Un festival internazionale di musica e cultura pop, sul lungomare e per le strade di Taranto: cinque giorni dedicati alle arti, finanziato con fondi pubblici. Si è appena conclusa la settimana del Medimex 2026, con la due giorni di sabato 20 e domenica 21 giugno che ha visto salire sul palco tarantino Pet Shop Boys, Slowdive e Suede come headliners. Si ingrandisce, così, la bacheca dei traguardi raggiunti dal festival organizzato dalle agenzie regionali PugliaCulture e PugliaSounds, con la partecipazione di Regione Puglia e PugliaPromozione, il patrocinio di Comune di Taranto e Università di Bari – polo jonico, l’intervento del Ministero del Turismo e il sostegno di sponsor locali e nazionali.
Una tradizione, quella del Medimex, che va avanti dal 2011 e che nel 2018 è stata trasferita da Bari a Taranto, sul main stage della rotonda del lungomare Vittorio Emanuele III, in giro per la città jonica e il suo borgo antico. E no, non è solo un festival musicale; con il Medimex siamo davanti a un evento unico nello scenario italiano ed europeo, dai molteplici contenuti politici e sociali, la cui esegesi è solo apparentemente semplice.
Partendo dagli aspetti più strettamente artistici, anche quest’anno le scelte di PugliaCulture e PugliaSounds puntano a dare voce a una vasta generazione – quella nata tra gli anni ’60 e ’90 – ormai totalmente dimenticata dall’industria discografica. Portare sul palco dei due mari artisti del calibro di Pet Shop Boys, Slowdive e Suede non è un maldestro tentativo di cavalcare la nostalgia, bensì la sottolineatura sull’insindacabile principio della musica come arte resistente. E qui si intende “resistenza” nella sua accezione più politica, come opposizione all’idea che l’esperienza artistica sia attraversata o da una “fenomenologia dell’usa-e-getta”, o dalla dimensione di “oltre-elitismo” ereditata dal neo-capitalismo contemporaneo. Tutte cose a cui Taranto, la città della più grande e distruttiva acciaieria d’Europa, non ha ancora perso la voglia di resistere.
I Pet Shop Boys, aperti dal duo barese Agents of Time nella serata del 20 giugno, portano sul palco jonico Dreamworld, il meglio della loro lunga carriera di pionieri del synth-pop, offrendosi come una sorta di rituale catartico per i 7mila spettatori, moltissimi dei quali che negli anni ’80 sono stati giovani, e che si abbandonano al sing-along su Go West e Always on My Mind. Quella del duo inglese composto da Neil Tennant e Chris Lowe è la serata di punta dell’evento, che però riserva altri ottimi colpi di scena il 21 giugno, stavolta con un pubblico più intergenerazionale; peccato solo per la scelta della domenica, che forse ha scoraggiato molti dall’intraprendere la trasferta. Gli Slowdive tornano al Medimex dopo il fortunato concerto del 2017, quando la sede era ancora Bari e il festival registrava i 50mila spettatori per il concerto gratuito di Iggy Pop; uno show intenso e magnetico, fatto di chitarre avvolgenti, decibel al massimo e atmosfere shoegaze, genere di cui la band inglese è stata fondatrice negli anni ’90.
L’entusiasmo schizza ai vertici quando sul palco salgono gli inglesi Suede, bandiera del britpop di cui hanno fatto la storia negli anni ’90. Scesa fin nel tacco dello Stivale per presentare l’ultimo disco Antidepressants, uscito nel 2025, e il nuovissimo singolo Emotionally Unavailable, la band di Brett Anderson, in stato di grazia, consegna al pubblico l’emozione di trovarsi di fronte al muro del suono creato dalle chitarre trionfanti sui loro brani più apprezzati. Quando partono Trash, Animal Nitrate, She Still Leads Me On e The Beautiful Ones è come se il legame tra gli anni ’90 e il presente non si fosse mai interrotto: la musica come terapia collettiva contro la sporcizia della vita moderna, per parafrasare il celebre album dei Blur.
Nota di merito, poi, anche per i richiami alla storia del punk. La serata del 21 giugno viene aperta dalla NYC Redux Band, super-gruppo coordinato da Marc Urselli che suona i brani dei Ramones, nel cinquantennale dell’esordio. Iniziativa che fa da controcanto al videomapping Hey Ho! Let’s go!, curato da Roberto Santoro e Blending Pixels e proiettato sulla facciata del castello aragonese, per celebrare la band di New York. Nella stessa direzione va anche la mostra fotografica The Ramones, Cbgb’s and New York City, curata da Ono Arte e attiva fino al 5 luglio nelle sale del museo archeologico MArTA, che espone le opere di Roberta Bayley, la fotografa che immortalò Joey, Johnny, DeeDee e Tommy appoggiati al muro che compare nella copertina dell’omonimo disco.
Insomma, un festival ampio, che abbraccia la cultura pop in quante più sfaccettature possibili. L’idea del Medimex, infatti, rimane quella di un «Festival democratico», come l’ha definito Cesare Veronico, coordinatore artistico della manifestazione. L’intervento pubblico permette di mantenere l’ingresso gratuito ai concerti de Le strade del Mediterraneo curati da Diodato nell’atrio del castello aragonese, agli showcase, ai talk, ai panel e agli eventi collaterali. E, soprattutto, garantisce una politica di prezzi popolare per le due serate principali – abbonamenti a 40 euro – che manda più di un messaggio al circo del live, da anni alle prese con un tentativo di autodistruzione in nome di profitti da moltiplicare all’infinito.
E non è un caso che il Medimex abbia accresciuto la sua connotazione di “festival resistente” con il trasferimento a Taranto, città che della resistenza è diventata un inascoltato simbolo contemporaneo. Spesso il dibattito politico sul capoluogo jonico si ferma alla superficiale considerazione per cui «Taranto non è solo Ilva, ma anche tanto altro», come se rimuovere i “solo” e gli “anche” non fosse precipua responsabilità della politica, che ha invece preferito considerare quella dei due mari una città sacrificabile sull’altare dell’industria feroce.
Parlando di Taranto come del capoluogo pugliese destinato «A crescere di più nei prossimi anni», Antionio Decaro, presidente della Regione Puglia, ha rafforzato l’auspicio su cui il Medimex sta lavorando da quasi un decennio. Si tratta di tradurre in prassi la filosofia del “pensare globale e agire locale”: in una città che ogni autunno saluta centinaia di giovani diplomati che vanno a studiare, lavorare e creare valore altrove, organizzare incontri formativi gratuiti sul settore della musica e delle arti rappresenta un’idea dal forte valore politico, seppur nel suo piccolo.
In definitiva, Medimex è la prova tangibile che il Sud esiste e resiste, e che c’è vita culturale anche al di sotto della linea gotica. Anzi, con l’intervento pubblico le cose si possono fare anche meglio di quello a cui ormai ci stiamo abituando, o forse rassegnando. È un piccolo passo, certo, ma è comunque qualcosa da rimarcare; in attesa che, finalmente, dai discorsi su Taranto vengano rimossi tutti i “solo” e gli “anche”.

