Ripensarsi, come Avalon Emerson

Con Written into changes, Avalon Emerson completa il passaggio dal clubbing al songwriting. Lontano dal rumore bianco della techno, la sua voce emerge con una chiarezza inedita su melodie cristalline e sintetizzatori fluttuanti. Un viaggio tra riflessioni intime e nuovi orizzonti, ideale per chi affronta una fase di cambiamento
25 Marzo 2026

La traiettoria di Avalon Emerson rappresenta uno dei casi più affascinanti e complessi della musica contemporanea. Potremmo semplificare il tutto e dire che Avalon di giorno canta in una band dream-pop e di notte mette i dischi nei club. Sarebbe affascinante, ma ci perderemmo dei pezzi.

«Circa una settimana prima dell’intervista, sembrava già averne abbastanza»: il 6 febbraio 2019 si apriva così l’approfondimento della serie The Art of DJing di Resident Advisor, dedicato ad Avalon Emerson. Da un lato l’articolo ci restituiva la misura di quale fosse il suo peso nella scena clubbing — viene descritta come «one of the most creative DJs in the game» —, dall’altro ci viene anticipato cosa sarebbe accaduto poco più di un anno dopo.

Written into changes, il suo secondo album della carriera da songwriter, è il compimento di un bisogno di allontanamento dall’elettronica nato con la pandemia. Senza la pressione costante dei tour e delle performance nei club, Avalon ha trovato lo spazio emotivo e temporale, che prima le mancava, per esplorare un desiderio latente da sempre: scrivere canzoni. In questo vuoto fisico, la produzione da camera è diventata un rifugio intimo lontano dal rumore bianco della techno. Tutti ci siamo promessi di ripensare a noi stessi durante il lockdown, Avalon ci è riuscita. Rispetto al precedente & the Charm, l’album possiede un’energia nuova, figlia delle esperienze live accumulate durante il tour del 2023 — sarebbe dovuta passare anche per l’Italia, ma l’esibizione al Club to Club venne cancellata all’ultimo momento —. Emerson ha ammesso che, portando il primo album sui palchi dei grandi festival, si era resa conto che le sonorità morbide e da camera necessitavano di un’iniezione di forza per rendere a pieno in spazi più ampi.

Frutto del lavoro a sei mani con Nathan Jenkins e Rostam Batmanglij (ex membro fondatore dei Vampire Weekend), Written into changes — pubblicato per l’etichetta Dead Oceans — risponde a questa esigenza con un’architettura sonora più densa. Se i primi lavori erano caratterizzati da una manipolazione digitale estrema della voce, ridotta spesso a frammenti glitchati e blip astratti, in questo nuovo capitolo la voce di Emerson emerge con una chiarezza inedita. In brani luminosi come Jupiter and Mars, la linea vocale assume un ruolo guida, muovendosi su melodie cristalline e sintetizzatori fluttuanti. Il risultato è un accompagnamento perfetto, se solo esistesse una strada, per un viaggio in auto sulla Via Lattea.

Written into changes ha la complessità tecnica per soddisfare i nerd della produzione, ma allo stesso tempo possiede la lucentezza melodica necessaria per diventare la colonna sonora di un momento di evasione, notte o giorno non fa differenza. Questa fluidità narrativa lega tra loro momenti apparentemente distanti. Se l’apertura di Eden sprigiona una spinta inedita attraverso linee di basso slapped che ricordano il funk degli Stone Roses di Fools Gold, il viaggio prosegue accarezzando traccia dopo traccia i contorni delle sonorità indie-pop alternative. L’album si muove infatti agilmente tra la fisicità di God Damn (Finito) con una disco-chillness che ricorda i primi LCD Soundsystem e la leggerezza di How Dare This Beer, mostrando come la capacità di Avalon Emerson di estrarre magia dal nulla va ormai ben oltre il giradischi.

La forza del disco risiede nel modo in cui Emerson utilizza i singoli brani non come fini a se stessi, ma come mezzi per mappare una geografia interiore fatta di cinque anni di viaggi tra Berlino, Los Angeles e New York. La title track Written into changes immerge i testi più diretti mai scritti dall’artista in un mare di riverberi e sintetizzatori taglienti, evocando il disorientamento dei suoi traslochi internazionali.

Se il precedente album appariva come un lavoro embrionale, realizzato più per sé che per gli altri, questo nuovo capitolo è il salto verso un songwriting maturo fatto di ballate scarne — I Don’t Want to Fight — e gioielli new waveCountry Mouse — in cui Avalon abbraccia a pieno il dichiarato sogno di scrivere canzoni trascinate da un riff di chitarra. Ma è forse il devastante Happy Birthday, nonostante il beat frenetico e solare, che racchiude più di ogni altro l’essenza dell’album: «This time next year won’t be so crazy»

Written into changes è il disco perfetto per chi sta cambiando pelle — che sia un trasloco, un nuovo lavoro alle porte o l’inizio di una fase affettiva — e ha bisogno di una colonna sonora che abbracci a pieno il cambiamento.