«Il pensiero meridiano è la critica del tipo di sguardo dominante nella cultura contemporanea, uno sguardo attraverso il quale il nord-ovest del mondo definisce la realtà, il tempo, le caratteristiche del futuro, definisce l’altro. Il pensiero meridiano è il punto di vista del Sud»
Ispirato dal filosofo Franco Cassano, Dario Giacovelli, in arte Dario Jacque, bassista, compositore e producer pugliese ci racconta come sia necessario emanciparsi dall’idea di folklore pur restando contaminati dalle proprie origini, e ci spiega come la musica, in un mondo offuscato da odio e soprusi, possa guidare alla riflessione.

Qual è il fil rouge dell’album?
Il fil rouge è la parola SANG. È l’elemento che unisce i due lati del disco: il lato A richiama le radici, l’identità, il conflitto, il sentimento sanguigno del Sud ma anche l’orgoglio, la memoria, l’appartenenza e una dimensione viscerale, quasi istintiva. Il lato B invece è più romantico, parla di passione, attesa, speranza e desiderio. È la parte più luminosa e malinconica del Mediterraneo. Da qui nasce il progetto, che ha come riferimento il Pensiero Meridiano di Franco Cassano e vuole essere un omaggio ai compositori cinematografici degli anni ’70. L’idea è quella di raccontare il Mediterraneo in uno scenario moderno, quasi pulp, non come cartolina romantica, ma come spazio vivo, attraversato da tensioni, contaminazioni e contraddizioni.
Appunto, è un album molto cinematografico, quasi visivo: sembra la colonna sonora di un poliziesco anni ’70. C’è un immaginario cinematografico che ti ha ispirato?
Sì, l’immaginario cinematografico è stato centrale. Ho pensato molto ai film degli anni ’70 e ’80, soprattutto a quelli accompagnati da grandi colonne sonore italiane che hanno definito un’estetica precisa, quasi viscerale. Mi hanno influenzato registi come Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini e Ettore Scola, capaci di raccontare il Mediterraneo in modo poetico ma anche politico. Penso a film come Il conformista di Bernardo Bertolucci, con quell’estetica potentissima e quelle fotografie diventate iconiche, immagini che restano impresse. Ma anche a Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto di Elio Petri, per quella tensione psicologica e politica che attraversa tutto il racconto. Allo stesso tempo c’è un’energia più pulp e contemporanea, legata all’immaginario di Quentin Tarantino: i suoi personaggi hanno una passione quasi eccessiva, una follia lucida, un forte senso della ribalta. Sono figure sopra le righe ma profondamente umane, e la musica diventa parte integrante della loro identità e della narrazione.
L’album mischia perfettamente generi diversi, dal jazz all’afrobeat, al funk, fino a sonorità più oniriche. È frutto di una ricerca tecnica o di una jam session avvenuta in studio di registrazione?
È frutto di ricerca negli anni ed è l’insieme delle mie influenze musicali e del bagaglio di tutti i musicisti che hanno partecipato.
C’è un senso di radice molto forte, ma mai folkloristico. Che rapporto hai con l’idea di appartenenza oggi?
Ho un forte senso di appartenenza alle mie radici, forse anche perché sono andato via da casa a diciotto anni. Ho sempre nutrito rispetto e fascinazione per le tradizioni e per i popoli che le custodiscono. Tuttavia, per me fare musica non significa replicare il folklore nella sua forma pura. Significa prenderne spunto, contaminare quegli elementi con il proprio bagaglio di esperienze, lasciando che l’artista trasformi e interpreti il materiale originale in modo personale e contemporaneo, esponendo il proprio punto di vista del presente. In questo senso, il legame con le radici è vivo, ma mai nostalgico o folkloristico.
In un momento storico in cui c’è molto fermento nella scena musicale mediterranea, della quale tu fai parte sia per contaminazione sia geograficamente, pensi che riconoscersi in questo genere possa essere un bene – un modo per farla conoscere e diffonderla – oppure temi che si rischi di accorpare tutto in un grande filone generico?
Non temo di essere associato a un filone: è un disco che ha diversi pensieri e anche diversi suoni, mi piace essere associato a più sonorità.

C’è un messaggio che vorresti veicolare con la tua musica?
La musica, soprattutto se senza testo, ha la capacità di emozionare in maniera singolare, senza un messaggio troppo diretto, e questo è il bello delle arti. A me piace pensare che ogni ascoltatore provi a cercare il messaggio che gli serve a star bene. Ritengo anche che in un’epoca di mancanza di esposizione, di distruzione degli ideali, di superficialità, di odio e di soprusi, l’arte abbia il nobile compito di guidare alla riflessione. In quel senso, il mio disco vuole essere un invito ad unire persone, popoli, luoghi e storie.
L’album è composto da due lati. Il primo sembra essere più rappresentativo, più personale: identifica parti di te o di ognuno di noi? Penso ad Affascino, Piano di evasione.
Identifica ognuno di noi in due lati distanti tra loro ma vicini.
Come nasce il brano La sciroccata?
La sciroccata nasce da un groove di basso e dall’idea di far suonare la melodia a uno strumento “ubriaco” e appartenente alla cultura mediterranea (nonché araba come influenza). Il termine “ubriaco” l’ho tradotto in uno strumento che non avesse i tasti come appunto l’oud. Con Iacopo Schiavo, grande amico e chitarrista, abbiamo sviluppato la melodia, ho scritto dei flauti pensando a Simone Alessandrini che li avrebbe suonati, ho pensato a un groove più serrato, un po’ saturo e distorto e a una ritmica che accede anche un carattere percussivo. Il Lato B ha una vibe più introspettiva, più dreamy.
In generale, mentre il primo lato è materia in movimento, il secondo è calma. Come dialogano questi due lati tra loro? Come li hai concepiti?
Non ho concepito sin da subito un lato A e un lato B e inizialmente la tracklist era unica, con i brani che si alternavano tra questi due mondi. Mentre registravamo mi è stato abbastanza chiaro che erano due visioni diverse ma figlie dello stesso pensiero e che da separate riuscivano a creare un senso proprio di dimensione.
Nell’album convivono sentimenti di tensione e intimità: quanto è tuo e quanto è di tutti questo SANG?
Io vivo di emozioni forti e la musica mi ha sempre aiutato a tirar fuori ciò che sentivo di voler dire, una necessità. Nonostante ciò, la mia filosofia nel comporre e nel suonare è sempre stata spogliata del mio ego. Mi piace pensare di essere un mezzo tra la musica, qualcosa che forse già c’era da qualche parte e io sono solo il tramite. In questo senso SANG è di tutti.
Dopo averlo prodotto, cosa ti ha lasciato addosso questo lavoro?
È il lavoro più lungo che ho fatto, ci abbiamo messo due anni e mezzo. L’ho fatto con persone care, con gente che stimo e amici di una vita. Mi ha lasciato una sensazione di serenità, la sicurezza che stavamo facendo qualcosa che unisce. È stato un momento bello. Purtroppo pochi mesi prima dell’uscita ho avuto un crollo dato da avvenimenti della vita e solo grazie ai miei amici sono riuscito a credere e portare avanti il tutto. Gli devo molto perché oltre a essere musicisti straordinari, sono persone rare. Questo disco è tanto mio quanto loro. Ci ha lasciato un’energia pura e siamo pronti a passarla al pubblico, ai concerti.

