La freschezza nella scena italiana di cui non si parla (abbastanza)

«Reminder: friends who show you new music are important». Tempo addietro circolava questo meme, veritiero: abbiamo bisogno di freschezza, specie nei giorni bui e pesanti fatti di routine serrata. Ma c’è un movimento di nuova musica che meriterebbe ben altra ribalta e, per paradosso, in Europa questa scena gode di maggior credito che in Italia
10 Dicembre 2025

La musica è quantomeno un modo per arredare la nostra fretta, mettere delle lucine colorate al nostro ritmo forsennato: rende tutto più sopportabile. Ma talvolta si sente dire che lo scenario è desolante. Esce la line up di Sanremo. Stavolta non c’è nemmeno nessuno da tifare. Noi musicofili, quanto spesso ci lamentiamo della scena musicale italiana mainstream? Del fatto che il pop si ripete sempre, con rare novità, uguale da decenni? Che ci sono artisti al trentacinquesimo tour mentre giovani talentuosissimi faticano a prendere 50 euro nei piccoli pub delle città di provincia – e Roma, Milano o Napoli non vanno meglio – pervasi da rassegnazione, povertà e voglia di piangere? Sotto i nostri occhi, qualcosa di buono si sta muovendo, lento e costante, come un ghiacciaio che scivola a valle. E ogni tanto fa rumore.

Non c’è nessuna rivoluzione: la cultura resta largamente sottofinanziata, chi vuole fare arte è spesso ridotto alla fame e i locali non danno segni di inversione di tendenza rispetto ai tempi del Covid, quando chiudevano uno dietro l’altro. Eppure, sotto la cenere di un grigiore rassegnato, specchio di un’Italia vecchia – e invecchiata male –, sorda alle urla dei giovani e cieca dinanzi a un futuro spettrale e distopico, dei tizzoni ardenti fanno intravedere da anni scintille sempre più brillanti, a tagliare un buio angosciante. È la contaminazione, bellezza: la mescolanza della tradizione canora e compositiva italiana più colta. Produce succosissimi frutti quando incontra le sonorità moderne dal resto del mondo e segnatamente dal macromondo della musica nera, già dai tempi di Pino Daniele.

Chi ha le orecchie aperte sa bene come il mondo stia continuando a cambiare, con tutti i limiti di un sistema economico diseguale, con la tragedia della mancanza di soldi per aprire teatri comunali, che però ci sono sempre per comprare bombe e petrolio. La metamorfosi è epifenomeno della vita stessa, e la musica sopravvive nonostante tutto. 

È passato ormai un quinquennio dal passaggio a Sanremo di Folcast, cantautore in studio e uomo superfunk dal vivo; da quella di Davide Shorty, altro istrionico personaggio di quella nuova scena che dai vagiti è passata alle lallazioni, e ormai articola concetti condivisibili; Marco Costa, Oumy N’Diaye e prima ancora l’ottimo Ainé. E come non citare RBSN o Il Mago Del Gelato. Questa scena esiste ormai da oltre un decennio, ma rimane relegata in secondo piano dalla violenza dell’algoritmo, dalla vecchiaia del pubblico nazionale, dalle logiche perverse di Spotify, il cui CEO reinveste in start-up di droni militari i 690 milioni di dollari di profitti intascati, mentre un artista indipendente con 25.000 streams si può comprare al massimo un paio di calzini nuovi. 

Ma non tutto è marcio, non tutto è perso. Capita che un ragazzo siciliano pieno di talento suoni i suoi pezzi a Siracusa, magari sulla spiaggia, e venga ascoltato casualmente da un curioso personaggio nordeuropeo, che decide di suonare con lui e aiutare a produrlo: è Erlend Øye dei Kings of Convenience, che fanno aprire alcuni loro concerti a Marco Castello. Forse è il personaggio più in auge di questo piacevole e freschissimo jazz pop in salsa italica che si fa strada. Ma qualcuno potrebbe citare Emma Nolde, che pur molto diversamente, meno di rottura e forte di un bellissimo pezzi con Brunori Sas qualche tempo fa, ha deciso di strizzare l’occhio alla propria anima musicale, piuttosto che all’algoritmo. L’Italia continua ad elargire alle orecchie del mondo nuovi talenti: una scena quasi carsica, che continua a procedere ineluttabile all’ombra delle luci dei grandi palchi calcati da Annalisa, Elodie, Mengoni e soci: certo, gente che sa fare il suo mestiere. Ma se la musica è innanzitutto un bisogno creativo, è a questi ragazzi rimasti chiusi nell’ascensore rotto della popolarità che ha senso guardare. 

Una band che da questo punto di vista – con contaminazioni ancora diverse – ha rappresentato la grande novità in termini di popolarità internazionale, sono i  Nu Genea, veri precursori della rivincita dello stivale che resiste cercando più qualità che streams. Mentre in Italia si faceva fatica a vederli su grandi palcoscenici – nel 2023 aprivano i Jamiroquai a Lido di Camaiore –, i due musicisti di stanza a Berlino impazzavano già nei festival europei con il loro sound maledettamente mediterraneo, così napoletano, così francese, eppure così mondiale. Ma non sono i soli, per fortuna. L’Italia infatti fornirà undici artisti all’Eurosonic 2026, dopo essere già stata focus country nel 2025.

La notizia di queste settimane è che Coca Puma, artista che si è distinta allo stesso modo in questi ultimi due anni e si inserisce perfettamente nell’alveo descritto, farà il suo primo tour europeo: cinque date, tra cui Londra, Parigi e Berlino. Niente male per un’artista che non appartiene alla scena mainstream, forse al lavoro proprio per riscrivere il concetto di scena mainstream. Perché poi ci portiamo addosso questa ipocrisia tutta italiana: gli artisti che hanno fama all’estero godono a priori del nostro credito, se invece un’artista come lei brilla in Italia sui palchi da 500-1000 persone, non ce ne interessiamo. Quindi dobbiamo beneficiare delle abilità di “scouting” di impresari musicali esterofili altrove per apprezzare ciò che di buono sforniamo nel nostro Paese. Giovani che devono andare all’estero per avere ciò che meriterebbero anche qui: una storia già sentita, un canovaccio stantio che noi seguaci delle novità siamo stanchi di raccontare come inesorabile.

E allora c’è ragione di nutrire speranza. Qualcosa si muove, tanti grandi vecchi lentamente si defilano, e tante belle novità si affacciano. Sembra che ci si trovi nell’interregno di cui parlava Gramsci, e se si guarda chi ha scelto Carlo Conti per il prossimo febbraio viene proprio da dire che la guerra è tutt’altro che vinta: i “nuovi mostri” scendono già scalinate importanti per crogiolarsi narcisisticamente su tappeti rossi stesi loro indebitamente. Ma il tempo è galantuomo, e noi spingeremo sempre il Paese del bel canto in direzione ostinata e contraria