«A ogni spazio della voce fai un piri piri» : sarebbe questa probabilmente la frase iniziale di un manuale Jam sessions for Dummies, ma la questione è più complessa di così.
Per chi non ha mai avuto la pazienza di imparare a suonare uno strumento e perciò subisce in modo passivo la magia della musica, è sempre affascinante vedere come un gruppetto di persone tra loro sconosciute possa prendere in mano un insieme abbastanza casuale di strumenti e iniziare a improvvisare secondo una linea melodica casuale e sconosciuta ai presenti, ma che alla fine funziona.
Detto tra noi: i musicisti fanno fatica a spiegare a chi non suona cosa voglia dire suonare. Si dimenticano che spiegare il concetto di accordo, tono, struttura armonica o che dire «facciamo un II – V – I in La maggiore» è come parlare in aramaico antico per una persona che di musica non sa niente. Fortunatamente la musica è un linguaggio universale, quindi può essere capito anche da chi non è in grado di parlarlo, ed è proprio questo principio che sfrutteremo per comprendere il magico mondo delle jam session.
Come sono nate le jam session?
Per jam session si intende un’esibizione musicale basata sull’improvvisazione su griglie di accordi o temi conosciuti noti come standard. Con standard ci si riferisce in gran parte ai popular standards del Great American Songbook, cioè una vasta raccolta di brani creati inizialmente per film e musical di Broadway a partire dagli anni 20.
Questi standard hanno costruito un fondamentale substrato di partenza per i musicisti jazz degli anni 40. Dopo l’orario di chiusura di locali come il Minton’s Playhouse a New York, Ben Webster, Lester Young e giovani leve del bebop come Charlie Parker o Thelonious Monk si incontravano in vere e proprie sfide tra virtuosi.
Questo approccio libero alla creazione musicale fu poi nel tempo adottato anche dai musicisti di altri generi musicali. Ne sono un esempio alcune tracce di una delle versioni dell’album Layla di Eric Clapton, registrazioni di jam session tra lo stesso Clapton, i membri della sua band e altri musicisti; ma anche il freestyle, eredità della cultura hip hop degli anni 70.
A Torino
Facendo un grosso salto in avanti nel tempo, e un po’ verso oriente nello spazio, arriviamo a Torino, dove ogni sera della settimana una o più jam session vengono organizzate in diversi locali della città. Un elenco lungo ma non esaustivo di possibilità prevede il lunedì alla Cricca, il martedì al Circolo Mossetto o alla Marmellata Jam dei Magazzini sul Po, mercoledì è il turno dello Sherwood e della Jam Popolare, il giovedì si suona al Tipsy, mentre il venerdì c’è la Jam del Kilroy. Per chi non ama la sedentarietà, invece, c’è addirittura il progetto di Millennium Van, una jam itinerante che ha come base un Van fornito dal Teatro di Aosta.

Non tutte le serate sono però comparabili. Alcune sono più tradizionali nell’approccio, attenendosi in senso stretto al concetto di improvvisazione, variando su diversi generi musicali; altre invece sarebbero più open mic, considerando la presenza di musicisti che presentano loro pezzi o che fanno cover di brani già esistenti.
In alcuni casi, in base agli strumenti e ai musicisti disponibili, vengono organizzate scalette per permettere un’alternanza bilanciata sul palco; altre volte l’ordine della serata viene definito man mano seguendo un po’ il flusso musicale del momento, evitando però di sfociare nell’anarchia. A dare il via alle danze spesso c’è una formazione resident del locale o, solo nel caso della Cricca, è un breve concerto di una band a precedere l’inizio della vera e propria jam.
Come si suona a una jam session?
Nelle serate in cui è l’improvvisazione a farla da padrona, tutti i musicisti intervistati concordano su una cosa: avere una buona padronanza dello strumento è fondamentale per avere un linguaggio comune e poter parlare con gli altri attori, ma la cosa più importante è saper ascoltare chi si ha intorno.
Questo ha sia risvolti molto pratici. Banalmente, può capitare che alcuni strumenti siano meno amplificati di altri – in funzione dalla disponibilità di attrezzature – e questo rende più complesso sentire sia come gli altri strumenti si stanno muovendo, sia come suona il proprio. In linea di massima, però, per partire si concorda un giro di accordi iniziale tra i presenti oppure si segue l’idea di qualche iniziativa solista.
Per procedere è necessario un certo equilibrio, che renda non solo piacevole per i musicisti suonare ma anche per il pubblico starli a sentire. Ecco perché lasciarsi portare dal proprio ego in assoli eterni è fuori dalle logiche di una serata di questo tipo. Qualcuno tra gli intervistati chiama educazione alla democrazia quella dinamica per cui il fine comune è dare vita a musica fruibile e coinvolgente per il pubblico, dando il proprio contributo in funzione di quello degli altri.
Diventa fondamentale decidere se suonare la stessa linea melodica o inserirsi negli spazi delle esecuzioni degli altri. Alla complessità musicale si aggiunge spesso, per i cantanti, quella di trovarsi al centro dell’attenzione con una melodia che rappresenti un substrato coerente con le parole che hanno in testa. Un buon metodo per superare l’imbarazzo in questo caso è quello di occupare il palco mettendosi a servizio della parte strumentale, in attesa del giusto momento per inserirsi; oppure utilizzare l’inglese: un trucco per mascherare parole che non sempre arrivano al momento giusto. Altri, con una formazione più classica da conservatorio, sfruttano serate come queste per imparare a uscire da schemi spesso rigidi per ritrovare una capacità di adattamento e creatività che sono difficili da insegnare.
È sempre bene tenere in conto cosa passa nella testa di chi suona, soprattutto le prime volte: insicurezza, ritrosia ed errori che inevitabilmente capita di fare vanno a braccetto con la voglia di esprimersi e di questo via vai di pensieri bisogna tenere conto.
A proposito della parità di genere
Quello dell’insicurezza nei propri mezzi e nella paura del giudizio degli altri è un punto da tenere in considerazione, soprattutto quando si parla della partecipazione femminile a questo tipo di serate. In generale, infatti, la quota di musiciste è decisamente minoritaria e in gran parte coinvolge più cantanti che strumentiste.
Questo fenomeno, che è un punto condiviso tra tutte queste serate, è valido in generale nel contesto musicale e verificato da uno studio di Mary Ann Clawson, pietra miliare della sociologia della musica, pubblicato sulla rivista Gender & Society nel 1999. Lo studio si intitola Quando le donne suonano il basso: specializzazione strumentale di interpretazione di genere nella musica rock alternativa.
Secondo Clawson, il canto è visto come una naturale estensione del corpo e dell’emotività femminile e concepito non tanto come una competenza tecnica, ma come un dono innato. Gli strumenti invece sono percepiti come macchine in senso lato e applicazioni tecnologiche, diciamo l’equivalente musicale dei motori: un settore che nella nostra società non è tradizionalmente considerato ad appannaggio delle donne.
Negli anni ‘90, quando con il diffondersi del punk e dell’alternative rock anche le donne hanno iniziato a prendere in mano gli strumenti, si è creata quella che viene definita una segregazione occupazionale: le donne nelle band sono finite a suonare il basso. Basti pensare a Kim Gordon dei Sonic Youth, a Tina Weymouth dei Talking Heads o, perchè no, a Victoria De Angelis dei Maneskin. Questa regola non scritta viene spiegata da Clawson attraverso tre motivazioni: i ragazzi iniziano a suonare mediamente la chitarra a 13 anni, mentre le ragazze si approcciano alla musica, così come agli sport tendenzialmente più maschili, qualche anno dopo, intorno ai 19-21 anni. Il basso, in questo senso, è considerato uno strumento con una curva di apprendimento iniziale più rapida, quindi sostanzialmente percepito come più facile da imparare. Il secondo fattore è che ai ragazzi piace essere al centro dell’attenzione, prerogativa solitamente dei chitarristi, fatto questo che lascia solitamente scoperta in modo cronico la categoria dei bassisti. Un po’ come quando si gioca a calcetto, chi arriva per ultimo viene messo in porta perché tutti vogliono fare il numero 10: allo stesso modo, suonare il basso garantisce alle donne di accedere più facilmente a posti vacanti all’interno delle band. La chitarra, inoltre, è uno strumento considerato più da star, adatto a chi ha un ego che vuole attirare l’attenzione su di sé con assoli di svariati minuti. Quello del basso è percepito più come strumento di supporto che fa da collante tra la melodia e la batteria, un classico ruolo di stampo femminile di supporto agli altri e cura delle relazioni.
In generale, la sensazione per le donne che partecipano alle jam è quello di essere figure secondarie e spesso c’è ritrosia nell’intervenire in un contesto dove altri, a priori, si sentono spesso più capaci.
Risvolti sociali
Problematico può essere talvolta anche il rapporto con il vicinato, che non sempre accetta di buon grado la presenza, soprattutto di batteristi, fino a tarda sera. Fatto, questo, che a livello organizzativo può rappresentare un problema non da poco, considerando che sono molti i musicisti che si alternano e che tutti hanno voglia di fare un piccolo transito sul palco.

Il vicinato, per giunta, spesso non è rappresentativo dell’interesse della città, per Torino in particolare, nei confronti delle jam session. Queste serate infatti sono molto partecipate, sia tra i musicisti, che spesso suonano in più di un’occasione durante la settimana, sia dal pubblico che è in media molto giovane. In generale, l’incremento esponenziale di questo numero di serate si è registrato negli anni successivi alCovid-19, in cui la voglia di uscire di casa e condividere esperienze con altre persone è riuscita a smuovere anche in inverno gli abitanti di una città non certo nota come festaiola.
Dal punto di vista dei musicisti, sicuramente queste serate sono un’ottima occasione per conoscere altri musicisti con cui magari avviare altri progetti. Di contro, queste serate possono alla lunga sottrarre gli spazi disponibili in città per presentare al pubblico singoli progetti musicali. Per i locali è infatti maggiore garanzia di affluenza di consumatori una serata come una jam session, rispetto al concerto di una band o di un progetto musicale indipendente, soprattutto se agli esordi. Inoltre, come tipologia di serata culturale, sicuramente la jam coinvolge un pubblico meno impegnato, che è più coinvolto dall’atmosfera di svago che dalla musica in sé. Per presentare invece il lavoro di un progetto musicale serve un pubblico disposto a prestare un po’ più di ascolto e di attenzione.
Nonostante i pro e i contro, queste serate, cresciute notevolmente in numero e tipo negli ultimi anni a Torino, sono il simbolo della voglia di restituire vita a una città che, per fortuna, non è più la grigia città industriale a cui ci eravamo abituati.

