Pubblicato pochi mesi prima dell’inizio del tour, Live Laugh Love è il manifesto di questa fase della carriera, e della vita, di Earl Sweatshirt. Un disco di rivelazioni personali, immagini che affiorano e scompaiono, beat che fluttuano tra conforto e inquietudine. Rifugge ogni ambizione per scavare a fondo. Sentirlo dal vivo significa accettare ben presto che la dimensione live non amplificherà la sua energia, ma la sua intimità, e Milano è stata chiamata a entrare nel complesso spazio mentale dal quale è nato l’album.
L’apertura del concerto è affidata a Sideshow (10k Global), nome ancora poco noto al grande pubblico ma perfettamente allineato a una certa idea di hip hop contemporaneo, essenziale nelle produzioni, in your face nel rappato. Sul palco mostra presenza e controllo, pagando il prezzo di una notorietà ancora limitata sul piano del coinvolgimento del pubblico, ma lasciando addosso la sensazione di aver assistito a qualcosa che sarà piacevole ricordare.
La scelta dell’opening act non è casuale: Earl, ormai da qualche anno, è un po’ padrino e un po’ membro onorario del collettivo di 10k Global. A legare il rapper e buona parte dei membri dell’etichetta ci sono le sonorità abstract e un approccio alla scrittura poco ortodosso, che spesso dà forma a un flusso vocale ipnotizzante. In pratica, il marchio di fabbrica di Earl, nonché uno degli elementi che gli ha permesso di costruire una fanbase seriamente affezionata.

In effetti quando Earl Sweatshirt sale sul palco il boato è quello riservato alle figure di culto. Si parte con Riot!, un brano che non esplode, ma culla, e che stabilisce subito il tono rilassato della serata, con una scaletta che guarda quasi esclusivamente alla sua produzione più recente. L’era di Odd Future si può dire archiviata. Chi sperava in un tuffo nel passato – e qualche conversazione tra il pubblico, questa speranza, la attestava – si è trovato di fronte un artista maturo, privo del bisogno turbolento di attirare l’attenzione, che usa la musica per fare ordine nella sua esistenza mentre è immerso nel caos.
Dal vivo, l’amplificazione dei bassi porta i brani a suonare ancora più trippy rispetto all’ascolto in cuffia. Le basi polverose e spesso prive di percussioni marcate, i suoni stridenti, le melodie sinistre e il flow soporifero costruiscono un effetto che può essere tanto magnetico quanto respingente. Earl si muove poco, parla pochissimo, rappa quasi come se il pubblico non fosse lì. Le interazioni sono pressoché inesistenti se non per qualche battuta sporadica sulla familiarità degli italiani con i suoi testi. Anche il set è minimale: il più classico binomio rapper-dj e visual astratti che interagiscono con le parole Live Laugh Love.
È qui che emerge la frattura più evidente tra chi era sotto al palco – i fedelissimi, completamente dentro la bolla, pronti a lasciarsi trascinare nel vortice – e accanto i curiosi, i fan-del-rap-ma-non-troppo-di-Earl. A qualcuno di loro, lo show sarà apparso monotono, poco coinvolgente. Eppure, anche alla luce di questa spaccatura, la potenza di Earl resta innegabile. Il punto è che Earl Sweatshirt non vuole intrattenere, vuole esprimere. La sua priorità musicale è la pura manifestazione di sé, delle proprie idee, dei propri pensieri. È il motivo che qualche anno fa ha portato a un netto cambio di rotta nella sua carriera ed è lo stesso motivo per cui la sua musica richiede impegno costante. Un rap volutamente piatto, trascinato, con le parole quasi biascicate, che premiano solo chi è disposto a concedergli attenzione e dedizione totali.
Milano ha assistito a un live che non cercava di piacere a tutti, ma specificamente ai fan dell’artista. Per alcuni è stato un concerto come un altro, per tanti è stato un rituale, ed è in questa divisione che Earl Sweatshirt continua a dimostrare di essere uno dei rapper più coerenti dell’hip hop contemporaneo.
Non ha suonato Tourmaline.

