Dal punk ci saremmo aspettati proprio tutto, ma non che utilizzasse le armi del nichilismo per mettere allo specchio la disumanizzazione della nostra epoca. Tuttavia, a mali estremi è ora di ricorrere agli estremi rimedi. Sono queste causa e ragion d’essere che muovono i decani del punk americano The Casualties, di recente usciti con il nuovo disco Detonate, pubblicato da Hellcat Records — l’etichetta di Tim Armstrong dei Rancid — a otto anni dall’ultimo Written in Blood.
Quello che dagli anni ’90 tiene in vita, con il naso appena sopra il pelo dell’acqua, il quartetto hardcore del New Jersey è il talento di rimanere fedeli alla propria identità e alla tradizione del più pulsante punk sulla sponda ovest dell’Atlantico. Anche in questo disco, come in tutta la trentennale carriera, David Rodriguez — subentrato nel 2017 a Jorge Contreras Herrera — e soci si cimentano in un’opera che dal punto di vista tecnico non aggiunge né toglie alcunché agli stilemi ormai consolidati del punk hardcore e dello street punk. Il marchio Casualties è facile da riconoscere: si parla quasi sempre di brani sotto i 3 minuti, incalzanti, scanditi dai colpi di cassa di Marc “Meggers” Eggers che strizzano l’occhio al metal più ruvido, dalle scale di chitarra semplici, ma d’impatto suonate da Jake Kolatis e dalle linee di basso tumultuose di Doug Wellmon.
Tutto qui? Sì, e no. Ci si fermasse a questo potremmo anche parlare di un buon prodotto di maniera. Ma la carriera dei quattro di New York — pur con vicende alterne e stravolgimenti di line-up — è attraversata, come un fiume carsico, tanto dalla fedeltà all’estetica di boots e creste colorate e alla mentalità stradaiola, quanto dal senso missionario della musica. Ai Casualties va riconosciuto l’indiscusso merito di assumersi la responsabilità di una lucida analisi delle controversie storiche, sociali e politiche di un’epoca — la nostra — in balia degli agenti del caos.
Negli Stati Uniti dell’ICE, della guerra civile — raccontata fedelmente da Rodriguez in Streets of Hatred, dal recente album —, dei fanatismi millenaristici e della legge del più forte, dal quartetto di New York arriva la schietta denuncia del potere che sa di dito puntato contro Trump, Netanyahu e le loro corti.
È sufficiente scorrere a volo d’aquila la carriera della band newyorkese per riconoscere temi e schemi ermeneutici ricorrenti, quasi ossessivi. Nell’ultima opera, per esempio, compare un brano come Allies and Assassins che è una fotografia radioattiva delle trame politiche internazionali, nell’età del genocidio trasmesso in diretta streaming e dei conflitti planetari innescati per soddisfare la volontà di potenza dei grandi burattinai. Rimandando indietro il nastro di una faticosa carriera, d’altra parte, si trovano piccole pietre miliari come So Much Hate, People Over Power, Borders, Mierda Mundial e Ashes of War che sviluppano una trama, veloce e violenta, di palpitante opposizione all’età della distopia e delle verità preconfezionate.
«Siamo cresciuti» — ha dichiarato di recente Rodriguez — «con l’insegnamento di inchinarci allo Stato e alla Chiesa, e abbiamo visto le atrocità che hanno fatto seguito. Vediamo come ci stanno facendo a pezzi. Vediamo cosa significhi seguire ciecamente i leader e come siamo noi, il popolo, a cadere giù dalla rupe, non loro» (trad. it. nostra).
Ecco, quindi, spiegato l’apparente cortocircuito: il punk (di cui i Casualties sono una delle voci più longeve e autorevoli sul panorama internazionale) si fa ermeneuta del post-umano che attraversa la storia contemporanea, come se ne fosse il senso ultimo e intrinseco. Ma dal punk, il movimento nato cinquant’anni fa con il nonsense dei Ramones e con il No future dei Sex Pistols, arriva anche l’antidoto.
Quella dei Casualties non è una rabbia orizzontale, ma ha per bersaglio mobile nomi e cognomi ben chiari. Impossibile sbagliare. «Occhio per occhio, e siamo tutti ciechi» urla Rodriguez in Eye for an eye, rendendo plasticamente il semplice messaggio di denuncia che sta alla base della mentalità Casualties: il potere dei pochi si regge sulla capacità di mettere i tanti gli uni contro gli altri. «Anti todo» è il grido, il rigurgito, che erutta da Corazones Intoxicados, uno dei brani più celebri della loro nicchia, e si erge a bandiera di un nichilismo passivo che fa da pars destruens di tutto ciò che di sbagliato c’è nell’orizzonte di plastica e cemento che oscura il sole di una cultura occidentale decadente e destinata ad accartocciarsi su sé stessa.
Eppure, nel linguaggio dei Casualties sembra risuonare un appello diretto alla mobilitazione di quella generazione che è cresciuta, sottotraccia, con la loro musica tra gli anni ’90 e il primo decennio dei 2000. Una generazione che alla rabbia del punk ha saputo aggiungere, grazie all’istruzione di massa, una lucidità analitica senza precedenti, ma che non ha saputo — non ancora, perlomeno — trovare la forza e il coraggio di trasformare il mondo.
I temi del malcontento, dell’esasperazione, dell’odio sono propri della tradizione punk più consolidata, ma con una sfumatura di senso da non sottovalutare e da fare uscire dalle casse a tutto volume durante il pogo. Non spetta all’individuo risolvere la crisi, ma spetta alla collettività — a cui tutta la carriera dei Casualties si è richiamata con continuità — imparare ad abitare quella stessa crisi, condizione tanto storica quanto naturale dell’umanità nell’età del disumano, imparando innanzitutto a riconoscere e disinnescare inganni e ingannatori.

