I Maruja si abbattono su Milano: cronaca di una tempesta annunciata

Dopo una lunga gavetta, i Maruja travolgono la Santeria Toscana di Milano con la furia di Pain to Power, ultima fatica discografica della band uscita lo scorso anno per Music for Nations. Guidati dal sax, tra post-punk e jazz-rock, abbiamo assistito alla rabbia trasformarsi in un manifesto di resistenza. Come ogni furia, però, il rischio è quello di disperderla
14 Aprile 2026

Quante cose succedono in undici anni? È quanto è servito ai Maruja per pubblicare il loro primo disco, Pain to Power; è quanto è servito per produrre un esordio fra i migliori dischi del 2025. 

Nell’attesa unica data italiana – parte del minitour di recupero delle date cancellate lo scorso novembre – la performance dei Maruja ci ha mostrato cosa significhi essere una band di culto nell’attuale panorama post-punk e jazz-rock, dimostrando come la lunga gavetta e la centralità di strumenti un tempo considerati “estetici” nella musica rock– come il sassofono – siano oggi i pilastri di una rivoluzione sonora. 

Il concetto di “gavetta” è spesso frainteso come un semplice periodo di attesa; per i Maruja, rappresenta invece la messa a punto di una furia che ha radici profonde nella realtà industriale e sociale di Manchester. Sebbene la band sia comparsa nei radar solo negli ultimi tre anni grazie a lavori come l’EP Knocknarea del 2023, la loro storia inizia nel 2014. Questo decennio di attività sotterranea ha permesso al gruppo di attraversare varie fasi, partendo da un registro prevalentemente funk – le cui tracce sono state rimosse dalle piattaforme streaming per preservare la nuova identità – fino a raggiungere la maturità attuale. 

Questa solidità è emersa in ogni passaggio: la precisione dei cambi di tempo e la capacità di gestire il feedback non sono frutto di improvvisazione estemporanea, ma di anni di sessioni in cui il quartetto composto da Harry Wilkinson (voce e chitarra), Joe Carroll (sax), Matt Buonaccorsi (basso) e Jacob Hayes (batteria) ha affinato l’intesa sul palco. La lunga attesa per il debutto Pain to Power ha garantito che il disco non fosse una raccolta di bozze, ma un manifesto completo, capace di debuttare nelle primissime posizioni del UK Vinyl Albums Chart, un risultato straordinario per una band indipendente. 

Prima che la tempesta di Manchester si abbattesse sul palco, la serata è stata aperta dai milanesi Brain Saga. Definitisi come un’entità computerizzata che si manifesta attraverso suoni elettrici vintage, la band ha offerto un set che fonde rock’n’roll, new wave e un oscuro surf rock psichedelico, catturando l’attenzione di una sala in fase di riempimento. 

Sin dall’ingresso dei Maruja sulle note di Bloodsport, l’aria si è fatta pesante, carica di un’elettricità che non era solo sonora ma emotiva. La Santeria Toscana 31, ambiente che favorisce l’intimità tra artista e pubblico, è stata la cornice ideale per un concerto sold out da mesi, un segnale chiaro dell’impatto che la band di Manchester ha avuto sulla scena underground italiana. Il frontman Wilkinson ha immediatamente stabilito un comando assoluto sulla sala, chiedendo l’apertura di diversi mosh pit, espressioni tanto di una frustrazione trasformata in energia solidale quanto di momenti di condivisione. Il contrasto tra situazioni di caos totale e sezioni di improvvisazione libera ha creato una dinamica di tensione e rilascio che ha tenuto il pubblico in uno stato di costante allerta. 

Harry Wilkinson è un frontman atipico: la sua voce spazia da un rap aggressivo a un canto quasi angelico e tormentato allo stesso tempo, particolarmente evidente in brani come Saoirse. La sua presenza scenica è intrisa di una gravità politica che non risulta mai performativa; quando urla «Blood calls blood!», la sensazione è quella di un appello urgente. 

Uno dei temi centrali del concerto e, più in generale, della proposta dei Maruja è il ritorno del sassofono a una centralità assoluta nella musica rock. Carroll non si è limitato a fornire abbellimenti; il suo sax è stato la vera “voce” melodica, capace di sostituire o amplificare il tormento vocale di Wilkinson. Carroll suona il sassofono con una ferocia tale che sembra quasi lottare con lo strumento. Muovendosi costantemente tra il pubblico, suonando il sax faccia a faccia con i fan, ha abbattuto ogni barriera, trasformando lo strumento in un elemento di connessione. 

Al netto di questa fisicità, però, qualcosa sembra mancare: se nella prima parte il concerto era un furia di precisione chirurgica, nei secondi quarantacinque minuti i confini del suono si sfrangiano. Il sax di Carroll non sembra più riuscire a tessere delle trame efficaci con basso e batteria, rendendo gli intermezzi musicali annacquati e, diciamolo, ripetitivi. A completare l’opera va registrato un passaggio a vuoto dei fonici che, fra i vari problemi, hanno annullato la chitarra di Wilkinson, molto presente nella seconda parte del concerto. 

Il concerto ha comunque evidenziato come i Maruja siano un organismo unico, dove le individualità sono messe al servizio di un obiettivo comune: la trasmissione di un messaggio di resistenza e amore. Nonostante la violenza apparente del suono, il messaggio dei Maruja è profondamente umanista e pacifista. Wilkinson lo ha ribadito durante il set: «anche se la nostra musica sembra violenta, il nostro messaggio è di pace». Brani come Saoirse (libertà in gaelico) sono stati dedicati esplicitamente alla causa palestinese. 

Il momento più toccante è stato senza dubbio il silenzio richiesto dalla band prima di chiudere il set. In una Santeria solitamente rumorosa e vibrante, si è creato un vuoto assoluto di rispetto e riflessione per le vittime dei conflitti internazionali. Questo silenzio, rotto poi dalle note finali di Resisting Resistance, ha dato un peso diverso a tutto ciò che era accaduto prima: la rabbia espressa nei brani iniziali come Trenches o The Invisible Man non era fine a se stessa. 

L’esibizione ha confermato che i Maruja non sono solo una band “di genere”, ma un fenomeno culturale che sta ridefinendo i confini tra rock, jazz e attivismo politico. La loro autenticità è stata guadagnata con undici anni di lavoro nell’ombra, una gavetta che ha permesso alla band di arrivare sul palco della Santeria con una consapevolezza e una forza che non molti gruppi possono vantare. Tuttavia, il finale meno lucido della serata ci ricorda che la furia rischia di disperdere l’impatto del messaggio se non rimane ancorata a una direzione precisa. 

La sfida ora sta nel riuscire a trovare gli equilibri, completando il repertorio con pezzi basati su strutture più eterogenee, per realizzare una tempesta perfetta. Vista la propensione della band a lavorare su se stessa e su ogni particolare, non ci sono dubbi che questo accadrà.