Genio e integrità: l’elisir della lunga vita di Johnny Marr

Johnny Marr si è esibito il 18 luglio a Minervino Murge per il Locus Festival. L’ex Smiths mette in scena un live in cui la musica appartiene integralmente al pubblico, anche a quello che fa fatica a capirne la grandezza
19 Luglio 2026

Il Locus Festival ricompone la coppia dei fondatori degli Smiths, anche se a un anno di distanza l’uno dall’altro. Dopo aver ospitato nel 2025 Morrissey a Ostuni, l’apprezzata e ambiziosa rassegna pugliese – promossa da Bass Culture e giunta alla ventiduesima edizione – ha portato Johnny Marr sul palco di Minervino Murge (BT) lo scorso 18 luglio.

Convince, tuttavia, fino a un certo punto la scelta della sede. Una location, quella della tenuta vinicola Bocca di Lupo, certamente suggestiva per la sua posizione, nel mezzo delle campagne tra i colli della Murgia, ma che attrae un pubblico mediamente assai adulto. La posizione defilata rispetto al cuore della Puglia e l’assenza totale di collegamento con i mezzi pubblici rendono raggiungibile la Tenuta Bocca di Lupo solo con le auto private. Così, dunque, il concerto di Johnny Marr assomiglia più a un vernissage per borghesi di mezza età che allo spettacolo di un artista con la storia dell’ex Smiths. Tanti calici di vino di produzione locale, di pregevolissima fattura, certamente, ma che escludono alternative per chi volesse consumare altro o fosse banalmente astemio.

Al netto di tutto, però, Johnny Marr si prende la scena poco dopo le 21:00, per non mollarla più fino alla fine; insieme a lui sul palco James Doviak (chitarra e tastiere), Iwan Gronow (basso) e Jack Mitchell (batteria). Diciannove canzoni in scaletta, ben miscelate tra i grandi classici degli Smiths, i successi solisti e anche una bella cover di The Passenger di Iggy Pop.

Attualmente in tour per presentare il recente singolo Spin, che anticipa l’uscita del nuovo album The Age of Everything prevista per il 2 ottobre, il chitarrista di Manchester propone uno show in cui c’è un po’ tutto il suo repertorio, e soprattutto viene fuori con plastica coerenza tutto l’elisir della sua lunga vita artistica.

Il merito del guitar hero britannico risiede infatti nell’aver capito, fin dai primissimi passi negli anni ’80 con gli Smiths e ancora oggi, che il suo talento in realtà non è suo: le canzoni – una volta fuori – appartengono al pubblico, anche in un caso come questo, in cui forse l’artista non viene capito fino in fondo. Tanti telefoni in aria, cosa che l’artista fa notare non senza un certo fastidio, e un coinvolgimento che si accende di più solo per i vecchi successi, e molto meno per gli altri brani.

Le dita di Marr si muovono sulla tastiera della sua Fender Jaguar con la leggerezza e l’inconfondibile stile di un artista geniale, che sfrutta la chitarra come un’appendice di sé e ha scritto alcuni tra i riff più visionari della musica pop. Quando partono i classici degli Smiths – che Johnny esegue anche con una perfetta resa vocale – si riallaccia il filo tra quella musica e i fan, che comunque non mancano e si fanno sentire. E questo il celebre chitarrista l’ha capito, già da parecchio tempo: l’artista è al servizio della canzone, che a sua volta è proprietà morale di chi avverte quella canzone come un pezzo di sé.

Ecco, quindi, che il vero fulcro dello spettacolo è l’esecuzione dei brani degli Smiths, ben otto su diciannove in scaletta: da Panic a The Headmaster Ritual, da This Charming Man a Bigmouth Strikes Again, passando per Stop Me If You Think That You’ve Heard This One Before e How Soon is Now?, fino al picco con Please, Please, Please, Let Me Get What I Want e There Is a Light That Never Goes Out, che conclude il set tra qualche lacrima e la commozione generale.

E no, non è solo un’operazione nostalgia. Nella musica di Johnny Marr, nel suo stile e nel suo talento ci sono tutti gli elementi che un grande artista dovrebbe avere: innanzitutto la coerenza con sé stesso e con il suo impegno civile, e poi con il pubblico più fedele alla band che lo ha reso grande, e che lui ha reso grande.

Magari, è vero, Marr non avrà il carisma magnetico di Morrissey né il suo vocione baritonale, ma dal vecchio socio non ha certamente ereditato l’egocentrismo e la presunzione di credere che la musica sia una variabile dipendente solo da chi la compone, e non da chi la vive. Se Morrissey, come un Re Sole, dice «Gli Smiths sono io», Marr replica «Gli Smiths siamo noi». E questo fa tutta la differenza del mondo. Il recente rifiuto che ha fatto pervenire alla proposta di Moz di riformare gli Smiths è l’ennesima conferma della coerenza artistica di Marr, e della sua integrità morale: le canzoni sono al centro, non l’ego dell’artista. E, allora, che Morrissey metta pure in vendita i diritti degli Smiths; quella musica, vale la pena ribadirlo, appartiene a chi ci legge dentro un pezzo di sé.

Ma non è tutto qui, anche se sarebbe già moltissimo così. Lo show messo in scena da Johnny Marr si infila anche tra le pieghe della sua carriera solista, con una partecipazione del pubblico più attiva su New Town Velocity, Easy Money, Hi Hello, Somewhere, Spirit, Power and Soul, Armatopia e Generate! Generate!, che dal vivo ci ricordano come mai l’artista di Manchester è considerato un genio.

Il suo talento non si riduce a un virtuosismo sterile e di maniera. Qui non ci sono assoli interminabili di tecnica sopraffina ma vuota; ci sono suoi riff, da quelli più veloci e nervosi a quelli liturgici e iconici, e la perfezione di un artista che sa divertirsi in qualsiasi circostanza. La cifra stilistica di Marr sta nell’aver raccolto influenze varie, dal blues al folk fino al funk, all’eredità dei songrwiters, alla disco e all’elettronica, per farle convergere in un sound che non varrebbe la pena prendersi il disturbo di provare a imitare.

«Nessuno sa suonare la chitarra come Johnny Marr, neanche Johnny Marr», ha detto di lui Noel Gallagher, amico, concittadino e avido ascoltatore degli Smiths. Una frase che cattura tutto il senso e il luminoso genio del chitarrista di Manchester, capace di creare melodie e tessiture armoniche mai uguali tra loro, e che pure definiscono uno stile unico, immediatamente riconoscibile e legato all’identità precisa di un artista senza reali termini di paragone. 

Foto in copertina: Locus Festival