Jazz is Dead! 2026: indietro, per andare molto avanti

Con il sottotitolo "backwards", la nona edizione del festival di musica d'avanguardia di TUM, Arci Torino e Magazzino sul Po ha riposizionato se stesso e il suo pubblico. Un processo di autoanalisi che mette l'etica e l'identità al centro, non soltanto musicalmente: una scelta politica intenzionale che rivendica le dimensioni ridotte come unica soluzione per la resistenza
1 Giugno 2026

«Jazz is Dead! non è il mio festival, è nostro», ha dichiarato il direttore artistico Alessandro Gambo nel consueto discorso di chiusura che, come ormai da tradizione, ha anticipato il suo dj-set conclusivo. Ed è proprio dalla fine che ha senso partire, risalendo a ritroso, per fare mente locale su cosa sia stata la nona edizione del festival torinese di musica d’avanguardia organizzato da TUM, Arci Torino e Magazzino sul Po. Perché backwards – ovvero “all’indietro” – è stato il sottotitolo scelto per raccontarne l’essenza, capovolgendo il conteggio e ripartendo metaforicamente dal suo opposto: quel numero 6 che, nella storia della rassegna, era accompagnato dalla dicitura «chi sei?», a indicare la necessità della direzione artistica di interrogarsi sulla rotta da seguire.

La risposta è arrivata a quattro anni di distanza, andando indietro tanto fisicamente quanto concettualmente per potersi – e poter – dire chi essere. Dalle spire di cemento del Bunker una radice si è imposta, portando l’intero progetto, pubblico compreso, a scoprire un angolo di Torino insolito e poco esplorato. Il corvo che troneggia nel logo di Jazz is Dead! e ne fa da mascotte si è appollaiato su un ramo periferico della città, a Cascina Falchera, e ha cominciato il suo gracchiare distorto e in controtempo. Un richiamo che ha smosso e insieme accarezzato il bosco sul retro del podere, alternando dissonanze a leggeri soffi. Un suono capace di attirare e respingere, di spingere avanti e indietro: creando un moto ondulatorio che ha attraversato chiunque si trovasse sopra, sotto e intorno ai palchi. Le teste ondeggiavano al ritmo degli alberi, i corpi si muovevano assecondando il leggero fruscio di quei ciuffi d’erba che hanno resistito alla calura.

Si è percepita una sensazione che lega, che fa sentire parte di qualcosa cresciuto insieme a noi e che vuole in tutti i modi possibili mantenere salda la propria bussola morale. Anche quando questo significa abbandonare spazi blasonati pur di poter affermare la propria identità originaria, senza dover scendere a compromessi sulle intenzioni. Per questo Jazz is Dead! – prima ancora che un festival musicale – si è dimostrato una comunità politica consapevole, che fa dell’inflazionata “direzione ostinata e contraria” non un vezzo borghese, ma un voto da mantenere in ogni scelta. I prezzi calmierati, l’acqua pubblica e gratuita, la decisione di ridurre le dimensioni spostandosi ancora di più ai margini della città: tutto ha raccontato di una resistenza atta a consolidare una visione legata a doppio filo con la proposta artistica.

Una musica che si è fatta traccia, un tassello volto a raggiungere una meta poi coniugata con altre anime culturali. Il suono è stato la piattaforma da cui Jazz is Dead! ha iniziato il suo volo, per poi calibrare la planata in funzione dell’ambiente, delle persone e del contesto. L’estensione alare è partita ovviamente dalla scelta di chi ha animato i presidi musicali, esplorando le sfumature dello stato di salute di un genere che oggi non ha una sola anima, ma che in un secolo ha cambiato piumaggio, accogliendo diverse variazioni rispetto al colore nerissimo di partenza. Il jazz muore ironicamente per rinascere infinite volte, tornando costantemente indietro per poter andare avanti.

Via libera, quindi, alle letture notturne e soffuse di Emidio Clementi, che ha accompagnato il pubblico con i suoi racconti, alla coesistenza tra le sonorità libanesi dei Sanam – immerse nella crisi contemporanea – e lo schizofrenico hyperpop accelerazionista di Aya. Il campo e il campeggio sono stati attraversati, ballati e suonati da contrasti brutali ma perfettamente coerenti: dalla violenza trap metal di Lord Spikeheart alla raffinatezza math rock degli statunitensi Horse Lords; dalla complessità rarefatta della prima esibizione italiana del The Kilimanjaro Darkjazz Ensemble fino al set di classici del jazz d’annata suonato con i grammofoni da Xavier Iriondo. Uno stormo multiforme che ha gracchiato con accenti e lingue differenti, capaci però di fondersi in un unicum grazie a una visione comune: una proposta suggerita e mai imposta, accolta calorosamente, che ha saputo generare un profondo senso di appartenenza e comunità.

In questo viaggio a ritroso Jazz is Dead! ha dimostrato che la periferia non è un limite, ma uno spazio di rigenerazione e di autentica libertà espressiva. Nel gracchiare del suo corvo si è riscoperto il valore della lentezza e della vicinanza, elementi rari in un panorama culturale spesso dominato dalla massificazione.

Il festival si è chiuso lasciando la sensazione che muoversi all’indietro non sia stato un nostalgico ritorno al passato, ma l’unico modo possibile per spiccare il volo verso il futuro, portando con sé una comunità unita, consapevole e, soprattutto, ancora capace di farsi sorprendere.