Dove punta il dito Macklemore

Il 4 e il 5 settembre Macklemore sale sul palco del MetLife Stadium, nel New Jersey, come opening act delle due date americane del Loop Tour di Ed Sheeran, insieme a Lukas Graham e BIIRD. Davanti al pubblico spiega che una delle ragioni per cui ha accettato di partecipare al tour è la possibilità di pronunciare sul palco due parole: «Free Palestine»
16 Settembre 2026

Vuole che arrivino, dice, alle persone di Gaza e della Cisgiordania occupata, perché sappiano di non essere state dimenticate. Introduce quindi Hind’s Hall, il brano pubblicato nel 2024 in sostegno alle proteste studentesche per la Palestina, ringraziando tra gli altri gli studenti della Columbia University, Students for Justice in Palestine e Jewish Voice for Peace.

La sera successiva torna sul tema e rende ancora più esplicito un passaggio: distingue la critica allo Stato dalla critica alle persone ebree. Criticare Israele, l’apartheid e il genocidio, afferma, non significa rivolgere quella critica contro di loro. Rivendica invece un messaggio di pace e di uguale dignità per tutti gli esseri umani, allargando poi il proprio appello al Libano, a Cuba, al Congo, al Sudan e alle persone che negli Stati Uniti vivono nella paura delle politiche dell’ICE.

La reazione arriva rapidamente. Tra le organizzazioni che intervengono c’è StopAntisemitism, che accusa Macklemore di aver trasformato il concerto in una piattaforma di propaganda anti-israeliana. Il contenuto non contesta soltanto l’opportunità di utilizzare il palco di Ed Sheeran per un intervento politico: definisce quello denunciato da Macklemore un falso genocidio, sostenendo che il pubblico ebreo meriti delle scuse e un rimborso. In merito a questa dichiarazione, è importante ricordare, per inciso, che nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha affermato che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso quattro dei cinque atti di genocidio previsti dalla Convenzione del 1948 e ha individuato il relativo intento specifico. Nel giugno 2026 ha ribadito le proprie conclusioni, anche se il governo di Israele respinge queste accuse.

Ritornando a StopAntisemitism, il post acquista una portata ancora più ampia quando P!nk decide di ricondividerlo nelle proprie Instagram stories senza aggiungere commenti. L’11 settembre la cantante decide di spiegare pubblicamente la propria posizione: sottolinea di essere ebrea, definisce Hamas un’organizzazione terroristica e contemporaneamente afferma che i palestinesi hanno diritto a un futuro che ne rispetti l’umanità e le aspirazioni. Dice di non parlare a nome di Israele né di alcun governo, sostiene che il proprio problema non fosse l’espressione «Free Palestine» e precisa di non aver chiesto che Macklemore venisse censurato o escluso dal tour.

Nel messaggio P!nk ricostruisce anche il proprio impegno personale: gli anni da ambasciatrice UNICEF, le battaglie per i diritti LGBTQIA+ e altre cause sostenute nel corso della propria carriera. È un passaggio che apre la strada a non poche perplessità: dimostrare di aver difeso i diritti dei bambini in passato risponde alla frase che definiva “falso” il genocidio a Gaza? Aver sostenuto i diritti delle persone queer chiarisce perché un appello alla libertà e alla dignità dei palestinesi sia stato rilanciato all’interno di un frame sull’antisemitismo? Il punto non è stabilire se P!nk sia una persona buona o cattiva. È chiedersi che rapporto esista tra le buone azioni di una persona e la validità di una specifica posizione assunta nel presente. Perché se alla contestazione di un gesto si risponde ricostruendo le prove della propria rettitudine morale, il rischio è che la discussione cambi oggetto: non si parla più del contenuto condiviso, ma della persona che lo ha condiviso.

Il 14 settembre arriva la replica di Macklemore. Nel lungo statement, ricostruisce anche le conversazioni avute nei giorni precedenti con Ed Sheeran, a cui è legato da molti anni di amicizia. Secondo Macklemore, Sheeran gli avrebbe riferito che l’espressione «Free Palestine» e la presenza della bandiera palestinese avevano ferito molte persone. Macklemore racconta di avergli risposto che, se quelle parole risultavano più offensive dell’uccisione di decine di migliaia di bambini palestinesi, tra le loro posizioni esisteva una distanza fondamentale. Descrive poi quella di Sheeran attraverso un’espressione: I don’t take sides. Macklemore individua con altrettanta chiarezza ciò che prendere posizione può comportare per una celebrity: perdere sponsor, concerti, collaborazioni, brand e contatti. In parole povere, soldi.

«There is no neutral position between the oppressor and the oppressed», ha poi scritto Macklemore. La frase assume un significato ancora più concreto quando Messina Touring Group comunica che diverse venue delle successive date americane non sono disposte ad accogliere gli show fintanto che Macklemore sarà parte della line up. 

Il giorno successivo, 15 settembre, Ed Sheeran rompe il silenzio. E il suo statement, più che smentire il racconto di Macklemore, ne conferma alcuni elementi sostanziali. Sheeran afferma che alcune venue delle date successive avevano minacciato di cancellare gli show se il rapper fosse rimasto nella line up, conferma di aver parlato personalmente con Robert Kraft, con i promoter e con attivisti «di entrambe le parti» nel tentativo di trovare una mediazione e precisa che la decisione finale di rimuovere Macklemore sia stata presa dal promoter e non da lui. Rivendica però anche esplicitamente la propria posizione: dice di essere sconvolto dal conflitto tra Israele e Palestina e dalla sofferenza da entrambe le parti, ma spiega di aver scelto di non utilizzare la propria piattaforma professionale per la politica. Ma il web non dimentica facilmente, e questa rivendicazione della neutralità presenta però un precedente difficile da ignorare. Nel 2022, Sheeran aveva utilizzato pubblicamente la propria piattaforma artistica per sostenere la popolazione ucraina. Il 29 marzo partecipò al Concert for Ukraine di Birmingham, evento televisivo che raccolse oltre 13,4 milioni di sterline per il DEC Ukraine Humanitarian Appeal. Poche settimane più tardi, pubblicando il video di 2step, girato a Kyiv prima dell’invasione, dichiarò nuovamente il proprio sostegno all’Ucraina e destinò al DEC le royalties generate dagli stream YouTube del videoclip. Collaborò inoltre con la band ucraina Antytila a una nuova versione del brano: diritti e proventi del progetto vennero destinati a Music Saves UA, organizzazione impegnata nell’assistenza umanitaria nel Paese. Nell’agosto dello stesso anno, Sheeran e Antytila eseguirono insieme il pezzo davanti a circa ottantamila persone a Varsavia, accompagnati dalla bandiera ucraina. 

Nel frattempo, la vicenda ha innescato una reazione a catena dentro lo stesso Loop Tour. Finneas, Lukas Graham e Aaron Rowe, previsti come support act nelle date successive, annunciano il proprio ritiro. I Beoga, la band irlandese che lo accompagna, decidono di sfilarsi. Anche le BIIRD, il cui ciclo di date si era già concluso al MetLife, ha preso pubblicamente posizione a sostegno di Macklemore e della Palestina.

Fuori non è nemmeno mancato il supporto al rapper di Seattle, dalla foto con i Kneecap al video delle Lambrini Girls, dal post dei Massive Attack fino a Roger Waters, che ha pubblicato un messaggio direttamente rivolto a Sheeran.

Macklemore è stato sì escluso dalle otto date nelle quali avrebbe dovuto ancora aprire per Ed Sheeran, ma non costruisce il suo messaggio attorno ai concerti persi, alla censura subita o al prezzo economico pagato per le proprie convinzioni. Nemmeno si lascia zittire da detrattori come Robert Kraft o prova ad apparire come la vittima immolata alla causa di fronte ai suoi ammiratori. Nella sua dichiarazione iniziale punta invece il dito verso l’elefante nella stanza e avverte: lui non è una vittima; Ed Sheeran non è una vittima; P!nk non è una vittima. Riconosce che sono per lo più persone privilegiate, con carriere, denaro, sicurezza, opportunità e case nelle quali tornare. 

Era l’ora che un artista uscisse dalla coltre di autoreferenzialità che accompagna fin troppi suoi colleghi e attivisti, come se fare del bene fosse un modo per ottenere il distintivo da Scout che attesta al mondo: «sono una persona per bene». Macklemore rifiuta quella medaglia proprio quando avrebbe potuto appuntarsela al petto. 

La notizia non è che ha perso otto concerti. È che, nel momento stesso in cui li perde, non cede a trasformare questo fatto nella notizia principale. Perché mentre l’industria musicale discute di chi abbia diritto a un palco e di quanto costi prendere posizione, l’artista ci ricorda che la tragedia principale continua a svolgersi altrove.

Foto: Instagram @macklemore