È il 1965. Quattro giovani ragazzi scapestrati, con un’estetica a metà tra i Clash e i Pogues, pubblicano l’album Demolición. Quei quattro ragazzi sono i Los Saicos, band proto-punk peruviana. La formazione suona un garage rock con influenze surf, cosa molto comune per l’epoca. Eppure qualcosa li rende particolari rispetto ai loro contemporanei d’oltreoceano. I loro suoni sono graffianti e sporchi, la voce di Erwin Flores, cantante e chitarrista, è tremendamente spigolosa e gracchiante.
Sui giubbotti non ci sono ancora le classiche toppe e spille da balia, il CBGB non è nemmeno nei più lontani progetti di Hilly Kristal e i futuri big del punk che tutti conosciamo sono poco più che bambini; persino i selvaggi Stooges devono ancora vedere la luce perché Iggy Pop è ancora addomesticato nel suo completo gessato mentre suona con gli Iguanas. Eppure quei pezzi, quasi tutti della durata massima di 2 minuti, sono la palese anticipazione di ciò che sarebbe sorto nella decade successiva.
E se in Inghilterra e negli Stati Uniti si parlava di pace e amore, questi ragazzacci andini, totalmente fuori controllo e privi di un’ideologia strutturata, gridavano di voler abbattere la stazione dei treni.
Ai Los Saicos (il cui nome deriva dalla storpiatura di psycho), non interessa imitare educatamente il beat inglese. Non sono certo figli del proletariato: il quartiere di Lince, zona bene di Lima, ben distante dalle più povere barriadas, ha poco da spartire con le zone suburbane di Londra o New York, eppure è una città che cresce in maniera confusionaria e dove le contraddizioni del capitalismo arriveranno da lì a breve con una spietatezza infernale.
La band dura pochissimo, si scioglie già nel 1966. Giusto il tempo di consegnare alla storia numerosi singoli e parecchi concerti improvvisati in cinema o locali occupati che la maggior parte delle volte si concludono in retate della polizia.
In quegli anni, come negli altri Paesi dell’America Latina, anche il Perù sprofonda in un mix di violenza politica, crisi economica e repressione sotto i governi di Juan Velasco Alvarado e Francisco Bermudes. In questo contesto di forti tensioni sociali, dove proliferano movimenti di lotta come Sendero Luminoso, il conflitto diventa vera e propria guerra interna. Proprio durante la dittatura di Bermudes, il clima di sospetto, paura e controllo rende vitale la nascita del rock subterranéo. Le band punk che iniziano a fiorire e che rifiutano al contempo il potere dello stato e la pratica della lotta armata si ritrovano a suonare di nascosto, in concerti improvvisati nei pochi luoghi che sfuggono al controllo e alla repressione, le cassette duplicate girano per il Paese, e fuori, clandestinamente. Nascono band come Leuzemia, G-3, Futuro Incierto, Asmereir, Narcosis e Zcuela Crrada che da subito rifiutano la dimensione freak e quasi, seppur densa di disagio e ribellione, glamour del punk britannico.
Nonostante le singole differenze stilistiche, queste band hanno tutte in comune una radice hardcore densa di contaminazioni popolari. Il punk in Perù rappresenta in questo senso una dimensione underground che non si vergogna delle proprie tradizioni, ma che si mescola con la chicha, ovvero la cumbia psichedelica, e le melodie andine.
La scena punk peruviana ad oggi è più viva che mai. La continua e cronica instabilità politica, la tensione sociale e le crescenti disuguaglianze danno legittimità e linfa a una variegata galassia di progetti che spaziano dall’anarco-punk più duro e crudo con Morbo, Putridoz, PUS e Inaktivoz, ad altri che pescano a piene mani dal noise, dal post-punk, dalla psichedelia tropicale e dalla sperimentazione elettronica come Fukuyama, Jgruu, Kill Amigo, La Sarita, Resplandor, Perra Vida e Varsovia.
Un’altra cosa particolare riguarda la mentalità dei concerti punk peruviani (ma diffusa anche in Messico e Colombia). In quasi tutti i flyer delle serate si trova la dicitura mas bandas invitadas, letteralmente un invito alle band non in scaletta a partecipare, rendendo il concerto una sorta di jam, in linea con l’idea di mantenere la scena più aperta e collettiva possibile, lasciando possibilità di esibirsi, nei limiti delle tempistiche, a chiunque porti uno strumento.
Tornando ai nostri Los Saicos e alla nascita del punk, di cui abbiamo parlato in apertura, si può ragionare su una questione di non poco conto nel panorama musicale. La provocazione sui natali del genere non riguarda lo stabilire un primato, ma demolire il concetto assodato e involontariamente sedimentato in tutte e tutti noi che esista un monopolio anglosassone del rumore.
Fatto sta che quei quattro ragazzacci, con i loro suoni taglienti e la voce sgraziata, sono stati in anticipo sui tempi di almeno una decade e sono stati padri inconsapevoli di una scena di tutto rispetto che merita ben più di qualche briciola di attenzione.

