La protesta collettiva di James Blake

Nei giorni scorsi James Blake ha dato voce alla sua rabbia contro l'autenticità in saldo dell'industria musicale. La massiccia condivisione del suo pensiero ha fatto sorgere una riflessione necessaria: quando il successo si compra e l'autenticità si svaluta, cosa rimane della musica? Tra playlist comprate, bot-fan e giornalisti mercenari, l'industria musicale ha creato un circuito chiuso dove chi paga vince. Ma la voglia di rivoluzionare questo sistema si respira e qualcosa, dal basso, si muove
26 Giugno 2026

Qualunque sia la personale riflessione scaturita dopo la pubblica critica di James Blake nei confronti dello stato dell’industria musicale attuale – un fare luce su dei problemi o sparare nel vuoto –, di sicuro ciò che rimane è un forte senso di comunità legato al desiderio collettivo di riformare il funzionamento degli ingranaggi che muovono la “macchina-musica”. Che la salute del mercato musicale e della sua industria – produttiva ed editoriale – sia cagionevole è ormai chiaro da diverso tempo a tutte e tutti coloro che si interessano di musica e si guardano un po’ attorno per capire che aria tira.

Come scrive James Blake nelle sue storie Instagram (il cui post riportiamo in calce a quest’articolo), che hanno fatto il giro del mondo in appena 24 ore tra ricondivisioni e commenti, oggi l’ago della bilancia tira tutto verso un sistema falso e falsato, che ruota essenzialmente attorno al denaro piuttosto che alla qualità di un lavoro, brano o disco che sia. Già dall’ascesa di Spotify quasi vent’anni fa, si era intuito che il sistema dell’industria musicale – che già nel suo essere “industria” dovrebbe far accendere molte lampadine – sarebbe cambiato in maniera radicale a causa della presenza massiccia dei numeri, sia come algoritmi che come metro di valutazione del successo per le artiste e gli artisti. Non è una novità infatti che le fatidiche “playlist editoriali” di Spotify non siano in realtà curate da esseri umani che hanno ascoltato e apprezzato i brani, bensì regolate da codici, algoritmi e soprattutto soldi. Perché per riuscire a entrare in quelle liste-compartimenti stagni è necessario avere la possibilità economica di comprare uno spazietto al loro interno, acquistare la possibilità di avere un riscontro che diventa praticamente certo dal momento in cui queste playlist vengono messe in primo piano e seguite da milioni di utenti.

Questo meccanismo ha provocato un effetto domino su tutto ciò che ha a che fare con la produzione stessa della musica, perché oggi un “disco d’oro” non si baserà più sulla reale vendita e diffusione dell’album, bensì sugli stream. È iniziata così, con Spotify, la lenta e assoluta smaterializzazione del disco in favore della comparsa dei tanto temuti e bramati numeri: quanti ascolti e quanti ascoltatori mensili, quante persone seguono questa o quella playlist, e così via. Quantificare per poter vendere, che cosa? Uno spazio assicurato di visibilità e fama. E quali sono le conseguenze sintomatiche di questa mutazione? La possibilità di acquistare il successo e un calo vertiginoso della cura e dell’attenzione nella creazione stessa della musica. Va anche sottolineata la rilevante frustrazione che i numeri provocano in coloro che suonano: se non raggiungi una certa cifra di stream, probabilmente non riuscirai a suonare in questo o quel contesto perché “non sei abbastanza ascoltato” e diventi automaticamente un investimento inutile. O ancora, la forte competizione che inevitabilmente provoca il doversi confrontare – anche contro la propria volontà – con i risultati di qualcun altro. La musica dovrebbe unire, non disunire.

Ecco allora che, quando parla della falsità estesa presente nel sistema musicale odierno, James Blake sfonda una porta aperta in quanto oggi la reale preoccupazione di ogni artista consiste nel trovare il denaro sufficiente alla promozione del proprio lavoro, perché senza una buona base di spam mediatico (social media, playlist pubbliche, trend) e di spam editoriale (buone recensioni, sia su carta sia online) il suo disco rischia di risultare già in partenza un naufragio commerciale ancora prima che possa diventare fruibile sulle ineluttabili piattaforme. Ancora risuona l’inchiesta avanzata da Eliza McLamb secondocui persino i Geese, con la loro collaborazione con la società di marketing digitale, la Chaotic Good, per la promozione del disco Getting Killed si siano lasciati andare alla creazione di bot-finti fan che pare abbiano avuto il compito di costruire il mito del gruppo nell’immaginario collettivo. Uno dei punti citati da Blake, infatti, è il cosiddetto bandwagon effect che consiste nel creare un bias cognitivo per il quale tutte e tutti pensano la stessa cosa di uno stesso oggetto: come membri di nuova comunità immaginata, i fan-bot hanno il compito di diffondere un’idea positiva dell’artista di turno mediante commenti e realizzazioni di video fanbase da postare sui social. Ecco allora che ritorna centrale il discorso sull’autenticità reclamato da Blake, sicché per colpa di tutti questi ingegni mediatici, aggiunti al nuovo fenomeno della musica generata dall’intelligenza artificiale – argomento che meriterebbe un discorso a sé stante –, è diventato difficile se non impossibile per un artista smarcarsi tra gli algoritmi (pagati) e riuscire a conquistarsi una fetta di pubblico.

foto di Antonio Pio Roseti e Giorgia Mirabile – James Blake live @ OGR, Torino

La disumanità dell’industria musicale attuale si corona con il conseguente declassamento della figura del critico musicale, da giornalista di cui fidarsi a mercenario della musica. Internet in principio, con la possibilità estesa di scrivere e pubblicare anche solo due righe su un qualsiasi oggetto, e il sistema Spotify poi, hanno disintegrato la professione del giornalista musicale che, per poter continuare a svolgere il suo lavoro, spesso accetta di scrivere – o parlare, ai tempi dei social media – positivamente di un disco in cambio di denaro. Vendere la sua parola. La critica musicale ha tra i suoi fondamenti il gusto personale di chi scrive, cercando di tendere al massimo verso un’oggettività impossibile da ottenere. Questo faceva sì che si creassero delle fette di pubblico maggiormente legate a una specifica penna piuttosto che a un’altra. Quasi come fosse un influencer ante litteram – e subito mi ritraggo dall’impiego di questo termine che possiede connotazioni assai negative –, il critico musicale riusciva a creare un’affiliazione con i suoi lettori basata sulla sintonia dei gusti musicali. Ma, soprattutto, aveva la possibilità di vivere di questo.

Oggi tutto questo suona utopico: le riviste autentiche stentano a sopravvivere e devono ingegnarsi il più possibile per rimanere in piedi, integre e non vendute. Quando viene meno la sincerità crolla tutto il sistema ed è esattamente questo quello che ad oggi ci fa scuotere la testa e restringere le spalle. Certo, può capitare di imbattersi in qualche nuova persona che, in controtendenza e a discapito di tutto, decida comunque di portare avanti la propria voce in modo autentico; tuttavia, quando a un certo punto i famosi numeri aumentano diventando così per l’economia musicale utili e interessanti, spesso assistiamo al tracollo editoriale e alla morte dell’autorialità. La macchina dell’industria musicale ha sviluppato un circuito chiuso che ruota attorno alla moneta e, tra i molti effetti collaterali, vi è il dispiegarsi di un orizzonte musicale traboccante di lavori di scarsa qualità che però riescono a raggiungere il grande pubblico senza sgomitare, perché semplicemente pagano i cosiddetti “giusti contatti”. Le logiche economiche del capitalismo hanno distrutto l’autenticità e la saturazione dell’ipercapitalismo sembra aver reso tutto venduto e vendibile, ma ci sarà una qualche speranza?

Dalle migliaia di ricondivisioni delle parole di James Blake è lampante il desiderio comune di una riforma in primis valoriale e successivamente pratica del funzionamento dell’industria musicale. Il pubblico vuole «il vero, sincero», come canta Rareş. E non solo il pubblico, anche le artiste e gli artisti – come dimostra la pubblica protesta di Blake – vogliono che il loro ruolo e il loro lavoro sia trattato con più rispetto e attenzione. Come scrive l’artista in chiusura al suo intervento, considerando tutto il marcio che circola nelle vene del sistema musicale, oggi essere un artista che si rifiuta di piegarsi a certe logiche è degno di credito e quasi ammirazione. In molte e molti, sia utenti sia musicisti, hanno cominciato a ritirarsi dalle piattaforme streaming più gettonate, in particolare da Spotify in seguito all’evidente e sbandierato interesse genocida del suo CEO Daniel Ek. Tra questi, uno dei casi più importanti è quello del collettivo post-rock canadese Godspeed You! Black Emperor, il quale ha rimosso definitivamente tutta la sua musica da ogni canale di distribuzione digitale, permettendo l’acquisto e la fruizione solo più attraverso Bandcamp.

Insomma, dal basso qualcosa si muove e lo fa con l’intento di trasformare il meccanismo che regola il mercato musicale, provando a salvare il salvabile. Diversi collettivi hanno già messo in piedi piattaforme trasversali senza scopo di lucro che hanno come obiettivo primario la diffusione esclusiva di musica indipendente, di artiste e artisti che si autoproducono ancora in cameretta o che semplicemente non possiedono il capitale necessario per permettersi un’agenzia stampa. Numerose realtà editoriali mantengono il loro status indipendente e autentico, dovendo purtroppo sacrificare lo status di pubblicista o giornalista e qualificare il loro lavoro come attività di piacere e/o hobby integrato a un altro lavoro principale, che permetta loro di arrivare a fine mese. è il segno però che qualcosa – ma soprattutto, qualcuno – resiste contro questi cumuli di fumo e nebbia sopra le nostre teste: dal basso non ci si arrende e non si smette di immaginare ed edificare nuove strutture possibili che creino il giusto spazio di visibilità, ascolto e condivisione nel mondo della musica, questo perché la passione comune consente di creare un terreno alternativo sopra il quale costruire e nutrire rispetto reciproco.

Come spesso accade, l’unico ultimo barlume di speranza risiede nell’animo di chi ci crede e agisce anche a costo di andare controcorrente, pur di restare sincero e fedele ai propri principi. Il rispetto nei confronti di quello che ci appassiona è il primo passo radicale (e niente affatto banale!) per raggiungere un cambiamento. Ritorniamo a lasciarci tentare nei negozi di dischi, lasciamo che le persone attorno a noi ci contagino e ci ispirino, cerchiamo di lasciarci alle spalle gli algoritmi e i numeri. Crediamoci, rendiamolo possibile.