Fare musica e salute mentale: tre film da (ri)vedere

Cosa vuol dire davvero diventare un professionista in ambito musicale? Il cinema ci fornisce una lente di ingrandimento su storie singolari che esprimono un sentire condiviso, portando alla luce l’aspetto troppo spesso dimenticato della salute mentale dei musicisti. Tre film per una vasta tavolozza emotiva e musicale. Tre storie per amare e odiare il mondo della musica
28 Luglio 2026

Nell’ultimo decennio la vita delle grandi star musicali è stata una presenza costante al botteghino, con una quantità esagerata di biopic che – tra critiche ed elogi – non hanno mai mancato di emozionare i fan. Senza che ci sia bisogno di scomodare queste celebrità, il cinema è comunque un ottimo mezzo per entrare nella mente di chi ogni giorno vive la musica come professione o profonda aspirazione. 

La salute mentale dei musicisti è un aspetto che passa frequentemente in secondo piano, sia a causa della scarsa considerazione del benessere psicologico rispetto a quello fisico, sia del mancato riconoscimento del lavoro artistico in quanto tale. Chi è in questo ambiente sa bene quanto sia alta la pressione e quanto sia pesante il carico di studio che si deve affrontare quotidianamente, soprattutto per quanto riguarda la musica classica e il jazz. Dall’altra parte, chi sceglie un altro genere non ha necessariamente vita più facile: la competizione aumenta, così come il peso delle dinamiche di mercato e dei social media. Noi stessi, sul nostro magazine e in particolare con la rubrica The Dark Side Of The Mind, cerchiamo di raccontare le complessità psicologiche di chi vive la musica in maniera totalizzante, consapevoli delle enormi difficoltà che coinvolgono anche gli artisti più affermati.

Il mondo della musica professionale è colmo di fattori che pesano sulla salute mentale dei lavoratori e ancora di più su quella degli studenti, che non hanno la certezza di riuscire a vivere della loro passione. L’insicurezza finanziaria – data in primo luogo dalla discontinuità lavorativa – è una delle principali cause di stress, ansia e depressione per i musicisti. Il report del 2023 di Help Musicians sottolinea come la fascia più giovane sia quella che riporta maggiormente problemi legati alla salute mentale. Molti giovani studenti sono quindi portati, o peggio costretti, ad abbandonare questa strada per cercare maggiore benessere, stabilità e indipendenza economica. Le sfide e gli ostacoli dunque non mancano quando si raccontano storie di musica, il che lo ha reso un soggetto interessante per vari registi

Damien Chazelle con il suo acclamato Whiplash (2014) mostra l’ossessiva ricerca della perfezione e il sacrificio personale del batterista jazz Andrew Neiman (Miles Teller), che cerca di ottenere l’approvazione di un maestro irascibile e violento. Le aspettative altissime e i metodi sadici di Terence Fletcher (J. K. Simmons) spingono Andrew a lasciare il Conservatorio. Teller e Simmons regalano un’interpretazione che è diventata culto, e che è valsa a quest’ultimo l’Oscar al miglior attore non protagonista. Tra i commenti e gli sguardi giudicanti dei compagni, gli insulti, il taglio netto delle relazioni sociali, il dolore e la competizione, ci chiediamo dove sia il limite tra lo sfruttamento delle potenzialità e l’annullamento della persona.

Il tutto viene portato all’estremo in Shine (1996), gioiello di Scott Hicks che quest’anno vede il trentesimo anniversario. Un Geoffrey Rush da premio Oscar e un Noah Taylor che calza a pennello la sua versione più giovane, portano nelle sale la vita del pianista David Helfgott. Australiano di origine polacca, si trasferisce a Londra dopo aver ottenuto una borsa di studio al Royal College of Music, nonostante il padre fosse fortemente contrario alla sua partenza. Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 di Sergej Rachmaninov, diventa qui l’incarnazione della massima difficoltà tecnico-esecutiva e della realizzazione personale: l’agognata vittoria che David insegue da quando era solo un bambino, in una costante ricerca dell’approvazione paterna.  Il giovane pianista dà tutto se stesso allo strumento e alla musica, riuscendo a conquistare il primo premio nel Concorso del Conservatorio. Tuttavia, è un successo amaro: la sua sanità mentale è definitivamente compromessa. Tornato in Australia e successivamente ricoverato per anni in una clinica psichiatrica, si riavvicinerà pian piano alla musica e ai concerti, ritrovando un po’ di stabilità grazie alla moglie Gillian, che lo seguirà con amore e cura per il resto della vita.

Tick, Tick… Boom! (2021) è un viaggio travolgente nella vita e nelle preoccupazioni di un cameriere squattrinato e dal grande talento, che in questo caso non è un interprete, ma lo scrittore di musical Jonathan Larson. Alla regia Lin-Manuel Miranda, autore degli iconici musical In the Heights e Hamilton. La salute mentale dell’artista è appesa al filo dell’autostima e della comparazione con gli altri. «Non sono abbastanza bravo», «Ho trent’anni. Lui alla mia età aveva già raggiunto i suoi obiettivi». Pensieri intrusivi come questi ricorrono costantemente nella sua mente. Il tempo che scorre inesorabile è come una sentenza di morte per i suoi sogni di gloria, e Larson si ritrova al bivio tra l’inseguimento del successo e un lavoro creativo meno faticoso, che può procurargli da vivere. Il senso di inadeguatezza lo trascina in un vortice ansioso generando solo procrastinazione, ma Jonathan continua comunque per la sua strada. Non riuscirà purtroppo a godere del successo che raggiungerà infine con il capolavoro Rent, morendo per una dissezione aortica poco prima del debutto off-Broadway.

Tre vite diverse. La prima più romanzata ma tratta da un’esperienza vissuta in prima persona dal regista, le altre due più fedeli alla biografia che raccontano. Cambiano i generi, ma la forte passione per la musica è la caratteristica comune a tutti questi personaggi. Alla fine, sarà proprio questo a salvarli da loro stessi.