L’inarrestabile scalata dei Gorillaz

A tre anni dall’ultimo album, i Gorillaz tornano con The Mountain, una nuova opera monumentale che trasforma il dolore privato in un mandala sonoro. Tra la psichedelia di Jaipur e il battito politico di Damasco, Damon Albarn e Jamie Hewlett firmano il loro lavoro più spirituale, orchestrando un dialogo inimmaginabile tra leggende viventi e voci dall’aldilà. È un ascolto catartico in cui il pop incontra il misticismo, accompagnato da un ritorno al disegno a mano che ci ricorda come, anche nell'era digitale, il cuore della musica resti profondamente, fragilmente umano
2 Marzo 2026

Sull’annosa e talvolta sterile discussione su chi sia il re del britpop, una sera a cena mi trovai a discuterne con un amico su quale fosse la differenza sostanziale artistica tra una figura come Liam Gallagher e Damon Albarn. Concludemmo che, se il primo ci ha consegnato con gli Oasis uno spaccato preciso dell’Inghilterra, quello dell’energia carica dei pub, quando i calici sono colmi e l’umore straborda, Damon Albarn, nei suoi diversi progetti musicali – Blur, Gorillaz e da solista – ci accompagna in universi sonori diversi. Basti pensare che, mentre il britpop svettava nelle classifiche negli anni ’90, lui si stava innamorando dell’Islanda, di cui ha poi preso la cittadinanza.

Con i Gorillaz, il progetto fondato con il fumettista Jamie Hewlett, abbiamo assistito a un approccio che ha avuto del rivoluzionario: quattro personaggi animati si caricano il peso dei riflettori della scena lasciando agli artisti la libertà di sperimentare. Così a tre anni dall’ultimo album – Cracker Island (2023) – Noodle, 2-D, Murdoc Niccals e Russel Hobbs ci portano ancora una volta in viaggio, questa volta in India.

Ma attenzione: come sottolinea Rolling Stone Italia, in questo disco non c’è traccia di quel turismo spirituale plastificato a cui spesso l’Occidente attinge. Il viaggio di Albarn e Hewlett a Jaipur, Nuova Delhi, Mumbai e Varanasi nasce da una necessità molto più profonda e dolorosa. Come rivelato nelle interviste, la genesi dell’album è segnata dalla perdita: sia Damon che Jamie hanno perso i rispettivi padri a soli dieci giorni di distanza l’uno dall’altro durante la lavorazione.

Questo lutto condiviso ha trasformato l’India da semplice suggestione sonora a spazio di elaborazione metafisica, in modo quasi analogo a quanto fecero i Beatles alla fine degli anni ’60 per elaborare la perdita del manager Brian Epstein

Per Albarn l’incontro con l’India e la genesi di questo album sono stati anche un ritorno alle radici della sua infanzia a Leytonstone, quando il padre Keith lo introduceva ai raga di Ravi Shankar.

Per Hewlett il lutto ha dettato una scelta stilistica: in un album che parla di radici e umanità, il tratto imperfetto della mano umana riflette la vulnerabilità del tema trattato. In una mossa in controtendenza rispetto alla CGI iper-definita degli ultimi anni, Hewlett ha collaborato con lo studio The Line per tornare alla cel animation (animazione su rodovetro). L’estetica è un omaggio ai classici Disney, come Il Libro della Giungla, di cui si vede un evidente richiamo nel corto Gorillaz – The Mountain, The Moon Cave and The Sad God

The Mountain è un simposio musicale che attraversa generi e confini geografici, attorno al quale si è riunito un gruppo di artisti stellari. Tra i nomi figurano gli Sparks, Johnny Marr (The Smiths), Paul Simonon (The Clash), Gruff Rhys (Super Furry Animals), Anoushka Shankar, Asha Bhosle, Ajay Prasanna, Amaan & Ayaan Ali Bangash, IDLES, Black Thought (The Roots), Yasiin Bey (Mos Def), Trueno, Bizarrap, Kara Jackson, Jalen Ngonda, Omar Souleyman. E poi le voci postume: Mark E. Smith, Dennis Hopper, Tony Allen, Bobby Womack, Dave “Trugoy” Jolicoeur (De La Soul) e Proof.

L’album si snoda attraverso quindici brani che Albarn ha definito un tentativo di rendere la morte meno spaventosa.  Se la prima metà del disco è più ritmata e funk, la seconda parte sprofonda in una riflessione meditativa e orchestrale.

Il viaggio ha inizio con The Mountain, il brano omonimo che apre la strada alla vetta. La voce di Dennis Hopper funge da guida spirituale, introducendo un’ascesa esistenziale. Il flauto di Ajay Prasanna e il sitar di Anoushka Shankar creano un’atmosfera rarefatta. Qui la montagna è l’Himalaya, il luogo dove le anime buone vanno a riposare, in un invito solenne alla calma.

The Happy Dictator è una delle vette teatrali del disco. Gli Sparks portano il loro tocco glam e ironico in un pezzo synth-pop apparentemente allegro, ma dal testo satirico e amaro. Albarn canta di illusioni e retorica politica ricordandoci che i Gorillaz non dimenticano mai di graffiare la realtà sociale.

Un momento di grande impatto emotivo è rappresentato da Orange County (feat. Bizarrap, Kara Jackson & Anoushka Shankar), già definita la nuova On Melancholy Hill. Nonostante la produzione di Bizarrap, il pezzo è una ballata solare e agrodolce. Il fischiettare spensierato e i fiati caldi bilanciano un testo profondamente commovente sul distacco: “You know the hardest thing is to say goodbye to someone you love”

The Empty Dream Machine è il cuore pulsante dell’album. La chitarra di Johnny Marr conferisce una struttura cristallina su cui il rap tecnico di Black Thought si innesta perfettamente. È una macchina dei sogni che ricicla il dolore per produrre una bellezza cinetica e ipnotica.

Il tono cambia drasticamente con Damascus, una traccia di rottura, politica e cupa. Il ritmo frenetico del dabke siriano è filtrato attraverso una lente distorta e dub. Qui la montagna diventa una barriera, un confine di guerra; è il pezzo più sporco dell’album, dove si ricorda che non esiste pace interiore se fuori il mondo brucia. Al contrario, The Shadowy Light è pura magia transgenerazionale. La voce della leggendaria Asha Bhosle vola sopra una base di elettronica spirituale e synth che sembrano usciti da un vecchio videogioco arcade. Il contrasto con la voce sognante di Gruff Rhys crea un effetto di reincarnazione sonora unico.

Se l’album inizia con l’ascesa, si chiude con la discesa catartica di The Sad God. La struttura ritmica si fa più rarefatta lasciando spazio a un flauto bansuri che sembra piangere e sorridere allo stesso tempo. Non è disperazione, ma quella che Jamie Hewlett definisce la saudade indiana: la consapevolezza che tutto cambia forma, ma nulla svanisce davvero. Il brano rappresenta il raggiungimento del Moksha, la liberazione dal ciclo delle rinascite, sciogliendosi infine in un tappeto di suoni d’ambiente registrati a Varanasi, lasciando l’ascoltatore in uno stato di sospensione pacifica. Mentre noi stiamo ancora metabolizzando i picchi e le dolci pendenze di The Mountain, Albarn e Hewlett hanno già dichiarato di essere al lavoro sul prossimo capitolo. Perché, come insegna la visione di questo disco, la montagna non è un punto d’arrivo, ma una scalata inarrestabile. E finché ci sarà un luogo nel mondo – fisico o immaginario – dove non sono ancora stati, i Gorillaz continueranno a suonare.