Il primo EP pubblicato dai Prodigy ha l’aspetto quasi anonimo di un 12 pollici infilato nella busta standard nera e argentata della XL. Nessuna fotografia del gruppo né un logo a suggerire che cosa contenga: soltanto quattro tracce e una domanda secolare, «What evil lurks in the hearts of men?».
Liam Howlett – fondatore del gruppo – la preleva da The Shadow, una serie radiofonica americana nata negli anni ’30, e la sovrappone a un intreccio di breakbeat e campioni, inserendola in un nuovo contesto. È un gesto che contiene già il metodo Prodigy, quello di estrarre e rimescolare frammenti di mondi apparentemente inconciliabili.
Il contesto in cui questo suono prende forma è Braintree, nella regione dell’Essex, alla fine dell’Inghilterra di Margaret Thatcher. Quando Howlett lascia Downing Street nel novembre del 1990, il Paese è stato trasformato da un decennio di privatizzazioni, di deindustrializzazione e di progressivo indebolimento delle organizzazioni sindacali. Il divario sociale è aumentato e, mentre l’economia britannica entra in recessione, una parte della popolazione più giovane si ritrova con poche prospettive e, va da sé, con pochi luoghi di aggregazione.
Braintree è una cittadina dell’Essex sospesa tra la vicinanza alla capitale e l’isolamento della provincia: abbastanza vicina da intercettare le radio pirata, l’hip hop e le nuove culture dei club; abbastanza distante da disporre di campi, fienili e capannoni in cui la musica può circolare lontano dai circuiti ufficiali.
Tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90, l’acid house prende piede trasformando proprio quei luoghi in spazi di aggregazione temporanea. Migliaia di persone si spostano seguendo indicazioni comunicate all’ultimo momento, occupano edifici abbandonati o terreni fuori città e ballano fino al mattino. Il rave non cancella le differenze di classe e nemmeno le tensioni razziali dell’Inghilterra da cui proviene, ma per alcune ore produce l’impressione che possano perdere importanza.
Da adolescente, Howlett studia pianoforte, ascolta Grandmaster Flash e impara a fare scratch, per poi entrare come DJ nei Cut 2 Kill. Quando comincia a frequentare i primi rave, intorno al 1989, scopre però una relazione differente tra musica e pubblico. A colpirlo è la possibilità di mescolare nello stesso spazio house, breakbeat, reggae e hip hop senza preoccuparsi troppo delle rispettive appartenenze. Decide allora di costruire le proprie tracce. Mentre guadagna circa ottomila sterline all’anno, ne investe mille in un Roland W-30, si chiude in casa per quattro mesi e impara a utilizzarlo fino a conoscerne ogni limite. Dotata di un campionatore, un sequencer e appena sedici tracce, quella macchina diventa il fulcro del suo primo metodo di produzione.
In uno dei rave dell’Essex incontra Keith Flint, nato a Redbridge, nella parte orientale di Londra, e cresciuto tra Chelmsford e Braintree. Flint ha una grave dislessia, un rapporto conflittuale con la scuola ed è stato espulso a quindici anni. Ha lavorato anche come conciatetti e ha trovato nei viaggi, nelle motociclette e nelle feste clandestine un modo per incanalare un’energia che altrove viene trattata come un problema.
Flint chiede a Howlett di preparargli una cassetta: su un lato trova un DJ set, sull’altro alcune produzioni originali. Howlett scrive sul nastro la parola «Prodigy», riprendendo il nome del sintetizzatore Moog Prodigy che possiede in quel periodo. Ascolta la cassetta insieme all’amico Leeroy Thornhill, elettricista e ballerino alto quasi due metri. Thornhill è cresciuto a Rayne, vicino a Braintree, in una comunità quasi completamente bianca. Nei rave trova una dimensione multietnica e uno spazio in cui può sentirsi parte di qualcosa senza essere percepito come un corpo estraneo.

foto di Dena Flows
Sono Flint e Thornhill a intuire che le tracce di Howlett possono diventare un live e gli propongono di ballarle sul palco. Alla prima formazione si aggiunge anche Sharky – unica componente femminile mai entrata nel gruppo, dal 1990 al 1991 – mentre Maxim Reality, nome d’arte di Keith Palmer, arriva quasi per caso. Figlio di genitori giamaicani e cresciuto a Peterborough, Maxim si è formato nella cultura dei sound system reggae e ha cominciato a fare l’MC intorno ai quattordici anni. Si presenta al Four Aces di Dalston circa un’ora prima del primo concerto dei Prodigy. Non ha mai provato con gli altri, ma improvvisa sulle basi di Howlett e diventa immediatamente parte del gruppo. La risposta del pubblico porta a una nuova prenotazione per la sera successiva e poi ad altre date per i due mesi seguenti.
Prima ancora di avere un contratto discografico, i Prodigy esistono quindi come un dispositivo live: un produttore dietro le macchine, tre ballerini e un MC. Non c’è ancora un cantante e non esiste un vero frontman. Flint, che negli anni successivi diventerà il volto più riconoscibile del gruppo, in questa fase comunica esclusivamente attraverso il corpo. Mentre la formazione del gruppo è ancora un work in progress, Howlett, allora diciannovenne, raccoglie dieci tracce in una demo. Si rivolge inizialmente alla Tam Tam Records, l’etichetta con cui avevano lavorato i Cut 2 Kill, ma la proposta viene rifiutata. Telefona quindi alla XL e chiede di poter presentare personalmente il materiale.
Il cofondatore Nick Halkes non riconosce subito una potenziale testa d’ariete capace di sfondare le classifiche, ma sente qualcosa di nuovo, duro e privo di compromessi. Decide di firmare Howlett, ma la demo non viene pubblicata per intero: la XL ne seleziona quattro tracce e così nasce What Evil Lurks. I quattro brani scelti non contengono ancora una formula stilistica unica, ma aprono la strada a diverse direzioni possibili. La traccia omonima intreccia la voce di The Shadow con campioni provenienti dall’hip hop e dallo ska; We Gonna Rock spinge le radici hip hop di Howlett dentro una struttura apertamente rave; Android accompagna la pulsazione della house verso il breakbeat; Everybody in the Place chiude il disco in una versione ancora lenta e scarna, destinata a essere riscritta nei mesi successivi. Più che il manifesto di un suono già definito, What Evil Lurks è il laboratorio in cui i Prodigy iniziano a costruirlo.
Il disco comincia a circolare senza il sostegno di una tradizionale campagna promozionale. Sono i DJ, i rave e i numerosi bootleg a portarlo fuori dall’Essex. Android diventa una traccia particolarmente richiesta nei Paesi Bassi, tanto da essere spostata all’apertura dell’edizione locale dell’EP. La prima versione di Everybody in the Place, ancora lenta e scarna, viene invece riscritta fino ad assumere la velocità che la renderà uno dei brani più riconoscibili del gruppo.
Il salto dalla scena rave alle classifiche arriva pochi mesi dopo con Charly. Howlett campiona uno dei filmati animati Charley Says, prodotti dal Central Office of Information britannico per insegnare ai bambini a non fidarsi degli sconosciuti e a evitare i pericoli domestici. La voce infantile, il miagolio del gatto e il breakbeat rendono il pezzo immediatamente riconoscibile. Pubblicato nell’agosto del 1991, raggiunge il terzo posto nella classifica britannica.
Il successo genera però una serie di imitazioni costruite intorno a campioni di cartoni animati e programmi per l’infanzia, da Sesame’s Treet degli Smart E’s ad A Trip to Trumpton degli Urban Hype. La stampa musicale riunisce il fenomeno sotto etichette come cartoon rave e toytown techno. Nell’agosto del 1992, Mixmag arriva a mettere Howlett in copertina con una pistola puntata alla testa e il titolo Did Charly Kill Rave?.
La risposta non arriva attraverso una dichiarazione, ma dentro la musica. Everybody in the Place, già presente su What Evil Lurks in una forma più lenta e spoglia, viene accelerata, ampliata e pubblicata nuovamente alla fine del 1991, raggiungendo il secondo posto della classifica britannica. L’anno seguente, Experience fa confluire quella stessa energia in un album, dando forma compiuta al linguaggio che nel primo EP era ancora in costruzione.

