Se ami l’hip hop, grida Alchemist e Preemo

L'unica data italiana del tour He's the Preemo, I’m the Chemist è stata la celebrazione di due beatmaker, Dj Premier e The Alchemist, che per più di trent’anni hanno definito le sonorità di un intero genere
8 Dicembre 2025

Ci sono concerti per i quali il motivo che spinge a cliccare su «acquista» in biglietteria è la curiosità. Sono quelli in cui l’artista sale sul palco per presentare: se stesso al pubblico, la sua visione, le sue abilità, un album uscito di recente. Quando sullo stage si trovano due nomi come DJ Premier e The Alchemist, la ragione per esserci è, semplicemente, esserci; e ha ben poco a che fare con la FOMO. Molto di più, con l’affermazione di essere parte viva e integrante di una lunghissima storia.

Alchemist e Premier hanno bisogno di poche presentazioni, e l’affermazione è il motivo che con ogni probabilità li ha spinti a girare il mondo con una doppia consolle. Per loro, quell’affermazione è personale, è l’autoriconoscimento di essere stati punti cardine del boom bap per decenni. Il 1989 è stato l’anno delle prime produzioni di DJ Premier come parte dei Gang Starr. Alchemist ha messo la firma su un beat per la prima volta mentre lavorava con i Dilated Peoples, nel 1997. Da quei momenti sono nati due cataloghi sterminati, sui quali sono state scritte alcune delle pagine più memorabili dell’hip hop.

È presto spiegata l’eterogeneità degli spettatori, di cui si è accorto chiunque entrasse al Teatro della Concordia. I fan di vecchia data, che la scena dei ‘90 l’hanno vissuta, gli amanti posteri dell’hip hop classico, e anche quelli affezionati alle evoluzioni più recenti del genere. Tutti uniti per un dj set che come era facile immaginare ha ripercorso la carriera dei due colossi.

L’opening affidato a Mastafive, DJ Tsura e The NextOne a scaldare l’atmosfera. Poi un break anni ‘70 come colonna sonora dell’ingresso dei due, che hanno preso posto dietro alle consolle ai due lati del palco. Vederli l’uno accanto all’altro è simbolico. Si può dare per assunto che DJ Premier sia sinonimo di hip hop, il ruolo della sua figura all’interno della cultura non lascia spazio al dubbio: è un artista compiuto praticamente da quando ha iniziato. La progressione di Alchemist, invece, è stata lenta, un percorso all’insegna del miglioramento che l’ha portato a essere uno dei produttori più prolifici e richiesti degli ultimi anni, nonché uno dei più riconoscibili. Traiettorie diverse, accomunate sotto tanti punti di vista.

Primo punto: l’hardcore. Il tono generale del dj set è stato aggressivo. Nel corso di tutta la selezione collaborativa è emerso quanto i classici di Premier e i beat dell’Alchemist degli inizi – ma non solo – siano uniti dallo stesso spirito, dalla stessa voglia di rompere il collo di chi ascolta. In questo, Alan Maman è debitore nei confronti dell’altro, e l’ha esplicitato con una frase che la dice lunga: «if it wasn’t for him, I wouldn’t do shit».

Il fraseggio tra i due però è stato sempre paritario, quasi simbiotico. Nella venue hanno rimbombato a turno le strumentali più significative di ciascuno, cucite insieme da transizioni repentine e dagli intermezzi scratchati di Premier. Senza rapper sul palco, l’onere di mantenere alta l’energia è stato tutto a carico dei dj, che hanno avuto la folla in pugno dal momento in cui hanno urlato la parola «Torino» nel microfono (cioè subito) e l’hanno mantenuta lì anche grazie alla continua interazione con chi stava sotto al palco.

DJ Premier, al secolo Christopher Edward Martin, ha incentrato la selezione sugli evergreen della sua discografia. Dai singoli dei Gang Starr, di Nas, dei Das EFX, passando da strumentali underground che ancora oggi si sentono nei cypher di freestyle, per arrivare a brani più recenti come Define My Name, preambolo del progetto in uscita con Nas nel dicembre 2025, e Headlines, produzione per i tre rapper-vetrina di Griselda.

Quest’ultima si è inserita in una parentesi dedicata al movimento avviata da Alchemist, che non potendo vantare lo stesso numero di banger vecchia scuola di DJ Premier ha sfoggiato e riassunto tutta la varietà della sua produzione: la potenza hardcore degli albori, i legami con rapper East e West coast che hanno portato a collaborazioni di livello e a numerosi joint album – di cui quattro usciti solo nel 2025 –, il minimalismo strumentale che ha scelto di frequente nell’ultimo decennio. E non sono mancati due brani rappati dallo stesso Alchemist, tra i quali un inedito presumibilmente prodotto a quattro mani con il compagno di tour.

Preemo portava a spasso per il viale dei ricordi, Alchemist in viaggio attraverso la sua evoluzione artistica, e lungo entrambi i percorsi i beatmaker hanno silenziosamente dichiarato di essere autentici portastendardo della cultura del sampling. Più volte l’introduzione di un brano è stata il sample originale. Il jazz di Walk on By di Cal Tjader per Full Clip dei Gang Starr, il soul di Here I Go Again di Jean Plum per Win or Lose dei Mobb Deep, choppati live e poi fatti esplodere nella strumentale hip hop. La stessa intro del live, sul sopracitato break di batteria, è servito da statement per far intendere dal principio l’origine artistica dei due protagonisti della serata, e anche in questo contesto sono uscite la riconoscenza e l’ammirazione di Alchemist nei confronti di Premier, definito «the best producer to ever chop a sample».

Se poi dovessimo trovare un altro elemento in comune per i due artisti, sarebbe il legame ferreo con Guru e Prodigy, con i quali Premier e Alchemist si sono rispettivamente imposti nella scena rap. I tributi ai due rapper hanno segnato i momenti di gran lunga più emozionali di una serata dedicata all’hip hop, all’amore per chi lo vive e di chi lo vive. 

Al rientro dei producer sul palco dopo una breve pausa, un «I love hip hop music» urlato all’unisono come un coro da stadio è confluito in Ensalada e questa, a sua volta, in New York State of Mind, poi la chiusura definitiva. Dopo i tanti elogi di Alchemist nei confronti di Premier, nello shout out finale la risposta al primo ha incluso l’appellativo di «leggenda». I titoli di coda della grande autocelebrazione, tutti dedicati al pubblico tra ringraziamenti e autografi, sono scorsi sulle note di I Forgot To Be Your Lover di William Bell.

Non c’è di che scusarsi, l’amore è ricambiato.