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“Love is the fing”, sopra ogni cosa

Con un’esplosione tanto magnifica quanto spaventosa, gli Idles ci raccontano quanto l’amore vada oltre ogni pensiero e concetto, nel bene e nel male


Finalmente è arrivato il momento che attendevo con estrema gioia da quasi tre anni: l’uscita del nuovo album degli Idles. Per chi non ha ancora avuto la fortuna di conoscerli, parto subito col dire che la band inglese di Bristol è la salvezza per gli ascoltatori dall’animo punk che navigano in un mondo di pop stagnante e ripetitivo. Nonostante siano un gruppo post-punk dal carattere duro e possente, mantengono all’interno un cuore tenero. I testi dei brani sono il loro asso nella manica, parole urlate direttamente dallo stomaco di Joe Talbot. Amore universale, fratellanza e immigrazione sono solo tre degli innumerevoli temi delicati che trattano nelle loro canzoni. 

Il loro esordio avviene nel 2017 con Brutalism, una scelta di nome che, associata alla corrente artistica “brutalismo”, introduce perfettamente il loro stile unico e personale, rude e con il cemento bene in vista. A seguire, a un anno di distanza, esce Joy as an Act of Resistance, a mio avviso il loro capolavoro in assoluto. Capitanato dal singolo di punta Danny Nedelko la band ha finalmente svoltato, entrando nel panorama internazionale con un brano che parla d’immigrazione e che si ispira alla storia di un loro caro amico, per l’appunto Danny Nedelko. Da qui in avanti avviene il graduale e sofisticato cambiamento: nel 2020 esce Ultra Mono, un’opera che segue le redini di JOY ma con una precisone e una scelta sonora ancora più accurata. Nel 2021, Crawler aumenta la dimensione introspettiva e si distingue per la grande presenza di elementi autobiografi, con testi che introducono l’ascoltatore a un viaggio intimo e personale.

Ma arriviamo a noi: il titolo TANGK, spiegano gli Idles, è un ibrido tra la parola “tank” – carro armato – e un’onomatopea che rappresenta le chitarre presenti nell’album, dal suono secco e duro. La copertina mostra un’esplosione su sfondo nero, ma sul suo significato ci soffermeremo più avanti.

Muoviamoci con ordine partendo da Idea 01, la prima traccia. Da subito è riconoscibile la presenza di un sesto elemento del gruppo. Per il quinto album gli Idles si sono affidati a Nigel Godrich, storico produttore dei Radiohead, che entra a gamba tesa già dalla prima traccia con suoni di piano e armonie di synth che ricordano, come sonorità, i suoi lavori passati. 

Lo scoccare del basso nella seconda traccia, Gift Horse, ci riporta alla potenza degli Idles, come a rassicurarci del fatto che non sono cambiati. Un pezzo molto serrato con tutti gli elementi della band incastrati in una danza aggressiva e potente, il tutto guidato dallo stile unico delle vocalità di Joe. Quasi a termine del brano, la band si lancia in una critica in puro stile Idles «Fuck the king, He ain’t the king, She’s the king».

In POP POP POP torna prepotente la presenza di Godrich: un brano ibrido composto da un beat serrato unito ai synth che, come anticipavo, riporta lo stile dei Radiohead. Elevato a uno stadio differente grazie alle vocalità caratteristiche, nel testo ritroviamo un termine tedesco nato per esprimere la gioia che si prova per la felicità altrui: “Freduenfreude”.

Nei due pezzi successivi. Roy e A Gospel, emerge molto la passione del cantante per il genere soul. La prima si contraddistingue per la batteria dal ritmo tribale, il basso a note singole e i contorni riempiti da un chitarrino che sembra arrivare dagli anni sessanta. Il tutto viene condito da un testo di scuse, riferito a una relazione passata. A Gospel abbassa ancora di più i toni grezzi e duri, portandoci con piano, synth e archi leggeri in un’atmosfera magica e soffusa dove vengono descritte immagini che raccontano la sofferenza di una relazione finita, quasi come fosse il susseguirsi delle vicende narrate in Roy. Questi due brani vanno a dimostrare, come successo già altre volte, che gli Idles sono in grado di avventurarsi in territori nei quali non sono avvezzi.

La seconda metà dell’opera ci fa ripartire con una secchiata d’acqua dritta in faccia, come a volerci far riprendere dalla discesa precedente. Una scala in salita di violini dalla durata di sette secondi che fa crescere la tensione e poi… «TANGK», entra un basso potente e corposo nel classico stile Idles. Così Dancer, uno dei singoli di punta, ci riporta nella classica atmosfera Brutalism che ci ha fatto innamorare della band, con una novità sonora data dai suoni elettronici in aggiunta.

Questa seconda parte dell’album ritorna a essere un qualcosa di classico, rimodernizzato con suoni elettronici influenzati dalla presenza di Godrich. Abbiamo il beat trascinato di Grace caratterizzato dalla frase che domina tutto il contesto dell’album « Love is the thing », il rock glam di Hall & Oates, il punk tribale di Jungle e la compattezza sonora di Gratitude. A completare tutto questo, troviamo Monolith, un monologo di Talbot circondato da una culla sonora di synth che rappresenta in definitivo la nuova evoluzione degli Idles, nel loro nuovo territorio di ricerca sonora.

TANGK non è sicuramente un album semplice, non risulterà sufficiente un ascolto frettoloso per poterlo comprendere a pieno. Dedicandogli però il giusto tempo e spazio, riuscirà a scavare in noi un’oasi di piacere e terremoti emozionali. Come rappresentata nella copertina, quest’opera è un’esplosione a metà tra la maestosa bellezza dell’amore e la  grande sofferenza che ne può derivare. Perché, dopo tutto, “Love is the fing”.

Davide Barbieri

Sommelier musicale dal 1996. “ Ti va un po’ di 美しい音楽 ? ” D.B.

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