Music Sounds Better With You: l’età dell’oro della french touch

Dall’Even Further Festival del 1996 al terremoto electro firmato Ed Banger: breve storia dell'epoca d'oro della French touch. Come una generazione di producer d'oltralpe è riuscita a mettere d’accordo underground e mainstream, traghettando la club culture nel nuovo millennio
12 Ottobre 2026

È il 26 maggio 1996. Durante il weekend del Memorial Day, tra le colline del Wisconsin si tiene l’Even Further, uno dei rave festival più importanti degli anni Novanta: un evento fino ad allora confinato alla clandestinità, ma che proprio da questa edizione diventa una manifestazione ufficiale in piena regola. Tra i vari artisti in console troviamo due ragazzi francesi pelle e ossa, che propongono al pubblico americano un’originale commistione tra space disco di matrice europea e sonorità con radici ben piantate nel cosiddetto Chicago sound, in un set che verrà ricordato come una delle prime esibizioni oltreoceano di ciò che i media definiranno presto french touch.

Con il termine french touch si intende un genere di musica house originaria della Francia, che ha toccato le sue vette di popolarità dalla fine degli anni Novanta per tutto il primo decennio dei Duemila. È il punto d’incontro tra due stili musicali, a loro volta rappresentativi di due culture diversissime tra loro: la già citata space disco francese, da cui l’immaginario fantascientifico che ha caratterizzato quasi per intero la golden age del genere, e il P-Funk di gente come Bootsy Collins e George Clinton, da cui derivano i groove trascinanti del basso e le atmosfere vagamente a là Studio 54.

Si tratta di un sound molto specifico, caratterizzato da un pesante uso di effetti e filtri, ma ancor di più da un utilizzo intensivo di samples presi a piene mani dall’allora neonata club culture degli anni Settanta e Ottanta. Il risultato è una musica sorprendentemente fisica anche se prodotta con strumenti elettronici, che costringe a ballare anche il più legnoso dei John Travolta wannabes. 

Tra i protagonisti della prima stagione della french touch, sicuramente spiccano i nomi di Philippe Cerboneschi ed Étienne de Crécy. I due si incontrano durante la loro esperienza lavorativa come ingegneri del suono nello studio Plus XXX di Parigi, e in seguito vengono convinti dal comune amico DJ Roussia a farsi coraggio ed esibirsi per la prima volta in un rave party. Il contributo di Roussia nella carriera dei due è determinante, in quanto sostenitore del fatto che entrambi debbano ritrovarsi dall’altra parte del vetro della sala di regia. Cerboneschi arrivò in seguito a dichiarare che l’esperienza promossa dal DJ fu l’unica vera rivoluzione della sua vita, in quanto lo convinse a lavorare sui suoi primi brani di house music e in qualche modo lanciò la sua carriera.

De Crécy e Cerboneschi – che d’ora in poi assumerà il nome d’arte di Philippe Zdar – fondano quindi il duo Motorbass. Dopo due EP datati 1992 e 1993, la coppia pubblica nel 1996 il suo unico album, Pansoul. Pur ottenendo un buon successo di critica grazie all’originale mix di hip-hop strumentale e musica house, il disco è un completo disastro commerciale, ponendo fine alla breve avventura della coppia. Qui però c’è un colpo di scena: le strade dei due si separano e le biforcazioni portano entrambi a ottenere quel successo di critica e pubblico che con i Motorbass non erano riusciti a raggiungere.

Sulla prima strada troviamo Étienne de Crécy, che subito dopo la fine del progetto precedente riesce a mettere insieme e a pubblicare – sempre nel 1996 – il suo primo album da solista, Super Discount. Trascinato dai singoli Tout Doit Disparaitre e Prix Choc, l’esordio dell’artista originario di Lione ottiene risonanza immediata, riuscendo a vendere oltre 200.000 copie. 
Bisognerà aspettare però l’anno 2000 per ascoltare quello che probabilmente è il lavoro di de Crécy rimasto maggiormente nel cuore e negli orecchi degli appassionati. Tempovision è un album maturo, prodotto da un artista all’apice della sua ispirazione, che riesce a destreggiarsi agilmente tra deep house minimale, brani dalle venature chillwave e funk stralunati, ma che soprattutto regala uno dei brani chiave della french touch classica, l’iconica Am I Wrong.

Sulla seconda strada c’è invece Philippe Zdar: insieme al suo storico collaboratore Hubert Blanc-Francard – meglio noto con il nome di Boombass – nel 1996 pubblica il brano Foxxy, primo in assoluto a nome Cassius. Il pezzo ha un discreto successo, ma è nel 1999 che il duo esplode con l’album di debutto 1999, accompagnato da alcuni videoclip di grande presa con protagonista il personaggio della DC Comics Deadman, qui trasfigurato nel ruolo di vero e proprio supereroe della club music d’oltralpe. Altro lavoro fondamentale è l’album Au Rêve del 2002, contenente il singolo The Sound of Violence, song trascinante dalle sonorità quasi funk-rock scritta a sei mani e poi interpretata dalla voce suadente di Steve Edwards, che qualche anno più tardi presterà le corde vocali anche alla celebre World, Hold On della house superstar Bob Sinclar.

Nel 2000 appare nei negozi e in heavy rotation in radio e sui canali TV a tema musicale un altro brano fondamentale per il successo del genere nel circuito mainstream: si tratta della funkeggiante Lady (Hear Me Tonight) del duo parigino Modjo. 
Romain Tranchart, francese ma cresciuto tra Messico, Algeria e Brasile, ha un passato da chitarrista rock, anche se molto presto si avvicina al mondo della musica house pubblicando un pezzo per la Vertigo Records sotto lo pseudonimo di Funk Legacy, nel 1998. il suo compagno di avventure Yann Destagnol, invece, studia flauto e clarinetto durante l’infanzia e in seguito tenta di sfondare come cantante influenzato da artisti come Beatles, Beach Boys e David Bowie. I due si conoscono nel 1998 e iniziano subito a lavorare a Lady (Hear Me Tonight).

Caratterizzata da un sample di chitarra accattivante, tratto dal brano Soup for One degli Chic, la canzone è una bomba: raggiunge la vetta delle classifiche dei paesi di tutta Europa, aggiudicandosi il titolo di tormentone dell’estate 2000. L’anno seguente uscirà il primo e unico album del duo, l’eponimo Modjo, che pur riscuotendo un buon successo rimane un unicum: i due decidono di sciogliere il gruppo per dedicarsi ad altri progetti.

Nel 2001 esce anche Starlight di The Supermen Lovers, pseudonimo sotto il quale si cela il produttore e DJ Guillaume Atlan. Dopo l’esperienza con il duo School, Atlan apre nel 1999 la sua prima etichetta dedicata alla musica elettronica, Lafessé Music, e poco dopo inizia a dedicarsi al progetto The Supermen Lovers, così battezzato in omaggio alla canzone Superman Lover di Johnny “Guitar” Watson. Starlight è il singolo di lancio del primo album The Player: scritto a quattro mani con il cantante Mani Hoffman, è un pezzo dalle chiare atmosfere disco, caratterizzato da un groove di basso travolgente, dai cori eterei della vocalist israeliana Nili e dal campionamento del brano The Rock, un classico del funky americano di fine anni Settanta.

Per capire come si sia arrivati a questa esplosione di popolarità del genere nei primi anni Duemila, è necessario però fare un passo indietro e tornare, per un attimo, a quei due ragazzi impegnati a far scatenare il pubblico statunitense all’Even Further del 1996. 

foto di Sebastien Barre

Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo si conoscono fin dal 1987, quando si ritrovano entrambi a frequentare il Lycée Carnot di Parigi. Dopo l’esperienza con la band indie rock Darlin’, iniziano a sperimentare con synth e campionatori, arrivando a consegnare nel 1993 una demo al produttore Stuart McMillan, da cui sarà estratto il loro primo singolo, The New Wave.
È nel 1997, però, che il talento dei due impatta sul mercato globale: pubblicato da Virgin Records, l’album di debutto dei Daft Punk, Homework, è una scarica di adrenalina che fonde techno, house, acid ed electro, imponendosi da subito come il manifesto programmatico dell’intera scena francese. L’anno successivo, Bangalter sarà di nuovo protagonista grazie al successo di Music Sounds Better With You, pubblicata insieme ad Alan Braxe e Benjamin Diamond sotto il moniker Stardust, che diventa in qualche modo l’inno dell’intero movimento.

​Se Homework ha rappresentato la consacrazione underground, è con il successivo Discovery (2001) che i Daft Punk vengono riconosciuti definitivamente come architetti del pop contemporaneo. Si tratta di un disco molto diverso dall’esordio: se in quest’ultimo regnano sovrane sonorità sintetiche e martellanti, il nuovo lavoro dipinge coloratissimi paesaggi fantascientifici e intimi ritratti ad acquerello grazie alle più marcate influenze synth pop e disco music, forse prima meno evidenti tra gli ingredienti delle composizioni del duo parigino. Gli stessi Daft Punk dichiararono in merito che «Discovery è un focalizzarsi sulla nostra infanzia, è l’idea di guardare qualcosa con la mente aperta e non farsi troppe domande». Tutti i singoli tratti dall’album sono al contempo successi commerciali e pietre miliari che fanno fare un balzo in avanti all’intero mondo del clubbing.

Un altro personaggio fondamentale è sicuramente Pedro Winter. Classe 1975, Winter cresce ascoltando dischi rock, metal e hip-hop finché nel 1992 non scopre, insieme a suo fratello Thomas, il mondo della musica elettronica. Inizia così ad organizzare eventi musicali e soprattutto a lavorare come DJ in vari locali parigini sotto lo pseudonimo di Busy P, fino alla svolta nel 1996: Bangalter e de Homem-Christo lo coinvolgono nel progetto Daft Punk in qualità di manager. Rimarrà al loro fianco fino al 2008, vivendo da protagonista il periodo di ascesa e massimo fulgore del rivoluzionario duo.

Ma il vulcanico Winter non si può certo accontentare di gestire il più importante progetto degli anni Duemila in ambito di club music: nel 2002 fonda infatti la Headbangers Entertainment, agenzia di management con la quale curerà gli interessi di artisti come i già citati Cassius, mentre l’anno successivo creerà la Ed Banger Records, etichetta di fondamentale importanza per quel che riguarda il mondo dell’elettronica francese da qui in avanti. Riesce infatti a mettere sotto contratto artisti come Mr. Oizo, SebastiAn, Mr. Flash, Uffie, DJ Mehdi e, soprattutto, i Justice, che diventeranno di lì a poco la punta di diamante della Ed Banger in quanto gruppo più innovativo e commercialmente di successo dell’etichetta.

​Se i Daft Punk, la scuderia Ed Banger e I picchi commerciali di Supermen Lovers e Modjo rappresentano l’anima da dancefloor della Parigi a cavallo del millennio, esiste un’altra faccia della medaglia: elegante, rarefatta e malinconica. Per trovarla bisogna spostarsi di pochi chilometri dalla capitale e andare a Versailles, un angolo di estate senza fine incastrato tra passato e futuro, dove il mondo circostante sembra lontano e il caos della vita un problema di qualcun altro. La storia degli AIR parte da qui.

Nicolas Godin è uno studente di architettura con la passione per la musica elettronica. Dopo l’esperienza con il gruppo indie rock Orange, decide di dedicarsi a tempo pieno alla realizzazione del suo progetto musicale, per il quale però gli serve un compagno di avventure: troverà il suo alter ego nel professore di matematica (nonché ex compagno negli Orange) ​Jean-Benoît Dunckel. Quest’ultimo, diplomato al conservatorio in pianoforte e dalle forti influenze classiche, è il perfetto contraltare per il più sperimentatore Godin, con il quale darà vita agli AIR.

AIR è l’acronimo di Amour, Imagination, Rêve – amore, immaginazione, sogno – e il nome stesso della band sembra essere il manifesto programmatico della sua musica: un sound sospeso tra passato e futuro, posto nel cuore della tradizione francese anni Sessanta di nomi come Serge Gainsbourg, ma allo stesso tempo proiettato verso le fantasie sci-fi più avveniristiche del nuovo millennio alle porte.

Dopo alcuni singoli usciti tra il 1995 e il 1997, nel 1998 i due pubblicano il loro primo album, Moon Safari, che li lancia da subito ai vertici del nuovo sound elettronico che dalla Francia sta conquistando il resto del mondo. Brani come Sexy Boy, All I Need e Kelly Watch the Stars colpiscono la fantasia di critica e pubblico con la loro originale commistione di psichedelia, elettronica downtempo di matrice inglese, pop francese e classica, diventando al contempo un enorme successo commerciale.

Nel 2000 pubblicano The Virgin Suicides, colonna sonora dalle atmosfere rarefatte del film Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola, e nel 2001 un disco sperimentale come 10 000 Hz Legend, molto lontano dalle sonorità dell’esordio. Dovremo aspettare il 2004 per ascoltare il vero e proprio seguito di Moon Safari: Talkie Walkie, un album che suona senza sforzo modernissimo e antico anche grazie alla produzione di Nigel Godrich, celebre per le collaborazioni con gente del calibro di REM, Radiohead e Paul McCartney. Dall’album vengono tratti tre singoli, Surfing on a Rocket, Alpha Beta Gaga e soprattutto la famosissima Cherry Blossom Girl, che diventa la dedica perfetta per tutti i liceali innamorati ai loro boccioli di ciliegio.

Con la metà della prima decade del nuovo millennio, la french touch conosce una crisi portata dalla saturazione del mercato da cui fatica a uscire. In molti cercano di approfittare del fatto che, almeno a prima vista, gli ingredienti per produrre un disco french touch sono pochi e molto semplici: strutture ripetitive, melodie orecchiabili e sampling sembrano elementi facilmente riproducibili, quasi come fossero bulloni in una catena di montaggio, anche se in realtà, come in ogni genere musicale a primo ascolto “facile”, la creatività e l’originalità dell’artista sono fondamentali, e solo coloro in grado di nutrire le proprie composizioni con una produzione eccellente e samples di alta qualità possono riuscire a brillare. Forse, almeno a livello simbolico, questa prima wave è stata “uccisa” dall’uscita nel 2005 dell’album Confessions on a Dancefloor di Madonna, lavoro pesantemente influenzato dalle sonorità francesi del decennio precedente, riuscendo però in qualche modo a banalizzarne la portata. Ma qualcuno sta per arrivare a fare giustizia.

foto di Bertrand

Nel 2002, i graphic designer Gaspard Augé e Xavier de Rosnay si incontrano durante un party organizzato da un comune amico a Parigi. Il primo è un fan dei Metallica e ha esperienze musicali con band post-rock, mentre il secondo è un appassionato di pop e hip-hop. I due decidono presto di creare un remix per un concorso indetto da una College Radio: la scelta cade sul brano Never Be Alone degli inglesi Simian, grazie al quale ottengono, nel giro di una settimana, un contratto con la Ed Banger Records. D’ora in poi, i due saranno conosciuti come Justice. Never Be Alone diventa un successo con il nuovo titolo We Are Your Friends, e di lì a poco Augé e De Rosnay si chiuderanno in studio per registrare il loro primo, omonimo disco, universalmente conosciuto come Cross.

Cross è una boccata d’aria freschissima, sin dalla minacciosa intro simil-operistica della opening track Genesis: synth dalle distorsioni esasperate, drumming aggressivo e pesanti influenze hard rock sono le fondamenta su cui i due costruiscono l’album, che grazie alla sua attitudine electro-metal riesce a imporsi anche agli ascoltatori meno avvezzi alla musica sintetica. Brani come Phantom pt. II, Stress e Waters Of Nazareth sono uno schiaffo in faccia per chi mette sul piatto l’album per la prima volta, mentre la disco di D.A.N.C.E. e il funk aggressivo di DVNO fanno da collante con la precedente epoca della french touch. Il lavoro a livello di produzione è maniacale: Augé e De Rosnay dichiareranno di aver utilizzato qualcosa come 400 samples, alcuni manifesti e tantissimi talmente brevi da risultare irriconoscibili. Il successo di critica e pubblico è enorme e lancia i due producer francesi nello stardom assoluto del genere, influenzando pesantemente la musica elettronica, europea e non, del decennio successivo.

​L’impatto devastante di Cross chiude idealmente l’età dell’oro della french touch. Nell’arco di una decina d’anni – da quel maggio del 1996 tra le colline del Wisconsin, fino all’esplosione electro della Ed Banger – un manipolo di ragazzi francesi, armati di campionatori, sintetizzatori e una cultura musicale sterminata, è riuscito a dimostrare come il mainstream e l’underground possano parlare esattamente lo stesso tipo di linguaggio. Una svolta epocale, in grado di cambiare, una volta per tutte, le coordinate della club culture moderna.