Questo weekend il centro sociale Intifada ha tremato. È tornato Questa È Roma Fest, l’evento annuale più amato e rozzo della scena punk capitolina. Un appuntamento che non ha bisogno di presentazioni e che, da sedici edizioni, continua a essere una certezza assoluta per chi vive la musica come esperienza collettiva, fisica, politica.
Dietro tutto questo ci sono Fabrizio – Marinaio – e Alessandro – Teschio –, colonne portanti del punk romano, che da anni tengono in piedi una scena che rifiuta compromessi, sponsor invadenti e dinamiche da grande evento. Il risultato è sempre lo stesso e sempre potentissimo: 48 ore, due palchi, circa trenta band, banchetti di merch, cibo, birre a prezzi popolari e una marea di persone arrivate da tutta Italia con un solo obiettivo comune: pogare fino allo sfinimento.
L’asset del festival non cambia mai ed è proprio questo il suo punto di forza, un’organizzazione volutamente disordinata, orari spesso disattesi, band che si accavallano. Ma il bello è esattamente qui. Questa È Roma non è un festival che pretende ordine, è un festival che chiede presenza. Le uniche regole sono quelle implicite e non negoziabili: no vetro, no nazi, no fasci. Per il resto, libertà totale.

Quello che colpisce ogni anno è il clima. Il festival accoglie tutti e tutte e riesce a far sentire a casa sia chi la scena la frequenta da decenni sia chi ci entra per la prima volta. Le nuove generazioni si mischiano alle vecchie, in un’armonia fatta di odore di birra, hot dog, sudore e un numero imprecisato di sigarette fumate collettivamente. È una famiglia rumorosa, scomposta, ma profondamente inclusiva.
Sul palco si sono alternati nomi fondamentali della scena, a partire dai No More Lies e i Failed, Giuda, Molestya, Ultimi, Lillà, Contrasto, Discomostro e moltissimi altri, a dimostrazione di quanto il punk sia ancora oggi prolifico, interconnesso e politicamente vivo.
Anche quest’anno si è confermata una forte apertura internazionale, aggiungendo alla line-up band straniere che condividono lo stesso linguaggio ruvido. Dall’Inghilterra sono arrivati gli Extinction of Mankind e i Poundaflesh, mentre dalla Spagna i Ratzinger. La scena punk romana dialoga con l’Europa, si riconosce in un immaginario comune e continua ad attrarre realtà affini per urgenza, suono e visione politica.
Fuori dai palchi, come sempre, batte il cuore vero del festival. Banchetti di merch, toppe, spille, vinili, produzioni artigianali e fanzine. Tra queste anche quella realizzata per l’occasione da me e Cynna Cecilia: un racconto visivo della scena punk romana, fotografata con uno sguardo potente e accompagnata da testi che spiegano cos’è davvero il pogo, come ci si sta dentro, come ci si rispetta. Un piccolo manifesto punk.
Fondamentale anche la questione dei prezzi: birre enormi a 4 euro, acqua a 1 euro. Una scelta politica prima ancora che economica. In un’epoca in cui i festival sembrano fare a gara a chi esclude di più, Questa È Roma continua a essere accessibile, popolare, reale.
Andare a un festival come questo fa capire quanto sia importante supportare le realtà underground. Perché finché esistono eventi così, finché esistono spazi che riescono a tenere insieme musica, politica, attualità e rispetto reciproco, vuol dire che siamo ancora vivi. Il punk hardcore fa pogare fortissimo, sì, ma sempre con attenzione verso chi si ha accanto.
Impossibile sentirsi sole e soli in posti del genere. Perché sono luoghi preziosi, capaci di creare comunità attraverso il rumore.
E, diciamolo chiaramente, se la società funzionasse come Questa È Roma Fest, staremmo tutti e tutte molto meglio.
Teschio e Marinaio for president!




















