I Daughter e la fine del dolore come estetica

Dai primi EP fino all’evoluzione in Stereo Mind Game, i Daughter hanno accompagnato una generazione di adolescenti verso una maturazione emotiva che è la stessa della cantante Elena Tonra. Un percorso artistico musicale profondamente autobiografico in cui si cresce imparando a guarire
4 Febbraio 2026

Siamo nel 2012 e quasi tutto il mondo si è imbattuto, su piattaforme come Tumblr o WeHeartIt, in un immaginario visivo legato ad atmosfere dark e stili “alternativi” come il pale o l’osannato soft grunge. Attorno a questi contenuti come fotografie e video – fortemente connotati – ruotava tutto un corollario di suoni e musiche ben definite: percussioni minimali, chitarre elettriche effettate e liriche evocative ma incisive. Tra queste, la frase «we’re setting fire to our insides for fun» del brano Youth della band inglese Daughter era diventata quasi il manifesto di un’intera generazione di adolescenti impulsivi e dominati da quella diffusa tristezza tipica di quell’età.

Quello che il post punk aveva fatto come rivoluzione ed estetica a fine anni ‘70 si ritrovava ora negli anni ‘10 del 2000 nella nuova musica indie alternativa che proveniva tanto dall’Europa quanto dagli Stati Uniti. Tra questi gruppi i Daughter, trio composto da Igor Häfeli, Remi Aguilella ed Elena Tonra, si sono ritagliati il loro spazio, che avrebbe di certo dovuto e potuto essere più ampio, affiancando l’audience vastissima di band come i The XX, ma quasi sicuramente per il trio questa bolla era sufficiente e soddisfacente.

I punti forti del sound dei Daughter sono da sempre stati l’intimità del racconto di Elena Tonra e l’insieme di atmosfere cupe ma brillanti che si sono sempre più raffinate e caratterizzate disco dopo disco. Youth, brano tratto dall’EP The Wild Youth EP (2011) è di rappresentanza per una generazione di adolescenti che si stringevano in milioni attorno a questa traccia, perché le liriche pessimiste combinate con arpeggi di chitarra riescono a plasmare un ambiente sonoro dalla forte potenza evocativa e che rispecchia appieno quell’aria disfattista peculiare dei teen-years. Nell’immaginario comune di queste ragazze e ragazzi resta impressa perfino la foto – soft grunge, per l’appunto – che faceva da “cover” per il singolo su un canale fan di YouTube: cinque persone con la testa coperta da maschere di mostri, disposte l’una accanto all’altra in una foresta. La gioventù selvaggia che aleggia tra senso di vuoto, apatia e sentimenti stracciati è, di fatti, il topos di The Wild Youth EP (2011), disco che ci racconta il paesaggio di vita adolescenziale usando metafore forti nelle quali è impossibile, da ragazzini, non identificarsi.

Ma il lavoro di scrittura – musicale e non – nei progetti dei Daughter va ben oltre: Elena Tonra utilizza la musica per mettersi a nudo parlandoci di sé stessa, della sua vita, ma soprattutto delle sue forti emozioni e passioni. Tutto l’EP infatti, composto da quattro tracce, ci parla di disorientamento, delusioni, delle gelosie e dell’abuso di sostanze, il tutto calato in atmosfere dark pop fatte di batterie accattivanti e minimal che accompagnano prima un pianoforte dai suoni mesti, poi il suono sintetico di una chitarra. Già dal primo EP autoprodotto His Young Heart, uscito qualche mese prima dello stesso anno, si inizia a delineare una sorta di autobiografia di Elena Tonra raccontata attraverso le parole e la musica, una narrazione che si protrae per tutta la discografia della band con l’incursione di un suo progetto da solista dal nome Ex:Re.

Ciò che ci si materializza da subito in mente ascoltando anche solo una prima volta i lavori dei Daughter, è un immaginario fatto di negatività manipolata al fine di sembrare quasi bittersweet, romanticizzata, propria della visione del mondo di Elena Tonra. Ciò di cui siamo testimoni ripercorrendo la discografia del gruppo, di fatti, è un’evoluzione del modo di guardare e di conseguenza pensare le difficoltà e i momenti bui della vita. Tonra cresce assieme alla sua musica, alla sua band e assieme a noi. Di fatti, il primo EP acustico His Young Heart ci fa immergere in racconti di amori totalizzanti che si legano indissolubilmente a un masochismo tagliente e a una diffusa visione sadica dell’esistenza e dei rapporti. La voce calda di Tonra incanta e incatena alle sue parole.

«So leave me in the cold, wait until the snow covers me up,
so I cannot move, so I’m just embedded in the frost.
Then leave me in the rain, wait until my clothes cling to my frame,
wipe away your tear stains, thought you said you didn’t feel pain
»
Landfill, Daughter

Troviamo anche un primissimo accenno a un tema che diventerà sempre più preponderante nei dischi successivi, ovvero il rapporto con la figura materna e la genitorialità. È infatti ben connotata in tutta la discografia la presenza di una commistione di astio e affetto nei confronti della madre, talvolta accusata di una qualche colpevolezza e in altri casi rievocata con nostalgia.

«We are what we are – don’t need no excuses for the scars from our mothers»
The Woods, Daughter

I sentimenti, che quasi rasentano l’autocommiserazione, si sprigionano nel primissimo album dei Daughter, If You Leave (2013), uscito per l’etichetta 4AD, sicuramente la più adatta per permettere alla vena creativa della band di fortificarsi e non essere smantellata da direttive e canoni. Qui, i suoni si affinano e con l’inserimento della componente elettronica si completa un ambiente sonoro dove elementi dream pop colorano la cupezza diffusa. La voce di Elena Tonra si sdoppia grazie all’inserimento dei cori, rendendo l’esecuzione quasi perfetta. Il suo timbro vocale caldo e tenue si raffredda in un’interpretazione impassibile e quasi apatica, di chi sembra riferire un sentimento piuttosto che viverlo in prima persona. Il brano Youth viene inserito nel disco, riportato uguale come nell’EP, ma il vero apice di If You Leave è Smother, nonché primo singolo dell’album. La melodia per chitarra e pianoforte richiama le atmosfere di His Young Heart, ma ora è tangibile una forte maturazione artistica di tutti i membri della band, sia nel sound che nella potenza sonora stessa, oltre alle liriche violente ma melliflue. L’aria si fa rarefatta e ogni scelta vocale e musicale è accuratamente pesata; l’autrice parla di una condizione di masochismo che termina con una dichiarazione di vergogna che sembra tirare il mignolo a quel sentimento diffuso di autodisprezzo legato alla propria esistenza: la figura materna diventa la fautrice di tutto il malessere della protagonista.

«I’m sorry if I smothered you
I sometimes wish I’d stayed inside my mother never to come out
»
Smother, Daughter

Una madre colpevole di aver dato alla luce un essere umano, così sottoponendolo alle sofferenze della vita: questo è quello che Elena Tonra cerca di esprimere, quasi come fosse un riverbero nella sua mente. Un riverbero che ritorna nel disco successivo, Not To Disappear (2016), ma questa volta si tinge di rimpianto ed empatia. In questo album troviamo il primo flebile cambiamento di Tonra: se nei primi lavori emergeva una sorta di pietà e disprezzo per sé stessa, nota dopo nota ci ritroviamo davanti riflessioni più profonde nelle quali ci si può riconoscere a qualsiasi età. Not To Disappear è un disco sulle scelte e sul provare a scegliere di reagire piuttosto che farsi schiacciare dagli altri; s’insinuano delle domande:

«What if I’m made of stone? Feeling is not a system»
Made of Stone, Daughter

e s’instillano i presupposti per l’edificazione di riflessioni anche dal timbro esistenziale:

«And they’re making children and they’re making love,
with their old excuses: we are built for reproduction.
But I find it soothing when I am confined,
I’m just fearing one day soon I’ll lose my mind
».
Doing the Right Thing, Daughter

La figura materna viene aperta, sventrata, non è più muro ma ritorna carne, donna, da accarezzare e verso cui provare un affetto, un affetto che però resta ugualmente contaminato. Il sound di Not To Disappear è corposo e pieno, non più descrittivo ma finalmente eccedente rispetto all’atmosfera complessiva: i suoni minimali evolvono in veri e propri segmenti energici che fanno da contrappunto a un clima che sfiora lo shoegaze.

Il sound univoco della band si consolida nell’album colonna sonora Music From Before the Storm (2017), scritto per il videogioco Life is Strange: Before the Storm della Deck Nine Games. Il disco rilascia una potenza più implosiva che esplosiva grazie all’impiego di riverberi e cori che definiscono in maniera definitiva lo stile dei Daughter, fortemente evocativo ma puntuale, risoluto.

Con l’ultimo album pubblicato ad aprile 2023, Stereo Mind Game, siamo testimoni di un passaggio a un pensiero adulto di Elena Tonra, una profonda evoluzione nel suo modo di vivere e affrontare quello che prova. Una crescita che parte da His Young Heart dove il fulcro del turbinio emotivo è un’arrendevolezza, l’autocommiserazione vacua e spenta, attraverso due album in cui poco alla volta vengono fuori gli artigli e la voglia di combattere, di provare ad affrontare in maniera attiva ciò che la vita ti mette davanti. Non più lasciare che tutto schiacci e attraversi, ma tornare a essere presenti a sé stessi.

Stereo Mind Game è un punto di arrivo dopo sei anni di silenzio per i Daughter, fatti di passi in avanti essenziali che si rintracciano anche nelle scelte sonore: il sound è più arioso, molto meno opprimente; alcuni brani sembrano patinati e le manipolazioni elettroniche hanno l’obiettivo di creare un vero distacco che risulti anche temporale da quella che era la vita prima – di Elena Tonra – e un nuovo presente più leggero. Le liriche riportano, attraverso una confessione già matura, agli abusi emotivi subiti, finalmente visti con un’ottica di puro disprezzo e non più languidi. Il sentimento che traspare dalla discografia dei Daughter di una certa romanticizzazione del negativo, del cupo e del malessere, si spegne: in Stereo Mind Game si guarisce e si rinasce.

«I have a feeling that we’ll repeat this evening, so be on your way»
Be On Your Way, Daughter

Per festeggiare i dieci anni di Not To Disappear, lo scorso mese la band ha rilasciato Not Enough, un singolo cut-off di quegli anni con delle sonorità più vicine a Stereo Mind Game, un regalo che i fan sperano preannunci la realizzazione di quel tour mai avvenuto dopo l’ultimo disco nel 2023. Ma proprio come la loro musica, i Daughter sono una presenza-assenza, fantasmatica, e questa fumosità fa parte del loro fascino; come una persona amica che si vede di rado ma che a ogni suo ritorno resta a riecheggiare in noi per mesi.

copertina di Stéphane Akkaoui | 2013, CC BY-NC-ND 2.0