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In Fuzz We Trust

Negli anni ’60 svariati musicisti scoprirono la bellezza nella distorsione, e il fuzz, l’effetto per chitarra e basso per eccellenza, diventò protagonista di primo piano della musica


In principio fu l’errore. Nel 1961, durante la registrazione del brano Don’t Worry del gigante del country Marty Robbins, una valvola dell’amplificatore Langevin 116 con cui stava suonando il chitarrista Grady Martin si danneggiò. Il suono che ne uscì era saturo, gonfio, sporco e “peloso”. Quella che era una classica chitarra country era diventata un qualcos’altro di indefinibile. Nonostante ciò, la registrazione venne presa per buona e Don’t Worry divenne un successo dell’epoca.

Il suono destò talmente tanta curiosità tra gli ingegneri del suono e i tecnici che due di questi, Glenn Snoddy e Revis Hobbs, decisero di collaborare alla creazione di un fuzz-box, il Maestro FZ-1. La suddetta scatoletta non ottenne il successo sperato, almeno fino al 1965, quando un certo chitarrista di una certa band londinese non scelse di utilizzarlo per suonare e registrare il riff di una delle canzoni più importanti e famose della storia della musica, (I Can’t Get No) Satisfaction.

In pochissimo tempo l’effetto diventa il preferito di tutti i chitarristi, dal proibitivo FZ-1 si passa al Fuzz Face, più economico e reperibile (seppure di qualità inferiore). Il più famoso ad abusarne fu Jimi Hendrix, che nella sua prima apparizione televisiva nel 1966 diede, forse per primo, un selvaggio assaggio di quelle che erano le potenzialità dell’accoppiata tra strumento e distorsore. Proprio con Jimi, quella che era una semplice distorsione divenne vera e propria filosofia sonora. Grazie al suo modo di suonare, il rumore “fuzzato” si elevò a suono dell’alterazione e della psichedelia e, al tempo stesso, mantenne una tensione oscura e sporca.

Negli anni seguenti, il numero e le tipologie di effetti per chitarra e basso aumentarono a dismisura, ma il fuzz fu l’unico a diventare effettivamente la distorsione iconica per eccellenza di intere generazioni. Se negli anni ’60, come abbiamo visto, fu simbolo sonoro della sperimentazione psichedelica, nel decennio seguente divenne l’immancabile compagno di viaggio delle prime band proto-punk come gli Stooges di Iggy Pop e il giocattolo oscuro dei Black Sabbath.

La vera rivoluzione avvenne però tra la fine degli anni ’80 e i primi ’90. Il suono sgranato del fuzz si pose prepotentemente al centro della scena come voce di una nuova generazione di musicisti e band. Con il suo ronzio saturo, ruvido e sporco venne adottato quale elemento quasi indispensabile dal grunge, dal noise, dallo stoner, dal sludge da tutti quei generi cantori del disagio dei primi anni novanta. Gruppi come Nirvana, Soundgarden, Smashing Pumpkins, Dinosaur Jr, Kyuss, Alice in Chains, My Bloody Valentine, Sonic Youth e moltissimi altri ne diventarono fedeli utilizzatori e addirittura si trasformò in oggetto di culto quasi religioso nella scena heavy psych e stoner rock. I Mudhoney nel 1988 gli dedicarono il loro primo EP, Superfuzz Bigmuff. Il titolo fa appunto riferimento a due popolari effetti per chitarra e basso elettrici, il Big Muff e il Super Fuzz.

L’enorme successo del fuzz, risiede nel non essere un semplice effetto. Il fuzz è una vera e propria attitudine. Il suo suono, nato dall’errore, è volutamente imperfetto. Rappresenta l’urgenza espressiva, il disordine e la sincerità contro il pulito, la chiarezza e la perfezione tecnica del virtuosismo più razionale. L’imperfezione si eleva a linguaggio sonoro, potenza grezza come voce ed espressione del disagio di chi vuole sporcare il segnale, musicalmente e socialmente parlando.

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