Nonostante l’autunno volga al termine, la cara vecchia Milano non ci pensa proprio a scrollarsi di dosso quel suo grigio e scivoloso piovigginare. Questa sera, il classico slalom nel nevrotico traffico meneghino si arresta al circolo Arci Bellezza. Qui anche le giornate più ingarbugliate riescono a trovare degno conforto tra “balli e carezze”, come recita uno degli slogan/anagrammi del locale. Ad affollarlo in data 17 dicembre è Ginevra, cantautrice e musicista torinese che ha trovato la sua cifra in un synth pop ipnotico, ovattato e mai strabordante. Protagonista del tour, giunto ormai alle sue battute finali, è il suo ultimo disco Femina (2025, Asian Fake) che, a differenza dei lavori precedenti, sceglie dal guardaroba un abito rock e quindi più ambizioso in ottica live. L’urgenza di una rottura col passato viene contestualizzata da Ginevra che durante il concerto spiega: «noi ragazze dobbiamo sempre difenderci e io con questo album volevo difendermi». Una svolta musicale, la sua, dietro cui si cela la forte necessità di farsi ascoltare. Con Femina, la cantautrice ha trasformato in grido di lotta le tante storie di donne costantemente intrappolate nella morsa tra oppressione e resistenza. «È per mia nonna, le mie amiche e per tutte quelle donne a cui hanno strappato la voce».
A rompere il silenzio sono i componenti della band, in una formazione nata in concomitanza con lo stesso Femina – Gabriele Mellia al basso, Marco Fugazza alla batteria e Domenico Finizio (già membro dei Tropea) alle chitarre –, seguiti poi da Ginevra che li raggiunge dopo una breve intro strumentale per inaugurare il set. La prima parte del live è tutta dedicata alle nuove sonorità, il pubblico si scalda gradualmente fino ad accendersi sulla roboante My baby!, manifesto musicale delle recenti esplorazioni. Il brano che invece racchiude il contenuto politico dell’opera, nonché la title-track Femina, si fa desiderare per tutta la serata prima di trovare sfogo nell’intenso finale. Attingendo sia dal disco d’esordio Diamanti (2022, Asian Fake) che dall’EP Metropoli (2020, Asian Fake), la sezione centrale del concerto si configura piuttosto come una retrospettiva. Mentre la band si ritira momentaneamente, Ginevra è libera di scatenarsi decorando le sue vecchie produzioni grazie all’uso di sintetizzatori e distorsori vocali. La parentesi club passa anche per brani meno popolari come Calamite prima di esaurirsi con l’emotiva Rajasthan. Scritto originariamente per il fratello, questo canto di riconciliazione suona come un’invocazione speranzosa che la cantautrice decide di rivolgere a tutto il popolo palestinese.

Quando la band riprende posto sul palco si entra nella terza e ultima fase del set. Cosa voglio cosa vuoi aiuta a riposizionare il focus sui nuovi arrangiamenti dalla verve incendiaria, ricreando la giusta atmosfera in vista dell’esecuzione di Femina. I primi versi del brano-manifesto sono così potenti che l’artista decide di lasciarli riecheggiare nel silenzio, spogliati di ogni accompagnamento.
«So che hai paura di me perché ho troppo da dire
So che ti piace guardarmi, guardarmi soffrire
Mi hai tolto la voce
Ma ho un’altra occasioneQualcuno ti ha detto che esisto per dare piacere
E questa è la guerra dell’uomo che vuole potere
E brucia il mio nome
E brucia ogni traccia di me»
Per il vero finale, Ginevra ha come asso nella manica l’ultimo singolo Spacco tutto, che nella seconda strofa vedrebbe la partecipazione di Meg. La cantautrice napoletana – nonché ex membro dei 99 Posse, storico gruppo hip hop/reggae – non fa la sua apparizione, ma il suo rap incisivo riempie comunque il locale seppur in versione registrata. Un sentito giro di ringraziamenti, poi l’ultimo appello e la torinese può finalmente lanciare il ballo che chiude la serata: «ricordiamoci di alzare la voce e spaccare tutto».
Tra pochi giorni Ginevra festeggerà l’anniversario del suo disco più complesso e maturo, ma prima potrà ritrovare un’ultima volta il calore di casa prima dell’atto conclusivo nella capitale. Di questo lungo tour, al suo pubblico rimarrà la consapevolezza, forse rinnovata, di come la musica dal vivo possa essere un gesto di resistenza. Le nostre battaglie sembrano meno impraticabili quando si fa fronte comune, alzando assieme la voce anche e soprattutto per chi non può più farlo.




















