16-26, la musica è sedimentazione: Intervista a Vanegas

Provincia italiana. Londra. Colombia. Milano. Non necessariamente in quest'ordine, sono i pezzi del puzzle che porta a 16-26, il nuovo disco di Vanegas. Un po' di strada, qualche incontro, un pizzico di nostalgia
8 Ottobre 2026

Avere cura, secondo la Treccani, significa conservare, custodire. E forse è proprio da qui che parte 16-26: dalla necessità di trattenere ciò che il tempo tende a disperdere.

L’album di Vanegas, uscito per Factory Flaws, raccoglie frammenti di vissuto, incontri, distanze e heartbreak, lasciandoli sedimentare fino a trasformarli in melodia. Non è composizione, è sedimentazione.

Dieci anni diventano così un archivio emotivo fatto di campionamenti, ricordi e immagini che riaffiorano senza seguire un ordine preciso, come accade alla memoria. Incontriamo Marco Spiaggiari, in arte Vanegas, producer italo-colombiano, per parlare di notti che non si sa bene come definire, di emozioni e di cosa significhi provare a mettere insieme un decennio, quando forse le parole giuste per raccontarlo non esistono ancora.

Partiamo da 16-26, un titolo che racchiude dieci anni. Cosa c’è dentro questo arco di tempo e cosa ti ha spinto a trasformarlo in un disco?

Dentro 16-26 c’è praticamente tutto ciò che ha costruito la persona e l’artista che sono oggi. È un periodo di crescita personale, interiore e artistica: Londra, Amsterdam, lo studio della musica, il lavoro, i viaggi, le persone, le relazioni, gli amori, i traumi e la loro risoluzione. Sono stati anni molto pieni, in cui ho imparato tanto e sono inevitabilmente cambiato. La musica, però, è sempre stata presente. Ho sempre fatto musica, anche senza pensare di pubblicarla: per ricerca, per sperimentazione, per capirmi e, in alcuni momenti, anche come forma di terapia. Per molto tempo non ho dato troppa importanza al fatto di pubblicare quello che facevo: mi interessava soprattutto il processo. A un certo punto mi sono accorto di avere un vero e proprio archivio creativo di quegli anni: ci sono tracce del 2016, 2017, 2018 e altre molto più recenti, ma ascoltandole insieme sentivo che parlavano la stessa lingua. Non volevo semplicemente mettere insieme canzoni vecchie e nuove, ma dare spazio a un percorso creativo che avevo vissuto soprattutto in intimità. 16-26 è diventato un modo per guardare indietro e dare una forma a ciò che quegli anni mi hanno lasciato.

16-26 sembra muoversi tra memoria, presente e trasformazione. Qual era l’atmosfera che volevi restituire quando hai iniziato a lavorare all’album? E quando hai capito che i brani stavano iniziando a raccontare una storia comune?

Non avevo un’atmosfera precisa in testa. Sapevo di volere qualcosa di notturno, intimo e a tratti anche sporco. Mi interessava che alcune canzoni sembrassero dei ricordi più che delle canzoni vere e proprie, come se avessero già vissuto una vita. Volevo anche una componente sperimentale, psichedelica e fluida. È un po’ la sensazione che associo alla mia ricerca musicale di quegli anni: ho attraversato generi, città e contesti culturali diversi, ma allo stesso tempo ho fatto un percorso molto interno di ricerca e comprensione di me stesso. Il suono è diventato inevitabilmente mutevole, a volte quasi magico. Il filo comune l’ho percepito soprattutto quest’anno, quando mi sono fermato ad ascoltare tutto il materiale. Ho capito quali brani si parlavano davvero tra loro e ho iniziato a selezionare quelli che insieme riuscivano a creare un paesaggio emotivo coerente.

Frank Ocean, James Blake, Fred again..: sono alcuni dei riferimenti che emergono dal tuo universo musicale. Quanto hanno influenzato concretamente il tuo modo di produrre e cosa è cambiato, invece, rispetto a In Your Head?

Mi hanno influenzato molto anche a livello armonico. Mi sono sempre ritrovato a gravitare verso certe armonie, melodie, accordi e frequenze, e ascoltando questi artisti ho riconosciuto un terreno comune. C’è un tipo di emotività che attraversa il loro lavoro e che per me è molto importante, perché riesce a mettere insieme R&B, soul, gospel, pop ed elettronica. In Your Head era molto più concentrato sulla ricerca sonora, sull’elettronica e sulla costruzione di un’estetica. Con 16-26 ho pensato molto meno all’estetica fine a se stessa: mi interessava che il suono fosse al servizio di ciò che stavo cercando di raccontare. Forse la differenza più grande è questa: prima partivo dal suono per arrivare all’emozione, mentre in 16-26 è stata molto più spesso l’emozione a determinare il suono.

Il campionamento sembra essere una parte importante del tuo linguaggio. Da dove arrivano i frammenti che aprono 2024 e cosa rappresentano per te? E cosa ha reso proprio quel 2024 un anno da trasformare in una canzone?

Il campionamento è da sempre una parte importante del mio linguaggio. Non so esattamente perché, ma campionare qualcosa tocca in me corde molto fisiche, mi prende proprio la pancia. Che sia qualcosa di mio, un vinile o del materiale trovato online, mi affascina l’idea di prendere un frammento e inserirlo in un contesto completamente diverso. Ha anche una qualità nostalgica e malinconica che mi appartiene molto. 2024 non è nemmeno propriamente una canzone: per me è una fotografia. Il frammento musicale da cui parte, una tromba e un arpeggio di chitarra, l’avevo scritto a Londra nel 2018 e avevo provato a usarlo in tantissimi modi senza trovare il contesto giusto. Poi, nel 2024, mentre ero a Boston, ho registrato un memo vocale con una persona a me molto cara. È un momento molto intimo e innocente, che per me rappresenta una fotografia precisa di quella relazione. Quando ho messo insieme le due cose, tutto ha funzionato immediatamente. Quella melodia del 2018 aveva finalmente trovato il suo posto, sei anni dopo.

Dicono Di Me sembra partire da uno sguardo esterno per arrivare a qualcosa di più personale. A chi stai parlando in questo brano e cosa c’è dietro quel titolo?

Non l’ho scritta con un messaggio preciso in testa. È partita più da un’emozione, da uno stato mentale, e proprio per questo è una delle canzoni che faccio più fatica a spiegare razionalmente. So cosa significa per me e come mi fa sentire, ma è tutto molto fumoso. Probabilmente perché lo ero anch’io in quel momento. Credo di parlare soprattutto a me stesso. La prima parte, anche attraverso il cambio di pitch delle voci, riflette diversi stati d’animo e quasi diverse personalità; poi il brano si apre in una dimensione più eterea e sognante. È anche uno dei brani che rappresentano meglio il sound del disco. È nato a Londra, probabilmente tra il 2017 e il 2018, e contiene già molte delle cose che sarebbero tornate negli anni successivi. Non penso che una canzone debba avere una sola interpretazione. Una volta pubblicata, mi piace che appartenga anche a chi la ascolta.

Cura porta il disco in una dimensione ancora più intima. Da dove nasce questo brano e cosa significa per te oggi?

Cura è probabilmente il brano più intimo e, a oggi, quello a cui tengo di più tra le cose che ho scritto. È nato di notte, in camera mia, nel 2025. È forse l’unica canzone del disco arrivata davvero di getto: l’ho scritta in mezz’ora, chitarra e voce, in un memo vocale, ed è rimasta quasi così. Nasce da un dolore, da un heartbreak, ma dentro quel dolore c’era già la consapevolezza di dover lasciare andare. Di poter amare qualcuno anche senza poterlo più avere accanto. La cosa che trovo più magica è che nel tempo ho sentito emergere diverse sfumature di cosa significhi amare, voler bene e prendersi cura di qualcuno, compresi noi stessi. Non la sento più soltanto come una canzone d’amore romantico: c’è qualcosa di quasi materno, protettivo. È una canzone molto pura.

Quanto le tue origini hanno contribuito a costruire il tuo immaginario e il modo in cui guardi alla musica e a te stesso?

Molto, anche se non è una cosa che ho sempre percepito consapevolmente. Essere italiano e colombiano mi ha sempre dato la sensazione di avere più punti di osservazione. Non mi sento necessariamente diviso tra due identità, piuttosto abituato a spostarmi tra mondi diversi. C’è anche una forte contrapposizione tra la provincia italiana da cui vengo e le grandi metropoli che ho vissuto o attraversato, da Bogotá a Londra. Anche questo ha contribuito a costruire il mio modo di guardare le cose. Musicalmente penso che si senta nel modo in cui cerco di mettere insieme elementi apparentemente lontani. La mia formazione a Londra, la vita a Milano, le mie origini e tutte le persone che ho incontrato hanno creato un immaginario abbastanza ibrido. Forse è proprio questa mescolanza la cosa che mi interessa di più.

In 16-26 c’è un solo featuring, quello con Gioia, in un brano sospeso tra lo-fi e ballad. Come è nata questa collaborazione?

Con Gioia c’era già una sintonia artistica e umana. Maybe We’re Still In Love è nata abbastanza naturalmente, senza l’idea di dover costruire per forza un featuring. Avevo una parte del brano e sentivo che la sua voce poteva portarlo in una direzione che da solo non avrei raggiunto. Mi piace quando una collaborazione non sembra una collaborazione, ma semplicemente la forma definitiva che doveva prendere una canzone. In questo caso è successo proprio questo.

A distanza dalla sua realizzazione, c’è un brano di 16-26 che oggi ascolti con un’emozione diversa? E cosa ti piacerebbe che restasse a chi attraversa questo disco?

Sicuramente Cura. Quando l’ho scritta ero completamente dentro quella situazione: c’era soprattutto il dolore di un amore e, allo stesso tempo, il desiderio di augurare il meglio a quella persona. Oggi riesco ad ascoltarla da una distanza diversa, con una serenità e una consapevolezza che allora probabilmente non avevo. È proprio ascoltandola dopo tempo che ho iniziato a riconoscere anche quella dimensione quasi materna di cui parlavo prima, una forma di amore di cui non ero necessariamente consapevole mentre la scrivevo. In generale, mi piacerebbe che chi attraversa questo disco potesse trovare qualcosa di proprio. Non necessariamente capire ciò che stavo vivendo io, ma riconoscere un’emozione, un ricordo, una persona o un momento della propria vita.

Dieci anni raccontati in un album: adesso che 16-26 è fuori, da dove riparti? C’è già una nuova direzione che senti di voler seguire?

Non c’è ancora una direzione precisa. Con 16-26 credo però di aver trovato una chiave di accesso, un nuovo slancio creativo e artistico che forse prima non avevo. Allo stesso tempo non mi piace ripetermi, quindi non sento il bisogno di proseguire necessariamente nella stessa direzione. Sicuramente voglio continuare a sperimentare e contaminare la mia musica con cose che fanno parte della mia vita e della mia formazione, ma che in questo disco non sono ancora emerse del tutto: l’elettronica e l’urban, ma anche il cantautorato italiano, la musica colombiana, il soul e altri generi che mi hanno formato. Non ho però un’idea precisa di come debba suonare la prossima musica. Vorrei che fosse tutto molto istintivo e naturale e, soprattutto, che nascesse da un’esigenza reale. Finché non sentirò di avere qualcosa da dire, non voglio forzare nulla. Sto già lavorando a nuova musica, ma per ora preferisco lasciare che trovi da sola la sua forma.