Come le immagini della Cura Ludovico rimangono scolpite nella mente del protagonista, così questo capolavoro di Stanley Kubrick è in grado di imprimersi nella memoria degli spettatori. Arancia Meccanica costituisce una pellicola di culto per tutti gli appassionati e riesce a conservare la propria aura anche a oltre cinquant’anni dall’uscita.
Sarebbe impossibile parlare di questo film senza dare la giusta attenzione alla colonna sonora, dato il suo strettissimo legame con la trama. Prevale il genere della musica classica, molto presente anche in altre opere di Kubrick (2001: Odissea nello Spazio, Barry Lyndon), che non disdegna nemmeno la musica contemporanea (Shining, Eyes Wide Shut). Tuttavia, in Arancia Meccanica il brano principale della colonna sonora è nientemeno che la Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven (o Ludovico Van, come lo sentiamo chiamare dal protagonista del film). La Nona viene inserita non solo in versione originale, ma anche rimaneggiata al sintetizzatore da Wendy Carlos (all’epoca Walter Carlos), che aveva già sfruttato il moog per reinterpretare capolavori classici, in particolare del periodo barocco. Il suo album Switched-On Bach – vincitore di tre Grammy Awards – è appunto dedicato interamente a Johann Sebastian Bach, mentre in The Well-Tempered Synthesizer troviamo anche composizioni di Handel, Scarlatti, e Monteverdi. Le trascrizioni di Carlos donano alla colonna sonora un timbro incisivo e penetrante, che si proietta verso il futuro sfruttando le grandi melodie del passato.
L’imponenza della componente musicale si unisce a una trama disturbante, sostenuta da un attore protagonista – Malcolm McDowell – che incarna magistralmente il leader dei drughi, Alex. Nella sua mente, la violenza è strettamente connessa alla musica, rappresentata nella sua forma più alta e pura proprio dalla Nona Sinfonia. C’è un’evidente dissonanza – per restare nel vocabolario musicale – tra l’eleganza dei brani che il protagonista ascolta e le azioni che compie. La sua amata ultra-violenza viene innescata dalla musica stessa: quando Alex decide di picchiare i compagni per ristabilire il proprio ruolo di leader, è illuminato dall’ouverture de La gazza ladra di Gioachino Rossini. Nella visita a sorpresa invece, la brutalità del gruppo è accompagnata dalla musica fin dall’inizio. Il disastro imminente è annunciato già dal suono del campanello: l’incipit della Quinta Sinfonia di Beethoven, famoso anche come il Destino che bussa alla porta. Una volta entrati, i drughi violentano senza pietà i padroni di casa mentre Alex canticchia Singin’ in the Rain – iconico brano tratto dall’omonimo musical con Gene Kelly. Qui la discrepanza tra ciò che sentiamo e ciò che vediamo raggiunge un livello ancora maggiore: l’energia distruttiva dei drughi viene accostata a una melodia allegra, celebre e cantata direttamente da un personaggio. Il risultato è la scena più caratteristica di questo cult, in cui convivono terrore, violenza e spensieratezza.
Il delitto più grande, tuttavia, avviene durante la Cura Ludovico, spacciata come miracolosamente guaritrice dei criminali, tanto da far guadagnare la libertà dopo solo due settimane di trattamento. Alex viene attratto dall’opportunità di uscire dal carcere, inconsapevole che verrà costretto a guardare scene di violenza e morte mentre ascolta la sua amata Nona Sinfonia. Questo crea in lui un collegamento indelebile tra la percezione delle due cose e il malessere causato dal farmaco. Ed è così che il più grande capolavoro di Beethoven – scritto per la maggior parte negli anni di completa sordità e ancora oggi inno universale di fratellanza – si trasforma in uno spettacolo grottesco e rivoltante. La maestosità e la purezza che prima apparivano così luminose hanno lasciato il posto all’oscurità e alla bassezza dell’animo umano.
Il caro Ludovico Van è stato assassinato.
Alex non riuscirà più a compiere o pensare atti violenti senza essere sopraffatto dalla nausea e dal dolore e allo stesso modo non potrà più ascoltare la Nona. Solo sul finale del film – che ribalta la versione del libro – il protagonista guarisce dalla cura e la sinfonia torna a risuonare nei suoi pensieri violenti.
Era il 1824 quando la Sinfonia n. 9 in Re minore veniva eseguita per la prima volta. Il pubblico di Vienna ringraziò il compositore – ormai sordo – sventolando euforicamente in aria i fazzoletti. Certamente la grandezza di questo brano è rimasta intatta a distanza di secoli ed è facile sentirlo ancora eseguito nelle più importanti sale da concerto.
Anche Arancia Meccanica, nonostante la giovane età e un’accoglienza iniziale diffidente, sa difendersi bene dallo scorrere del tempo. Questo titolo è ormai un classico delle rassegne sul cinema d’autore, che vale sempre la pena rivedere sul grande schermo.
Kubrick, come Beethoven, ha realizzato un’opera eterna, con una potenza tematica e drammatica tale da renderla universale e mai obsoleta.

