Il tormento adolescenziale è una condizione obbligata che attraversa la maggior parte delle vite nel passaggio, questa volta realmente obbligato, in cui da mini umani ci si trasforma in giovani uomini responsabilizzati. Quella fase di transizione, intermedia tra i due modelli umani appartenenti allo stesso essere, essendo intrinsecamente trasformativa, è gravida di nuove sensazioni a cui il corpo e l’anima si devono abituare. Si deve ad esempio ricalibrare l’interiorità e l’esteriorità, comprendere il significato di parole come indipendenza e responsabilità. Si iniziano a nascondere i propri sogni infantili, a notare se e in che modo gli altri ci notano. Ma per buttarla sul banale, ognuno si comporta a modo suo, e comunque non sono qua a scrivere un trattato socio-pedagogico (e nemmeno un tema d’italiano, se non si fosse capito). Scrivo questa introduzione solo per dare un frammentario – e incompleto – contesto riguardo a ciò che prova quasi ogni essere umano adolescente dai 13 ai 20 anni (scrivo 20 anni perché ne ho 19, e voglio assicurarmi di essere compreso e sentirmi incluso in questa categoria).
Ora, ci sono molti modi per difendersi da questa – apparentemente, ma forse realmente – insanabile condizione. Uno dei metodi più diffusi è stato, e rimane oggi, il tuffo carpiato nel mare dell’arte. E quale migliore oceano tra queste acque sconfinate – che sono sicuramente più estese di quelle della nostra Terra – può essere adatto a questo tuffo spericolato e privo di certezze? La musica, teatro di candide e disinteressate gioie infantili, diventa ora lo sfogo – a forma di culla – perfetto per l’occasione.
«Gli adolescenti sono una forza commerciale onnipotente proprio perché i loro gusti sono così mercuriali», scriveva Alex Ross nel 1994, anno culmine di una delle più grandi ere che il rock avesse vissuto. Proprio in quegli anni uno spettro andava aggirandosi per il mondo: lo spettro dei Nirvana e di Kurt Cobain. E quale esempio più calzante per descrivere la “forza commerciale onnipotente” di quegli instabili esserini chiamati adolescenti se non il fenomeno dei Nirvana.
Volevo ingannare la gente. Volevo che la gente pensasse che non fossimo diversi dai Guns ‘n’ Roses. Perché in questo modo avrebbero ascoltato prima la musica, ci avrebbero accettato e poi forse avrebbero iniziato ad ascoltare alcune cose che avevamo da dire – Kurt Cobain
Ora, anche se le logiche di songwriting di Cobain non suonano proprio alla mercé dei testi, le canzoni che hanno influenzato intere coscienze giovanili non possono che dovere un po’ del loro potere d’azione all’estetica, all’attitudine e anche alle liriche di Kurt. I vestiti larghi, i maglioni bucati e le Converse ai piedi erano lo sfondo urlante di una chiara e ben visibile identità che era ontologicamente appartenente alla band, intrinsecamente formativa del gruppo.
Ed è ovvio che quel tipo di estetica fosse attraente perché sputava ribellione da ogni singola nota e da ogni suono, perché quel sentire così vicina la depressione di qualcun altro creava un legame immediato tra le due parti. Ci si sentiva meno soli a stare male in due. Certo non voglio ridurre a questo o sintetizzare l’operato di una delle più grandi band che la musica ci abbia portato, descrivendola con quattro frasette fatte sulla solitudine e sulla depressione. E nemmeno voglio paragonare capolavori rivoluzionari e opere d’arte immortali del genere con la – perdonatemi il termine – “monnezza” di cui stiamo per parlare (musicalmente parlando, s’intende). È importante però far capire in primo luogo il peso che ha avuto e ha ancora oggi una band come i Nirvana – peso mastodontico, sia per gli artisti sia per gli ascoltatori –, per poter leggere più chiaramente il movimento di cui stiamo per parlare.
Se nel 1994 i quattordicenni potevano ammirare Kurt Cobain sul canale televisivo di MTV, nel 2026 il palcoscenico per i giovani esordienti è diventato TikTok. Certo, sarebbe più corretto dire che nel 1994 i giovani esordienti non andavano in diretta su MTV e che un palcoscenico con letteralmente miliardi di ascoltatori in potenza per chiunque semplicemente non esisteva, ma intanto abbiamo spostato il focus sulla parolina magica che fa indignare. TikTok è diventato, oltre che uno dei più imponenti condotti cloacali al mondo, il teatro perfetto per pubblicizzare e rendere virale la propria musica, possibilmente sfruttando frasi che possano essere ripetute all’infinito e oltre.
Nel 2025 un brano inizia a fare il giro di TikTok. La canzone, dal carattere cupo, si chiama Nope Your Too Late I Already Died e in poche settimane entra nella Billboard Hot 100 al novantunesimo posto, confermando la potenza mediatica del social. Il 5 maggio dello stesso anno l’autore Wifiskeleton viene ritrovato morto a causa di una presunta overdose e il brano esplode letteralmente. Nel giro di qualche giorno, Nope Your Too Late I Already Died è colonna sonora di praticamente ogni video su TikTok e il mito di Wifiskeleton inizia a raccogliere le sue prime imitazioni.
Se è vero che fondare una band a 14 anni – sulla scia dei propri idoli che al tempo hanno fatto lo stesso – è una delle attività più stimolanti che ci siano, è altrettanto giusto far notare che i contrasti presenti all’interno di una band di adolescenti rendono il lavoro in studio quantomeno ostacolato. La band si deve poi esibire, bisogna metterci la faccia, marchiarsi il viso con il nome della propria band e in molti casi cucirselo con il distintivo degli sfigati. Pensare di poter produrre la propria musica da soli, in cameretta, senza doversi esporre o svergognare davanti a tutti è una prospettiva parecchio accattivante.
Certo, idealmente la musica di Wifiskeleton non è una novità. Il decennio scorso è stato colmo di artisti indipendenti usciti da Bandcamp che proponevano musicalmente qualcosa di vagamente simile. Alex G – nella sua versione offline –, Cavetown, la parentesi già social di BoyWithUke e Dv4d sono solo alcuni degli esempi di quell’indie rock malinconico che mette in primo piano testi sofferenti che affrontano i patimenti giovanili con il gentile accompagnamento di strumentali semplici e poco strutturate.
Il rapporto tra l’enorme successo del brano e l’apparente semplicità DIY, mescolata ovviamente all’estetica cupa di testi recitati e interpretati con un’attitudine stanca e rassegnata, porta come risultato l’immediata nascita di un fenomeno, un nuovo movimento, battezzato come losercore, ma che, per dargli una connotazione che non si limiti alla mera etichetta emotiva, chiameremo loser rock.

Brevi frasi autocommiserative, sfondi scoloriti e malinconici che recitano liriche cubitali in formato Brat generation sono solo alcuni degli elementi che compongono i TikTok – video che, di norma, non superano i 20 secondi –. Insomma, un trampolino di lancio perfetto per chi vuole aver successo romanticizzando la propria depressione. L’organico strumentale, che si spinge raramente più in là del quartetto voce, chitarra, drum machine e synth, accompagna le melodie più orecchiabili che sentirete per mesi.
«Abbasso tutti gli specchi in casa mia, odio il mio naso, occhi e bocca», «Voglio morire, corro via dai miei 24 anni» e ancora «Portatemi la mia bara sono pronto, la voglio» sono alcune delle liriche che costellano le canzoni del giovanissimo americano Overtonight.
Però, anche se è lecito scandalizzarsi o avere perlomeno un moto di stupore ascoltando un diciannovenne pronunciare queste parole, c’è da dire che non è una novità sentir parlare di tematiche così forti in un contesto simile. Il già citato Kurt Cobain nel 1993 titolava un brano I Hate Myself And I Want to Die, per nominarne uno, ma ci sono centinaia di esempi – anche più contestuali al genere – che affrontano argomenti simili, anche se mai così esplicitamente.
Per spiegarci meglio, anche se spesso è chiara la direzione tematica di un brano che parla di depressione o di disturbi mentali, questi sono sempre, quantomeno lievemente, velati. È difficile trovare nell’ indie rock testi così sfacciatamente espliciti. Il motivo per cui qui si grida e si manifesta la depressione in maniera così chiara è dovuto al modo in cui questi brani e questi artisti si fanno conoscere e alla piattaforma che gentilmente li ospita: se non sai scrivere un testo o vuoi attirare l’attenzione del pubblico in dieci secondi, questa è sicuramente la formula che fa per te.
Ma perché questa musica attira, perché questi video macinano milioni di visualizzazioni? È solo perché un adolescente si rispecchia in queste parole, vuole romanticizzare la sua tristezza e trasformare in un pregio la propria sofferenza per potersi distinguere e rendere più complesso e profondo un carattere altrimenti piatto (che è il motivo per cui sono depressi)? Ovviamente non è così.
Il neuroscienziato Robert Zatorre ha studiato ed evidenziato come la quantità di dopamina rilasciata da una canzone aumenti il godimento che traiamo da questa, ma non è abbastanza. «Il piacere non è l’unica cosa che innesca il sistema di ricompensa; anche l’aspettativa di piacere lo innesca». Dunque la nostra mente non cerca soltanto il momento in cui la melodia esplode o la frase ci colpisce, ma vive anche dell’attesa che li precede.
Se in un brano di quattro minuti devo aspettare due minuti e mezzo il ritornello – la gratificazione dopaminica, per intenderci – con un tempo di aspettativa, ma anche di attesa, abbastanza esteso, nelle canzoni loser rock la micro tensione pre-dopamina è brevissima, e oltre a risolversi subito viene sovrastata da un ritornello che spesso è ultra-orecchiabile e dalla ripetitività ossessiva. L’aspettativa che stimola il circuito della dopamina diventa quindi, in questo contesto, l’esperienza stessa della piattaforma. L’anticipazione durante lo scroll e lo scorrimento continuo compongono una ricerca attiva in direzione di nuovi stimoli e di nuova dopamina. Il brano, quindi, non è più l’unica fonte di piacere: diventa uno degli elementi di un meccanismo più grande, nel quale musica e piattaforma si alimentano a vicenda. Paradossalmente l’adolescente, inizialmente isolato, rassegnato, emarginato da una società troppo complessa che lo schiaccia e alla quale non vuole prendere parte, diventa il mangime perfetto che alimenta e fa monetizzare queste piattaforme: il carburante indispensabile di quella stessa società.
Mark Fisher, in Realismo capitalista, racconta di uno studente che teneva le cuffie durante le sue lezioni e che, dopo essere stato richiamato e invitato a spegnere la musica, aveva replicato che era talmente bassa da non riuscire nemmeno a sentirla. Un altro studente, nella stessa situazione, aveva rivelato di tenere in realtà la musica spenta. Se questi esempi sembrano semplicemente delle scuse ridicole di ragazzini che cercavano di evitare note o provvedimenti, beh, potreste sbagliarvi.
La sola presenza degli auricolari, infatti, era abbastanza per rassicurare gli studenti che la musica fosse lì, a portata di mano, vicino a loro. Un meccanismo che, nel 2026, agisce più o meno nello stesso modo, rendendo TikTok un’applicazione indispensabile da portare sempre con sé, saldamente installata sul telefono e ben lontana dall’essere eliminata: un ansiolitico passivo a portata di orecchio.
Il capitalismo non si limita a vendere il prodotto alle masse ma ne assorbe e codifica la sofferenza e l’apatia. Quella sofferenza e quella voglia di ribellione adolescenziale vengono inglobate e trasformate in un bene di consumo pubblico, rendendo la paralisi giovanile un combustibile necessario all’algoritmo.
Fredric Jameson, nel suo Post-moderno e società dei consumi, descrive lo schizofrenico lacaniano come ridotto a «un’esperienza di puri significati materiali; in altre parole a una serie di presenti puri e scollegati nel tempo» e cioè, rifacendoci ai nostri teenagers, delle vite scandite e dettate da un susseguirsi di immagini digitali, una sequenza di micro-stimoli visivi e sonori slegati tra loro. E in una vita che non segue più una linea temporale lineare, ma frammentata in clip di quindici secondi, qual è il senso di costruirsi un futuro se non c’è una prospettiva al di fuori del picco dopaminico? L’adolescente diventa qui l’utente ideale, che non cerca risposte nel mondo reale ma si crogiola in frammenti di totale assenza di senso, un nichilismo che si nutre di altro nichilismo per sopravvivere.

In questi mesi ho ascoltato loser rock senza tregua. Ho passato minuti, ore ascoltando canzoni su canzoni, guardando video su video senza sosta. Nel mio riepilogo “wrapped” finale del 2026 probabilmente Overtonight risulterà più ascoltato di Cameron Winter o di Syd Barrett. Ho condiviso la malinconia di s0rrow, mi sono fatto cullare dalle melodie di Overtonight e ho sofferto con loro diventandone quasi un conoscente, un amico. Mi sono sforzato, spremuto, obbligato a cercare un significato in una landa di brani che trasudano depressione e repressione da ogni nota senza fornire nessuna spiegazione dei loro motivi, ma poi ho capito.
L’arte non può evitare la realtà, ha il compito di rappresentarla, di descriverla più o meno meticolosamente e in questo caso, come sempre, lo sta facendo. Il nichilismo accennato in precedenza è sintetizzato in maniera magistrale da Wifiskeleton, da s0rrow, da Overtonight, che descrivono vite stanche, rassegnate e solitarie, facendosi poche domande e trovando altrettanti significati. Il fatto che la musica di questi artisti venga estetizzata e poi mercificata non significa che questa sia falsa; al contrario, è la più carnale rappresentazione del mondo in cui vivono. Il problema non sono artisti di 17 anni indipendenti che pubblicano canzoni dalla propria cameretta su TikTok, né tantomeno degli adolescenti che cercano rifugio e comprensione in altri ragazzi con cui sentirsi affini.
All’inizio di questo articolo descrivevo la musica come una via di fuga per gli adolescenti, ma se anche questa fuga diventa prevista, necessaria, o semplicemente merce, se non c’è più posto in cui scappare, allora la soluzione non è costruire infiniti cunicoli che verranno scoperti e poi sfruttati, ma forse ridisegnare dal basso quella città malata.

