I’m Bob from The Bloody Beetroots

Nel backstage di Atipico abbiamo incontrato Sir Bob Cornelius Rifo, mente e anima di The Bloody Beetroots, progetto che da vent'anni attraversa la musica elettronica sfuggendo a qualsiasi definizione univoca. Tra collaborazioni, influenze punk e una costante tensione verso il cambiamento, ci ha raccontato il rapporto con la propria identità artistica, la distanza dalle logiche della celebrità e la curiosità che continua ad alimentare il suo sguardo sulla musica
10 Giugno 2026

Ci troviamo a Savigliano, in provincia di Cuneo, dove da cinque anni, in estate, prende vita Atipico, festival indipendente che intende portare al centro della scena la Provincia, la comunità e un lavoro quasi sartoriale di cura nella scelta della line-up e delle realtà che animano questo evento.

Headliner di questa edizione è The Bloody Beetroots, un progetto musicale co-fondato da Sir Bob Cornelius Rifo, che abbiamo incontrato in occasione della giornata conclusiva di Atipico. Sebbene il gruppo sia nato in Italia nel 2005, ha sviluppato gran parte della propria esperienza in contesti internazionali: Francia, Australia e Stati Uniti sono solo alcuni dei paesi in cui il progetto ha ottenuto un meritato successo.

A vent’anni dalla sua nascita, The Bloody Beetroots ha consolidato un’identità propria e continua a distinguersi per una produzione musicale trasversale, innovativa e imprevedibile. Le sue sonorità sono difficilmente classificabili: l’elettronica rappresenta la spina dorsale di un linguaggio che incorpora influenze punkrockmetal e rap, dando vita a un risultato esplosivo e graffiante.

A pochi minuti dall’esibizione, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Sir Bob Rifo nel backstage, con l’obiettivo di approfondire alcuni aspetti della sua visione artistica e della prospettiva che guida il suo percorso creativo.


Mi sono immaginato Bloody Beetroots come un personaggio uscito un dai fumetti, forse condizionato dalle prime cover dei tuoi dischi. Un personaggio notturno che gira per la metropoli della musica… in questo posto che missione porterebbe avanti?

Che missione poterebbe avanti nel 2026? Un reset totale di tutto quello che c’è in giro a livello musicale. Avrebbe un tasto gigantesco tipo reset. 

Hai avuto molte collaborazioni negli anni, in tante direzioni, anche al di fuori del progetto Bloody Beetroots. Come nascono certi incontri?

Quello che ho maturato è che la collaborazione è sempre stata una scusa per conoscere un certo tipo di artista, un certo tipo di persona. Mi capita spesso di voler fare una collaborazione, poi conosco meglio l’artista e cambio idea. Spesso succede anche il contrario, per cui conosco l’artista e ci voglio davvero collaborare. Questo perché a volte credo che nel lessico di Bloody Beetroots, che è prettamente strumentale, manchi linguaggio e il linguaggio me lo vado a prendere dalle persone che mi assomigliano. Sono però persone veramente specifiche, quindi me le vado a cercare una per una per poi portarmela a casa con la mia visione per dare voce a quello che ho pensato nella mia testa con un background anche diverso che può arricchire la mia prima visione della musica che poi verrà sentita come output finale. È vero, ho fatto tantissime collaborazioni, però tutte hanno dato voce che io non avevo alla mia musica.

Sono vent’anni di carriera: molti artisti, a questo punto, finiscono per inseguire la propria leggenda o per restare intrappolati nel monumento che il pubblico ha costruito di loro. Tu invece sembri continuare a muoverti con grande libertà. Come hai fatto a non farti definire dal successo raggiunto?

Partiamo dal presupposto che io mi sono mascherato per non essere riconosciuto perché credo che diventare famosi o popolari possa in qualche modo alienarti e portarti a non avere i piedi per terra, non poter comunque comunicare con la società in cui vivi. Io adoro stare con i miei amici, adoro andare in giro a farmi uno spritzetto, il caffè, a cena. Avevo uno zio che suonava, quando ero piccolo, che suonava con una punk band. Era diventato popolare e tutti gli rompevano i c*glioni ogni giorno… io non volevo assolutamente diventare così, ma mi piaceva la musica quindi ho scelto la maschera proprio per proteggere la mia identità e avere uno status normalissimo all’interno della società, per poter alimentare me stesso e quindi la musica che voglio fare. 

Non mi sono mai visto come quello che potrebbe diventare la rock star monumentale, per me non esiste, non è non è mai stato nei miei pensieri e non è un concetto che fa parte di me. Faccio questa roba, sto andando avanti e mi diverto; conosco persone e vado avanti così. Non mi sono accorto che sono passati 20 anni dal primo giorno in cui hai fatto questa roba, per me è ancora come se fosse ieri. 

C’è proprio ancora lo stesso entusiasmo, le stesse cose, non è mai cambiato; è solo cambiato forse il modo di approcciarmi alla musica – un po’ più professionale adesso rispetto all’inizio perché sono cresciuto –. Però ecco, fare un monumento di Bloody Beetroots no, cioè magari quando sono morto tipo.

Sei eclettico e non sei proprio confinabile nella gabbia dei generi musicali, questa è anche una tua caratteristica, spazi molto. Nonostante ciò, anche tu avrai dei mondi musicali che sono un po’ più distanti da te. Quale di questi mondi ti incuriosisce e osservi con interesse?

Credo che il pop sia veramente un genere che guardo con molta ammirazione, nel senso che non saprei da che parte prenderlo. A volte vengono delle persone in studio che vogliono collaborare e che sono prettamente delle pop star, però vogliono il mio suono e io faccio fatica ad inquadrare la situazione. Ammiro tantissimo gli artisti come Mark Ronson, per esempio, che riescono a fare quelle cose super poppeggianti, trovare armonie a fare robe incredibili con gli archi. 

A volte in qualche canzone c’è un rimando pop che tento di replicare, non so se ci riesco bene perché è un genere che proprio non conosco. Il mio background è così punk che è proprio nella mia struttura – sai, ognuno ha la propria matrice nel background musicale, c’è un matrix che ti appartiene, il mio è il punk –.  Questo non vuol dire però che non ammiri altri generi musicali, per me il pop è un genere da ammirare perché ha un linguaggio così esteso che può comunicare a tutti; mentre il mio linguaggio è molto molto di nicchia, molto nero.  Quindi, guardo le persone che fanno il pop, che lo producono, che lo cantano, che lo suonano con particolare curiosità.