Nell’ultimo decennio la vita delle grandi star musicali è stata una presenza costante al botteghino, con una quantità esagerata di biopic che – tra critiche ed elogi – non hanno mai mancato di emozionare i fan. Senza che ci sia bisogno di scomodare queste celebrità, il cinema è comunque un ottimo mezzo per entrare nella mente di chi ogni giorno vive la musica come professione o profonda aspirazione.
La salute mentale dei musicisti è un aspetto che passa frequentemente in secondo piano, sia a causa della scarsa considerazione del benessere psicologico rispetto a quello fisico, sia del mancato riconoscimento del lavoro artistico in quanto tale. Chi è in questo ambiente sa bene quanto sia alta la pressione e quanto sia pesante il carico di studio che si deve affrontare quotidianamente, soprattutto per quanto riguarda la musica classica e il jazz. Spesso ci si trova a fare i conti anche con professori “vecchia scuola” che utilizzano l’umiliazione come strumento pedagogico e alimentano dinamiche sessiste, per non parlare dei vari favoritismi che – sfociati nella corruzione – hanno portato sulle pagine di cronaca il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano. Dall’altra parte, chi sceglie un altro genere non ha necessariamente vita più facile: la competizione aumenta, così come il peso delle dinamiche di mercato e dei social media. Noi stessi, sul nostro magazine e in particolare con la rubrica The Dark Side Of The Mind, cerchiamo di raccontare le complessità psicologiche di chi vive la musica in maniera totalizzante, consapevoli delle enormi difficoltà che coinvolgono anche gli artisti più affermati.
Il mondo della musica professionale è colmo di fattori che pesano sulla salute mentale dei lavoratori e ancora di più su quella degli studenti, che non hanno la certezza di riuscire a vivere della loro passione. L’insicurezza finanziaria – data in primo luogo dalla discontinuità lavorativa – è una delle principali cause di stress, ansia e depressione per i musicisti. Il report del 2023 di Help Musicians sottolinea come la fascia più giovane sia quella che riporta maggiormente problemi legati alla salute mentale. Molti giovani studenti sono quindi portati, o peggio costretti, ad abbandonare questa strada per cercare maggiore benessere, stabilità e indipendenza economica. Le sfide e gli ostacoli dunque non mancano quando si raccontano storie di musica, il che lo ha reso un soggetto interessante per vari registi.
1. Whiplash – Damien Chazelle

Con il suo acclamato Whiplash (2014), Damien Chazelle mostra l’ossessiva ricerca della perfezione e il sacrificio personale del batterista jazz Andrew Neiman (Miles Teller), che cerca di ottenere l’approvazione di un maestro irascibile e violento. Le aspettative altissime e i metodi sadici di Terence Fletcher (J. K. Simmons) spingono Andrew a lasciare il Conservatorio.
I due si incontrano nuovamente per caso, dopo che Fletcher è stato allontanato dal Conservatorio proprio a seguito di una lettera di Andrew, in cui denunciava l’abuso psicologico subito. Il professore invita l’ex studente a suonare a un suo concerto, dove il reciproco desiderio di rivalsa si unisce a un’innegabile intesa musicale, in un finale musicalmente esplosivo.
Teller e Simmons regalano un’interpretazione che è diventata culto e che è valsa a quest’ultimo l’Oscar al miglior attore non protagonista. Tra i commenti e gli sguardi giudicanti dei compagni, gli insulti, il taglio netto delle relazioni sociali, il dolore e la competizione, ci chiediamo dove sia il limite tra lo sfruttamento delle potenzialità e l’annullamento della persona.
Il film racchiude molte delle problematiche intrinseche all’ambiente dei Conservatori che deteriorano la salute mentale degli studenti più fragili: una legge del più forte che porta allo scontro più che alla cooperazione, cosa che invece è indispensabile per delle persone che devono suonare in gruppo e in armonia. Per quanto Andrew si impegni, ignorando anche la propria sofferenza fisica, sembra non essere mai abbastanza. Mai abbastanza bravo, mai abbastanza preciso. Raggiungere la perfezione diventa l’unico modo per affermare il proprio valore ed essere stimato, come musicista e come persona, ma il percorso è insostenibile e lo studente crolla. Questa è purtroppo – con tutte le estremizzazioni del caso – la storia di molti studenti di musica nel mondo, ma soprattutto in Italia, dove inoltre l’investimento dei tanti anni di studio spesso non si riflette in una proporzionata retribuzione lavorativa.
2. Shine – Scott Hicks

Il tutto viene portato all’estremo in Shine (1996), gioiello di Scott Hicks che quest’anno vede il trentesimo anniversario. Un Geoffrey Rush da premio Oscar e un Noah Taylor che calza a pennello la sua versione più giovane portano nelle sale la vita del pianista David Helfgott. Australiano di origine polacca, il musicista si distingue per il grande talento e riesce a ottenere una borsa di studio al Royal College of Music. Stavolta non c’è un maestro severo, ma un padre esigente e violento, che mette l’unità della famiglia davanti a tutto e si oppone fortemente alla partenza di David. Il ragazzo però decide di andare ugualmente a Londra, compromettendo irrimediabilmente il rapporto col padre.
Il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 di Sergej Rachmaninov diventa qui l’incarnazione della massima difficoltà tecnico-esecutiva e della realizzazione personale: l’agognata vittoria che David insegue da quando era solo un bambino, in una costante ricerca dell’approvazione paterna. Il giovane pianista dà tutto se stesso allo strumento e alla musica, riuscendo a conquistare il primo premio nel Concorso del Conservatorio. Tuttavia, è un successo amaro: la sua sanità mentale è definitivamente compromessa. Tornato in Australia e successivamente ricoverato per anni in una clinica psichiatrica, si riavvicinerà pian piano alla musica e ai concerti, ritrovando un po’ di stabilità grazie alla moglie Gillian, che lo seguirà con amore e cura per il resto della vita.
La musica si lega strettamente alla fragilità psicologica del protagonista, ma la sua posizione cambia nel corso della vita. All’inizio la musica è studio, dovere, competizione, precisione: David viene completamente assorbito dallo studio del pianoforte e del Rach 3, il brano che lo porta finalmente sulla vetta per poi farlo precipitare rovinosamente. Nella seconda parte della sua vita, il pianoforte e la musica assumono una funzione salvifica e catartica: il pianista ritrova il piacere di suonare, prima nel locale dove incontrerà la sua futura moglie, poi in un concerto nella sua città. Il pubblico lo applaude esaltato e commosso mentre David scoppia in un pianto liberatorio, frutto di tutte le emozioni che la musica porta a chi la vive con anima e corpo.
3. Tick, Tick… Boom! – Lin-Manuel Miranda

Tick, Tick… Boom! (2021) è un viaggio travolgente nella vita e nelle preoccupazioni di un cameriere squattrinato e dal grande talento, che in questo caso non è un interprete, ma lo scrittore di musical Jonathan Larson. Alla regia Lin-Manuel Miranda, autore degli iconici musical In the Heights e Hamilton. La salute mentale dell’artista è appesa al filo dell’autostima e della comparazione con gli altri. «Non sono abbastanza bravo», «Ho trent’anni. Lui alla mia età aveva già raggiunto i suoi obiettivi». Pensieri intrusivi come questi ricorrono costantemente nella sua mente. Il tempo che scorre inesorabile è come una sentenza di morte per i suoi sogni di gloria e Larson si ritrova dinanzi al bivio tra l’inseguimento del successo e un lavoro creativo meno faticoso, che può procurargli da vivere. Il senso di inadeguatezza lo trascina in un vortice ansioso generando solo procrastinazione, ma Jonathan continua comunque per la sua strada. Non riuscirà purtroppo a godere del successo che raggiungerà infine con il capolavoro Rent, morendo per una dissezione aortica poco prima del debutto off-Broadway.
Qui il grande tema dell’instabilità economica si lega a quella psicologica, dettata dai ritmi di lavoro insostenibili e dal continuo confronto con scadenze irrealistiche e irrazionali che il protagonista percepisce come assolute, ma che capirà poi essere del tutto relative. Si tratta di un’altra problematica molto diffusa tra i giovani musicisti, che sono portati a paragonarsi ai loro colleghi e ai loro coetanei quasi sempre in negativo, senza considerare le evidenti differenze di percorso e di opportunità. Questa storia è la dimostrazione che non siamo mai “in ritardo”, ma dobbiamo semplicemente saper aspettare il nostro momento, continuando ad impegnarci.
Tre vite diverse. La prima più romanzata ma tratta da un’esperienza vissuta in prima persona dal regista, le altre due più fedeli alla biografia che raccontano. Cambiano i generi, cambia la prospettiva e il rapporto con la musica, ma la forte passione è la caratteristica comune a tutti questi personaggi. Alla fine, sarà proprio questo a salvarli da loro stessi.

