Il party acido dei ribelli feniani

Fenian, uscito il 1° maggio, è probabilmente il disco più atteso del 2026. Il trio dei Kneecap continua il suo viaggio nelle contraddizioni del mondo, al fianco di chi non ha voce e di chi lotta contro le ingiustizie. Un album che supera il classico hip hop, attingendo ai suoni chimici di un passato recente, perché i ribelli irlandesi hanno ancora voglia di ballare
4 Maggio 2026

La puntina si muove sul disco, qualche secondo di attesa e l’aria che si respira possiamo immaginarla claustrofobicamente simile a quella della vigilia della Rivolta di Pasqua del 1916: la più grande e sanguinosa insurrezione che portò alla nascita della Repubblica d’Irlanda e alla proclamazione della sua indipendenza per due terzi dal Regno Unito.

Centodieci anni dopo, la stilettata che introduce Fenian, il nuovo album dei Kneecap uscito il 1° maggio per l’etichetta londinese Heavenly Recording, è tutta in gaelico già dal titolo Éire go Deo, che tradotto significa Irlanda per sempre, a rivendicare ancora oggi l’annessione delle sei contee popolate da cattolici e protestanti dell’Irlanda del Nord — o del Nord dell’Irlanda come la amano chiamare gli indipendentisti — con le restanti dell’isola di smeraldo. Nella traccia che, tra melodia cantata e voci campionate, dura poco più di due minuti, viene tessuto un filo neanche troppo sottile di tensione che sembra parlare più al mondo intero che al solo popolo d’Irlanda unita: «Questo è un movimento che sta crescendo sempre di più in tutto il paese, non possiamo fermarci ora, andiamo avanti insieme sulla strada della rivoluzione…».

L’onirica Éire go Deo è capace di espandersi fino a sfumare nel sintetizzatore che lancia la base di Smugglers & Scholars, secondo singolo uscito il 24 febbraio ad anticipare uno dei dischi del 2026 più attesi a livello internazionale, con un titolo che sbeffeggia il famoso detto che dipingerebbe l’Irlanda come una terra di santi e studiosi, per i Kneecap ribattezzata invece terra di contrabbandieri e studiosi. È un pezzo talmente denso da tagliarsi con il coltello: «contrabbandieri e studiosi, procurarci armi con dollari americani, l’abbiamo già fatto prima, lo rifaremo senza problemi, non abbiamo bisogno del tuo aiuto per questioni interne».

L’atmosfera da party ribelle che aveva animato il precedente Fine Art, uscito ormai nel 2024, sembra lasciare spazio in questo nuovo lavoro, più alla caustica e oscura cronaca dei giorni difficili del nostro pianeta che alle scanzonate notti passate a fumare marijuana o in fuga rincorsi dalla polizia.

Lo si intuisce sin dalla copertina, completamente nera e con l’ormai perenne balaclava tricolore di DJ Próvaí in primo piano bendato dalla scritta Fenian, che i Kneecap questa volta vogliono fare sul serio. Anche l’apporto decisivo, sia in fase di produzione che compositiva, di Dan Carey, già al lavoro dietro il mixer in questi anni con band del calibro di Fontaines DC e Wet Leg, sembra ricalcare la stessa fosca intenzione.

Ma quando si parla di Kneecap, dovremmo saperlo oramai, non è solo una questione di musica. Negli ultimi anni abbiamo imparato a conoscerli anche per le loro battaglie: a partire dalla principale che consentì loro di formarsi come band, ormai quasi dieci anni fa, in sostegno all’Irish Language Act nel Nord dell’Irlanda, fino alle campagne di solidarietà al popolo palestinese colpito dall’occupazione e devastazione da parte del governo ed esercito israeliano a Gaza e al recente impegno nella Flotilla internazionale in partenza con gli aiuti umanitari e sanitari per Cuba.

«Free Mo Chara, FREE FREE Mo Chara»: i cori registrati in presa diretta fuori dalla Westminster Magistrates Court di Londra che anticipano il ritornello di Carnival riassumono in maniera chiara l’impegno in prima persona dei Kneecap e la campagna censoria e denigratoria che la band ha dovuto subire negli ultimi anni sino alla recente accusa di terrorismo indirizzata a Mo Chara, vero nome di Liam Óg Ó hAnnaidh, per aver sventolato con microfono in mano una bandiera di Hezbollah (il gruppo politico libanese inserito nella lista dei gruppi terroristici dal governo inglese) lanciata sul palco nella data di Londra a novembre del 2024. «Sta arrivando un carnevale nella tua città, i Kneecap sono contro la Corona, quindi vieni qui anche, tu, avanti!».

Neanche il tempo di riprendere il fiato da Carnival che, mentre il disco gira, vengono infilate una dietro l’altra, Palestine, con ospite Fawzi, un giovane rapper di Ramallah invitato a contribuire alla traccia con le proprie rime per continuare a mantenere l’attenzione sul trauma della guerra a Gaza, e Liars Tale, traccia metallurgica che ribadisce gridando forte, qualora la posizione del gruppo non fosse ancora chiara a molti: «nah, fuck Keir Starmer, Netanyahu’s bitch and genocide armer, better off as compost for farmers».

La pressione è già alta quando in fase di produzione si decide di premere finalmente il tasto play sull’intrattenimento: «F-E-F-E-F-E-F-E-N-I-A-N!». Difficile smettere di saltare e cantare quando il ritornello della canzone inizia a partire, con i Casiokids chiamati addirittura dalla Norvegia a collaborare, e per l’ascoltatore a questo punto non resta altro che farsi trascinare fra le fila dei ribelli feniani. D’altronde Fenian non è un sostantivo scelto a caso per il titolo di questo disco: è fondativo della cultura irlandese per il richiamo a Fionn mac Cumhaill, leader dei mitologici guerrieri Fianna, ma al contempo è stato per secoli il termine dispregiativo più utilizzato dagli occupanti britannici col sinonimo di selvaggio sino alla rinascita e l’utilizzo con orgoglio da parte del repubblicanesimo rivoluzionario irlandese.

Ed è con la stessa forza di questo orgoglio che i Kneecap, tenendo dritto il timone danzereccio, decidono di traghettare i propri fan verso i pezzi successivi: l’acida Big Bad Mo ed Headcase, traccia dal sapore jungle che mescola i migliori Prodigy alla scioltezza linguistica di General Levy. Non è un mistero che la trama sonora dell’album sia stata concepita sotto la forte influenza della scena rave anni ’90, per stessa ammissione del trio, un fenomeno da valutare come fra quelli di maggior impatto per la coesione della società nord irlandese in quegli stessi anni.

Se un difetto lo si vuole rintracciare in Fenian bisogna attendere proprio questo momento del disco: il giro di boa della tracklist, in cui la macchina ben oliata sino ad ora inizia ad incepparsi ed il ritmo e l’omogeneità compositiva smarriscono la loro originalità. Fortunatamente non si può dire lo stesso degli argomenti che rimangono l’anima forte della band.

La traccia An Ra, acronimo di Ríocht Aontaithe — termine gaelico che indica il Regno Unito — regge ancora il colpo, profetizzandoci una fine imminente dell’occupazione britannica e delle sue sporche regole in Irlanda, mentre Occupied 6 narra degli attacchi paramilitari durante gli anni dei Troubles (i disordini che fra la fine degli anni ’60 e la fine dei ’90 hanno contrapposto gli Unionisti di fede protestante e i Nazionalisti di fede cattolica). Gael Phonics, invece, è un vero proprio corso intensivo di Gaeilge, utile per imparare qualche parola chiave cúpla focal, anche solo per non cacciarsi nei guai come ci insegnano i Kneecap.

Gli ultimi sette minuti del disco regalano due tracce d’eccezione che sembrano segnare una nuova rotta per i tre di Belfast, facendosi accompagnare, prima, sulle note delle distorsioni lisergiche di Cocaine dalla voce di Radie Peat, musicista irlandese attiva nel gruppo di folk contemporaneo dei Lankum, e poi con l’amara Irish Goodbye, dall’emozionante interpretazione di Kae Tempest, brano che mescola sofferenza e speranza e che è un tributo di Móglaí Bap alla propria madre, morta suicida a causa di una lunga depressione nel 2020.