Quel beautiful feeling che si chiama Poplar

Quattro giorni, una salita a piedi per raggiungere il Doss Trento: il Poplar mescola musica italiana e internazionale, politica e comunità, lasciando una domanda scomoda sullo stato dei festival italiani
15 Settembre 2026

«For that beautiful feeling» è il claim della decima edizione del Poplar Festival, visibile già appena fuori dalla stazione di Trento. Un rito che, ogni settembre, segna la fine della stagione dei festival per gli  appassionati e le appassionate che arrivano da tutta Italia per quattro giorni di musica.
Quel bel sentimento va però conquistato con fatica e sudore: si può provare solamente dopo una quindicina di minuti a piedi di ripida salita, necessaria per raggiungere la cima del Doss, parco naturale e casa del festival. La salita è la prima, fondamentale cifra stilistica del Poplar: un ingresso unico nel suo genere, che restituisce un modo molto suggestivo di vivere l’avvicinamento ai concerti, fatto di incitamenti tra compagni di scalata e birre condivise.

Poplar, però, non è solamente un festival di musica, ma intreccia cultura, attivismo e attualità grazie a Poplar Cult!, la rassegna di talk, presentazione di libri e discussioni che si svolge tutti i giorni del festival ai piedi del Doss, a ingresso gratuito e senza prenotazione. I ragazzi e le ragazze che vivono a Trento raccontano che, nonostante la città sia universitaria, le occasioni di collettività sono davvero limitate, i luoghi di aggregazione sociale sono quasi inesistenti e una buona parte dei cittadini ha fondato comitati anti-movida.
La grandezza del Poplar, anche nella sua versione primaverile Utopia, sta nell’unire mondi apparentemente lontani creando una valida alternativa culturale. Nel pratone del Poplar Cult!, si discute con fare curioso durante i dibattiti sull’utilizzo consapevole delle sostanze stupefacenti e si applaude all’unisono sui temi dei diritti sociali e delle guerre nel mondo. Fa specie sentire l’intervista a Sama’ Abdulhadi, la regina della techno palestinese, raccontare la sua infanzia, gli esordi come dj e poi, con la voce rotta dalla commozione, le brutalità che il suo popolo subisce da anni. Quelle parole cariche di dolore si trasformano, poche ore dopo, in una vorticosa potenza sprigionata nel suo dj set, per un’ esibizione di rara intensità.
Il costante dialogo tra i dibattiti e i concerti è la forza segreta del festival e restituisce l’idea di un Poplar capace di costruire una collettività alternativa che non si esaurisce nei quattro giorni di festival, ma si nutre per un anno intero prima di concretizzarsi di nuovo sul Doss. Non stupisce, allora, vedere le bandiere della Palestina sventolare sui due palchi principali – che suonano in alternanza per un ping pong di concerti – e sul terzo riservato esclusivamente alla musica elettronica, accompagnate dalle numerose parole di sostegno ai popoli oppressi pronunciate da artisti e artiste.

A dispetto delle passate edizioni, la line-up assume un respiro decisamente più europeo, con un baricentro spostato oltremanica. La scena rock irlandese è la più rappresentata: dalle Florence Road – che nella loro unica altra data italiana avevano aperto i Wolf Alice – a Dove Ellis – già di scena negli Stati Uniti come opening act dei Geese –, fino ai Madra Salach, che il prossimo giugno apriranno per i Fontaines D.C. nello storico concerto di Slane, in Irlanda. Non mancano poi i richiami britannici di Maruja, Lime Garden e GANS, che si aggiudicano senza discussioni la palma di miglior live del festival per la loro energia e qualità musicale.
La convivenza tra artisti nostrani, con in primis l’ultima data del tour estivo de I Cani, e nomi internazionali innesca nel pubblico una curiosità febbrile di chi sa che certe occasioni, in Italia, difficilmente si ripeteranno.
La direzione del Poplar si smarca dal canone del festival prettamente italiano: c’è una chiara volontà artistica di sfondare i confini e portare al pubblico nomi che in Italia sono passati raramente. Un esperimento che, anno dopo anno, alza l’asticella della presenza internazionale, per un festival che intercetta i nuovi trend musicali con un anticipo che pochi altri possono vantare.

Ma la vocazione internazionale non è l’unico tratto che distingue Poplar dalla maggiore parte del resto del panorama festivaliero italiano. Dietro c’è una scala volutamente umana, lontana dalle logiche consumistiche imposte dal mercato dei grandi eventi: il numero di biglietti venduti è calibrato sulla splendida cornice del Doss, senza il rischio di ritrovarsi stipati come sardine sotto il palco. Nessuna truffa legalizzata di token o braccialetti prepagati, nessuna comunicazione tarata sulla spasmodica ricerca del sold-out.
C’è poi un aspetto economico che rende il festival un caso a sé, forse il più eclatante di tutti: si mangia con cinque euro, birre e spritz ne costano quattro. Un prezzario assolutamente non da festival, reso possibile perché la ristorazione non è appaltata a sponsor altisonanti ma gestita in casa da una rete foltissima di volontari e volontarie. Dietro c’è Entropia APS, l’associazione no-profit che organizza il Poplar dalla prima edizione.

Ed è qui che sorge la domanda più scomoda, quella che ogni appassionato e appassionata si porta a casa quando va via da Trento. Se un biglietto (il full pass costa circa ottanta euro nell’ultima release) e un pasto onesto a prezzi così bassi sono possibili qui, perché non lo sono altrove? Il modello Poplar resta un’eccezione non perché impossibile da replicare, visto che la maggior parte dei festival nostrani si basano sulla presenza di volontari e volontarie, ma perché il resto del settore ha scelto, negli ultimi anni, di trasformare ogni festival in un’operazione di puro profitto. Non è un dettaglio da poco: è la differenza tra sentirsi parte di una comunità e sentirsi, ancora una volta, solo un biglietto comprato in balia del mercato musicale.

Ecco qual è il beautiful feeling di Poplar.

foto in copertina di Edoardo Meneghini (@edomenegaz) – Poplar Festival