure Noel Gallagher, in quel momento icona della musica britannica con i suoi Oasis, che però rifiutò perché «pensavo fosse un film sui treni».

Eh no, Trainspotting non è un film sui treni. La grandezza della pellicola di Boyle sta nell’abilità del regista di aver costruito un capolavoro su un altro capolavoro, il libro di Welsh. È difficile pensare che per casualità queste due opere siano arrivare a “tirare le somme” del XX secolo, il più drammatico finora conosciuto dalla storia umana. La chiave di lettura sta nel ruolo che ricopre l’eroina, la protagonista del film solo se ci si ferma a un’interpretazione di comodo. A differenza dell’altro classico sul tema, Christiane F. – Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, che insiste sugli effetti devastanti della droga pesante, Trainspotting non nasconde il lato distruttivo dell’eroina, ma neanche sorvola sul suo fascino.

Non parliamo di un film “sulla droga”, ma della storia di quattro ragazzi “normali” di Leith, sobborgo proletario di Edimburgo, in una società in cui “normalità” significa “appiattimento”. Sick Boy, interpretato da Johnny Lee Miller, è un edonista patologico, Spud, messo in scena da Ewen Bremner, è troppo innocuo per trovare un ruolo nel mondo, Begbie, disegnato alla perfezione su Robert Carlyle, rifiuta la droga perché «Lui si faceva di gente», di maschilismo e violenza. E poi c’è Renton, l’intellettuale incompiuto, troppo accidioso per mettersi in moto prima di toccare il fondo.

Trainspotting, al contrario delle filosofie nichiliste “accademiche” come quella di Nietzsche, non ha una pars costruens, ma solo una pars destruens. Non è una critica sociale, non è una denuncia degli orrori del capitalismo. È una gelida resa, senza condizioni né indennità: la società ha fallito, alla fine del secolo l’unica regola è “ognuno per sé”. Non ci sono eroi, anzi; questo gioco non ha amici, solo soci, altra gente che ha «scelto di non scegliere la vita». L’eroina è «una droga onesta», si legge nel libro, perché non dà soluzioni a lungo termine, ma appena l’agio di non pensare a nient’altro che alla prossima dose. All’illusione del benessere espresso da «lavatrici, automobili, lettori CD e apri scatola elettrici» si risponde con l’autodistruzione, alla malattia dell’individualismo sociale si risponde con la salute dell’egoismo, l’eticità del non-etico.

Tradire i «cosiddetti amici» non è una colpa, né una salvezza. È l’unica forma di sopravvivenza per rimanere con il naso appena sopra il pelo dell’acqua. È l’unico modo per rimanere qualcosa nella palude dell’omologazione e delle verità preconfezionate. Trent’anni fa Trainspotting ci sventolava sotto il naso non solo l’impossibilità, ma addirittura l’inutilità di sforzarci a distinguere tra vero e falso, sano e malato, bene e male. Trent’anni dopo, rimane una lezione da cui cercare ancora di imparare qualcosa.