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Il caos austero dei CCCP al Flowers Festival risveglia le coscienze punk

I CCCP portano al Flowers Festival il loro “spettacolo caotico e austero” in un incontro generazionale gremito di gente. Tra spunti politici e sociali, c’è fermento sopra e sotto il palco, ma anche fuori dall’area concerto. Dai nostalgici ai giovani reazionari, è impossibile tornare a casa indifferenti. Non è forse questo lo scopo primario del punk?


Collegno (TO) è impraticabile, le strade sono un fiume di fari in cerca di parcheggio e le persone invadono le carreggiate per paura di perdersi l’inizio della seconda serata del Flowers Festival. L’hype è giustificato, i protagonisti sono una band storica del panorama musicale italiano ed europeo: i CCCP celebrano la loro loro carriera con un tour estivo inaspettato quanto atteso, a 34 anni dallo scioglimento; conseguenza di un riavvicinamento momentaneo, avvenuto in occasione della mostra Felicitazioni! CCCP – Fedeli alla linea 1984-2024 – allestita a Reggio Emilia – e alla realizzazione del documentario Kissing Gorbaciov, di Andrea Paco Mariani Luigi D’Alife.

Il quartetto formato da Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Danilo Fatur e Annarella Giudici – autodichiarati rispettivamente voce, chitarra, artista del popolo e benemerita soubrette –, propone l’iconico “spettacolo caotico e austero” a metà tra una rappresentazione circense e uno sfogo collettivo sregolato e punk. Quest’ultima, per l’appunto, è la parola chiave di questa serata. Anzi, è la parola chiave quando si parla di CCCP!

Togliamoci subito il dente: le scelte politiche e artistiche del gruppo più dissacrante degli anni ’80 sono da sempre al centro di polemiche, più o meno stimolanti. Ancora oggi il pubblico si divide in due fazioni polarizzate, che condividono a loro insaputa la stessa matrice reazionaria. In contemporanea al loro live, infatti, si è svolto un controconcerto «contro la mercificazione del punk e le contraddizioni dei CCCP»; cinque band underground hanno portato la loro visione del genere, esenti da qualsivoglia costrutto. Viene da chiedersi se questo, più che un dissociarsi, non rappresenti l’eredità raccolta dalle mani di chi ha aperto la strada a un nuovo modo di fare musica. Il punk si basa di per sé sul dissenso, anche quando è indirizzato verso i propri miti.

Spetta alla cantautrice Lamante l’onere e onore di aprire il concerto, proponendo alcune canzoni dell’album In Memoria Di – finalista al Premio Tenco – in una formazione minimale: chitarra acustica e voce, accompagnata da una chitarra elettrica. Il rimando alle sonorità del gruppo headliner è lampante, la sua musica rappresenta il grido della nuova generazione. Non chiamarmi bella e Rossetto sono due dei brani del suo repertorio, da scoprire e godere con un graffio alla gola.

Puntuali alle ore 22:00, salgono sul palco i CCCP con il supporto di cinque preparatissimi musicisti. Si inizia, senza perder tempo, con Depressione Caspica e sin da subito lo show si colora di psichedelia e surrealismo. Ferretti veste elegante e canta assertivo, con le mani in tasca per quasi tutto lo spettacolo; Zamboni non si risparmia e la sua chitarra si ritaglia lo spazio che le spetta di diritto; Fatur e Annarella – che chiamo per nome semplicemente per riconoscibilità – mettono in scena rappresentazioni teatrali che sublimano l’intensità della loro musica. I personaggi personificati sono grotteschi e provocatori, in Stati Di Agitazione la performance di Fatur è da brividi: vestito da bandito in catene, è in grado di esprimere tramite il corpo la tensione raccontata dal testo e le persone sotto palco non possono fare a meno che lasciarsi coinvolgere in un pogo sudato ed esplosivo. Vota Fatur non è solo il nome di una canzone, ma anche la dimostrazione che si può far politica tramite l’arte, soprattutto quando multiforme.

La scaletta è incredibilmente variegata, come solo un progetto tanto consolidato può permettersi, e accompagna gli spettatori e le spettatrici in un flusso energetico molto dinamico. Si passa da momenti di completa immersione, in cui le persone ricevono in assorto silenzio ciò che viene proposto – come per l’emotiva Maciste Contro Tutti, grazie al violino di Ezio Bonicelli; o il passo a due accennato durante Oh! Battagliero, che richiama Vecchio Frack di Modugno –; ad altri di completa rapsodia come in Valium Tavor Serenase e Punk Islam. È da segnalare l’incredibile lavoro della costumista che ha vestito Annarella, capace di traslare tra il sacro e il profano con l’impiego di abiti da suora cattolica, niquab arabi e outfit politici.

Arrivati a metà concerto, durante il valzer postatomico di Guerra E Pace, un guasto tecnico provoca una lunga pausa forzata. Considerando la situazione mondiale, sembra quasi un segno provvidenziale per permetterci di assimilare un testo più attuale che mai: «La guerra è fredda/La guerra è limitata/La guerra è endemica/La guerra è ciclica». Non basta questo inconveniente a fermare l’impeto dei CCCP che, proprio con il brano omonimo, ripartono incuranti del tempo perso. «Per eccesso di contenuti è saltata la luce» dice Ferretti, sempre in bilico tra sarcasmo e critica sociale.

La seconda parte della scaletta contiene i brani più iconici della band, che il pubblico canta autonomamente a squarciagola. Tra questi spiccano Curami ed Emilia Paranoica – la prima accoppiata alla bandiera italiana e la seconda a quella del PCI –, cui si aggiunge una struggente Annarella in acustico che regala un’atmosfera onirica. Io Sto Bene e Mi Ami? precedono una conclusione perfetta: Amandoti, cantata all’unisono da pubblico e Ferretti, cadenzata dall’emblematica melodia riarrangiata dal violino.

A fine concerto, parlando con persone che hanno assistito al concerto da posizioni differenti, è emerso che ognuna di esse ha vissuto l’esperienza a proprio modo. L’eterogeneità generazionale presente al Parco della Certosa dimostra che, tra nostalgici e nuovi adepti, il sentimento di libertà del potersi vivere il momento secondo le proprie preferenze è il punto focale della potenza dei CCCP. Tornare a casa indifferenti è impossibile. Non è questo, in fondo, il fine ultimo del punk?

foto di Nicolò Canestrelli

Mattia Macrì

Creativo. Cantautore. Storyteller. Neurodivergente. Scrivere fa parte di me sin dall’infanzia, in forma di prosa o in forma di canzone. Credo fortemente nella definizione di un grande conoscitore della mente: “Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico” (S. Freud). Amo la grafica, il video-editing, la fotografia e qualsiasi tipologia di performance artistica. Il motivo per il quale scelsi di studiare Chimica Industriale spesso ancora mi sfugge.

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