Thundercat e l’arte di trasformare il virtuosismo in groove

All’Alcatraz di Milano prende il via il nuovo tour europeo di Thundercat, prima tappa di un viaggio che lo porterà nelle principali capitali del continente prima di proseguire verso l’Asia. In un live di circa un’ora e mezza, il bassista di Los Angeles alterna i brani più celebri a quattro anticipazioni di Distracted, il nuovo album in uscita il prossimo mese
6 Marzo 2026

A sei anni dall’ultimo album, Thundercat torna dal vivo in Europa per portare sul palco Distracted, il nuovo lavoro in uscita per Brainfeeder. Uscirà il 3 aprile e vanta diverse collaborazioni come A$AP Rocky, Tame Impala, Lil Yachty, Channel Tres, WILLOW e il compianto Mac Miller.

Il bassista e polistrumentista di Los Angeles inaugura il nuovo tour proprio da Milano, come annuncia lui stesso fiero durante il live. La scaletta ripercorre tutto il percorso artistico di Stephen Bruner, evidenziando i tratti migliori di uno dei musicisti più riconoscibili della scena internazionale.

L’Alcatraz è quasi al completo quando, poco dopo le 21, inizia lo show. L’assetto iniziale è semplice: Stephen Bruner, in arte Thundercat, al centro del palco, alla sua destra le tastiere di Dennis Hamm e alla batteria Justin Brown.

Si parte subito con un piccolo assolo di batteria che introduce Children of the Baked Potato, uno dei suoi ultimi brani. Le prime cinque canzoni hanno un ritmo serrato, furente. Vedendo i tre sul palco viene da chiedersi se una composizione ridotta possa valorizzare l’ampia gamma di suoni di Thundercat, ma bastano pochi minuti per fugare ogni dubbio. Justin Brown si lancia in suoni sincopati, quartine e terzine velocissime per stare al passo con la densità di note di Thundercat, mentre Dennis Hamm ha l’arduo compito di incollare i suoni dei due compagni con synth e tastiere quasi prog, a tratti più “morbidi”, riuscendo a sopperire alla mancanza di una sezione di fiati. Thundercat, al centro del palco, catalizza la scena, si muove e non si risparmia mai con il suo iconico basso e un modo di suonare che viaggia tra groove funk, jazz e sezioni più mainstream. I tre dimostrano di maneggiare con naturalezza virtuosismi e scale complesse che cambiano direzione e si accavallano come in un quadro di Escher.

L’inizio prevede una parte canora ridotta. La fruizione musicale ricorda quella tipica di un club di New Orleans: atmosfere da ascoltare con un whisky in mano e un abito blu addosso. Invece ci troviamo all’Alcatraz, con Thundercat sul palco che si muove al ritmo del basso facendo oscillare i suoi dread biondi raccolti in vistosi fermacapelli Gucci. Questo dualismo è innegabilmente il suo punto di forza: riuscire ad avvicinare così tante persone a un modo complesso di esprimere la musica. Vedere ragazzini ascoltare assopiti minuti interminabili di duelli sonori è effettivamente peculiare.

D’altronde il carisma di Thundercat parla per lui. Negli ultimi anni ha collaborato con SZA, Kendrick Lamar, Gorillaz, Childish Gambino, HAIM, Stevie Wonder: praticamente tutti i progetti più importanti e cool degli ultimi anni. Esserci e “subire” il suo carisma è doveroso per qualsiasi appassionato di musica.

Nella seconda parte cambia l’attitudine. Diminuiscono i virtuosismi e c’è più spazio per le canzoni cantate. I Wish I Didn’t Waste Your Time, Walking on the Moon e A Fan’s Mail (Tron Song Suite II) alleggeriscono il ritmo segnando un cambio nella scaletta. Stephen Bruner è tranquillo sul palco, sorride, scherza ed intrattiene con piccoli racconti. Parla dei suoi rapporti con le ex, di avventure sessuali e della sua terapista, rimanendo su un piano leggero e conviviale che aiuta a spezzare le parti dello show.

Il groove di Funny Thing apre un finale invece più sciolto e accessibile, inaugurando una sezione con le canzoni più famose, quelle che il pubblico aspetta. Le gambe si sciolgono e iniziano a molleggiare mentre Thundercat rapisce il pubblico proponendo No More Lies – canzone registrata con Tame Impala – e Them Changes a chiudere un trittico prima dell’encore finale.

Lo show termina dopo circa un’ora e mezza di spettacolo pieno, dove il polistrumentista statunitense ha dimostrato tutto quello che può essere. C’è stato spazio per momenti hip hop, spazio per R&B/neo soul più puro e attimi jazz. La naturale conseguenza è che il live diventi straniante per alcuni passaggi, ma proprio questo lo rende ancor più unico. Stiamo parlando di un artista premiato con il Miles Davis Award al Montreal Jazz Festival per il suo contributo al jazz e, allo stesso tempo, capace di portare brani hip hop e R&B nelle classifiche Billboard e Shazam di oltre trenta paesi.

Show You the Way apre l’encore che si chiude con l’emozionante proposta musicale dedicata a Mac Miller. Prima accenna il brano What’s the Use? suonandolo e facendo cantare il pubblico e poi She Knows Way Too Much, ultimissimo singolo pubblicato con il rapper statunitense scomparso, eseguito per la prima volta live. Un saluto perfetto che lascia il pubblico con la convinzione che nessuno può proporre una performance simile, nessuno è in grado di muoversi in questi territori cambiando l’evoluzione naturale del concerto con picchi di qualità di questo tipo e nessuno può portare all’Alcatraz una platea così variegata, unita solo dall’amore per la musica, anche se con prospettive diametralmente diverse.