Quando Giulia Mei sale sul palco, il cortile della Lavanderia a Vapore è ancora quasi vuoto. Chi è già arrivato si è annidato sotto il palco e canta le sue canzoni. Con lei, Luca Zeverini, in arte Vezeve, si destreggia tra loop station e sintetizzatori nel beatbox, mentre Dario Marchetti è alla batteria. Il concerto procede per accelerazioni e dolci intermezzi al pianoforte. A volte Mei resta sola alla tastiera e il ritmo sembra distendersi; poi sintetizzatori e bassi tornano a occupare il cortile. Lo strumento che suona non rappresenta il momento colto da contrapporre all’elettronica, né l’elettronica è una confezione applicata alla canzone d’autrice: l’uno diventa il punto dal quale l’altra prende la rincorsa. Non siamo ancora al live di Sarafine e, tuttavia, la pista è già aperta.
Mei canta di sesso, pornografia, piacere, violenza e diritto di decidere di sé, facendo entrare nella canzone tutto ciò che un mondo ancora profondamente machista preferirebbe rendere sconveniente o colpevole, come accade in S. Rosalia, un’ode alla sua Palermo. La tensione cresce progressivamente fino a raggiungere uno dei primi climax della serata con una rivisitazione di Per Elisa. Il celebre motivo viene sottratto alla compostezza del repertorio classico e trascinato nei bassi: un esercizio artistico che vedremo compiere più tardi anche da Sarafine, fin dall’apertura del suo concerto.
Mei chiude con Bandiera. Invita il pubblico a cantare, poi scende dal palco e raggiunge le persone raccolte davanti alle transenne. Si innalza un coro compatto su «della mia fica farò una bandiera» che è insieme un stemma araldico e un patto di sorellanza. Per tutto il concerto, Mei fa convivere grazia e irruenza fino all’ultimo ritornello. La camicia bianca di Almiru Atelier, indossata sopra una tuta corta nera di Giusy Colucci, il portamento quasi angelico e la limpidezza della voce sembrano promettere compostezza; la base elettronica smentisce.

Con Lamante, l’ossimoro cambia verso. Giorgia Pietribiasi entra con la postura di una diavolessa. Dietro di lei, sul led wall, appare il disegno di una cattedrale affiancata da archi monumentali. Sopra, una scritta in maiuscolo, di colore rosso sangue, intima: «GOVERNATEVI». La cantautrice è accompagnata da Elia Guglielmi alla chitarra, Piero Pederzolli alla batteria, Clara Rigoletti al violoncello e al violino e Giulio Tisato al basso. Chitarre, sezione ritmica e archi cambiano radicalmente la temperatura della serata, trascinando il pubblico in una zona più organica, cupa e cavernosa.
Quando Lamante comincia a ondeggiare sul palco con la chitarra, nel buio risaltano gli stivali rossi scuri, un richiamo alla scritta alle sue spalle. In una delle strofe di Rossetto, Lamante dice di essersi sentita maleducata a indossarlo. Per qualche minuto ci sentiamo maleducate insieme a lei. Rispetto al concerto con cui, due estati fa e sullo stesso palco, aveva aperto il concerto dei CCCP, il salto di maturità è evidente. Allora appariva come un’artista emergente chiamata a misurarsi con una genealogia musicale monumentale. Questa sera, invece, appare più consapevole delle proprie potenzialità sceniche e artisticamente pronta ad assumersi la responsabilità del palcoscenico. Lo occupa con maggiore autorevolezza, sostenuta da una band che amplia la profondità dei brani e conduce il concerto nelle zone più fisiche delle emozioni. Non tutto, però, mantiene la stessa tensione. Il dialogo con il pubblico è praticamente assente e, in alcuni passaggi, l’energia che cala fa riaffiorare il suo lato più acerbo.
Se l’accostamento tra Giulia Mei e Lamante – e presto lo confermerà anche Sarafine – dimostra una buona intuizione artistica sulla carta, la distesa semivuota davanti al palco racconta un flop sul piano dei numeri. «Pochi ma buoni», certo, ma tre artiste capaci di costruire concerti così solidi, tanto musicalmente quanto per le istanze portate sul palco, avrebbero dovuto incontrare il pubblico di un festival estivo, non soltanto lo zoccolo duro raccolto sotto le transenne.
Se Lamante ha trasformato il palco in una cattedrale, Sarafine ne assume la guida come la Papessa. Con lei ci sono Daykoda – synth, pianoforte e chitarra – e Matteo D’Ignazi alla batteria. Non concedono al pubblico una salita graduale. I Carmina Burana che aprono il concerto diventano immediatamente materiale da rave, mentre sintetizzatori e batteria sparano il concerto al massimo dell’intensità. Non c’è riscaldamento: luci, bassi e ballare, ballare, ballare. Control Freak viene introdotta dalla voce registrata di Umberto Galimberti, impegnato in una riflessione sulla libertà e sulla sua illusione. Le sue parole vengono progressivamente inghiottite dalla produzione elettronica, mentre Sarafine comincia a percuotere una gran cassa.
Dalla libertà alla ricerca del senso della vita, il passaggio è quasi inevitabile. Sarafine racconta che questa domanda l’ha sempre tormentata e al contempo affascinata perché, come nelle parole magiche, anche quando qualcosa appare incomprensibile agli altri, per noi può assumere un significato intimo. È così che introduce Caùa. La riflessione filosofica viene calata anche nei gesti quotidiani. In Scrolla mette in scena la noia compulsiva di quando trasciniamo il dito sullo schermo alla ricerca di qualcosa che interrompa il vuoto. La canzone viene recitata, mimata, trasformata in un piccolo numero teatrale. «Il mio più grande successo è stato farmi meno schifo», dice.

A proposito di fare schifo, sul led wall viene proiettato, a seguire, un video casalingo con Sara Sorrenti bambina durante un saggio. Un presentatore le domanda che cosa pensi dell’amore e la risposta è eloquente: l’innamoramento e i principi azzurri le fanno schifo. Anni dopo, ammette Sarafine, anche lei è finita vittima dell’amore; Cupido non fa sconti a nessuno. Introduce Potevamo fare schifo insieme, nata da una relazione in cui la parte migliore era la libertà di mostrarsi scomoda e imperfetta. Si siede a gambe incrociate sul bordo del palco, Daykoda alla chitarra, davanti a lei si alza un’ondata di braccia ondeggianti. Il pubblico intona all’unisono il titolo, ripreso nel ritornello.
La parentesi sentimentale dura poco. Con Malati di gioia il testo torna a scorrere sul led wall e la festa riparte, prima di deviare verso un dissing sanremese. Quando scriveva Un trauma è per sempre, racconta, Sarafine immaginava di poter arrivare al Festival di Sanremo. Quell’immagine che si era costruita la mette in scena tra sigle, annunci solenni e una parodia dell’istituzione, insieme desiderata e dissacrata. Poi lascia spazio ai musicisti, lo schermo diventa verde acido e il concerto precipita in un intermezzo dubstep. Per qualche minuto la narrazione si azzera: rimangono soltanto il suono e i visual sparati. Sarafine riappare dietro i sintetizzatori sulle note di Together di Elisa, raggiunta da Giulia Mei.
A riportare il concerto verso sud è un vocale di Brunori Sas, che ringrazia Sarafine per averlo trascinato nel suo mondo elettronico. Sarafine raccoglie e tramanda le parole del suo “Messia”, secondo cui la Calabria probabilmente resterà l’unico luogo al mondo capace di resistere al capitalismo. «La Calabria è come la Seattle italiana. E la Seattle italiana, naturalmente, si trova in provincia di Cosenza», è la parola di Brunori. Dalla terra d’origine si ritorna a parlare d’amore e della sua ricerca. Sarafine racconta di essere stata una veterana di Tinder: gli incontri, confessa, non hanno risolto la questione sentimentale, ma almeno hanno ispirato Tipa da rave.
Neppure il web, del resto, è stato più utile quando ha provato a cercare il già citato senso della vita. Al posto di una rivelazione, la rete le ha restituito un piercing sul pene, un tutorial sulla defecazione in piedi e, infine, le istruzioni per ballare la Macarena. È qui che il gioco si incrina. La regina della Macarena potrebbe sembrare l’innocuo ricordo di un saggio di danza; in realtà custodisce una delle esperienze più inquietanti raccontate nell’EP: quella di un maestro troppo affettuoso con le bambine della sua scuola. Il concerto sembra avviarsi alla chiusura con Riturnella, trasformata in un brano techno. Ma rimane ancora un ultimo passaggio: Lu rusciu de lu mare riporta tutto al canto popolare salentino, senza rinunciare alla cassa dritta, si intende. Durante la sua performance, Sarafine si appropria della regia dei nostri ricordi e delle sensazioni più ancestrali, scandendone suono, ritmo e coreografia.
Spesso il cervello, per proteggerci da un trauma, lo spedisce in un angolo buio della nostra memoria: non lo vediamo, ma ne sentiamo la presenza. Sarafine lo estrae dal suo castigo, lo spolvera e, infine, lo fa esplodere sopra una cassa dritta.
È il suo metodo: mettere nello stesso spettacolo elettronica e canti popolari, ironia e disillusione, il corpo che si libera sotto cassa e i filmini d’infanzia. Su quel palco appare divina e, comunque, resta sempre una di noi. D’altronde, questo è diventato anche il nostro show.




































