Una storia lunga quasi due decenni, interrotta bruscamente a Parigi, nel 2009, in una serata di fine agosto. Era sempre fine agosto, ma stavolta del 2024, quando un annuncio ruppe il silenzio e mise a tacere il chiacchiericcio: gli Oasis ritornavano insieme, per un tour mondiale. Un evento, la reunion dell’estate-autunno del 2025, che ha riportato indietro le lancette della storia della musica pop indietro di sedici anni. Un tempo che ai devoti fan di Noel e Liam Gallagher è sembrato infinito, ma che in realtà è volato via in un secondo quando i due fratelli hanno detto di volerlo rifare, e di riprendere in mano la loro storia e la storia della musica in generale.
In estrema sintesi, è questo ciò che racconta Don’t Look Back in Anger, il documentario distribuito da Disney nelle sale italiane dal 10 al 12 settembre, scritto da Steven Knight, diretto da Will Lovelace e Dylan Southern e prodotto da Sam Bridger, Guy Heeley, Steven Knight e Tom Mackay. Un docufilm che racconta i retroscena del tour e della reunion senza voyeurismo o maniacale bisogno di creare lo scoop a tutti i costi. Don’t Look Back in Anger è il film, innanzitutto, di Noel e Liam Gallagher, due fratelli che si sono amati e odiati, che hanno costruito il più debordante fenomeno degli anni ’90 per poi distruggerlo, e che alla fine si sono perdonati e hanno ridato vita a una band che non ha mai smesso di far battere i cuori.
È proprio il perdono il tema principale del documentario: il perdono che si dovevano l’un l’altro, e il perdono che ciascuno dei due bad boys di Manchester doveva a sé stesso. Con il racconto a due voci, che poi si incontrano sullo schermo quasi a voler visivamente e fisicamente rappresentare il riavvicinamento dei due fratelli, i registi premiati alla Mostra del Cinema di Venezia sono riusciti a catturare il senso di questa reunion, l’evento musicale del secolo, che ha riconsegnato gli Oasis e il britpop alla storia della musica contemporanea.
Nella narrazione ci sono tutti gli elementi che hanno reso questo non un tour qualsiasi, o una semplice operazione nostalgia, ma una vera e propria catarsi individuale e collettiva: il momento di gloria di un popolo transnazionale, quello mad fer it, che è sempre stato lì, in attesa di rispolverare le polo Fred Perry, le scarpe Adidas e il cappellino da pescatore. Una comunità pronta ad assistere a come gli Oasis si sarebbero ripresi il loro posto sul gradino più alto del podio, per poi salirci insieme alla loro gente.
La pellicola, senza fronzoli e inutili smancerie, mette a nudo lo strano imbarazzo alle prove, le perplessità e le ansie di Noel, la tensione per un evento che il temperamento caldo dei due avrebbe potuto far saltare in aria, un’altra volta. È Noel, in più passaggi, a spiegare tra le righe come sia stato in effetti Liam, il minore, a vestire i panni dell’adulto e a condurre in porto l’impresa, trascinando il fratello insieme a Paul “Bonehead” Arthurs, chitarrista ritmico e vero architetto occulto di questo “miracolo”. Superati i cinquant’anni – anzi Noel alla soglia dei sessanta – i due fratelli hanno trovato il coraggio di mettere da parte l’orgoglio e le vecchie ruggini, per poi scoprire che sul palco, insieme, il passato era già stato dimenticato.

Foto: Harriet Bols
La chiave di volta è la sera del 4 luglio 2025, al Millennium Stadium di Cardiff, dove va in scena il primo concerto della band inglese dopo sedici lunghi anni. È Liam che prende – letteralmente – per mano un Noel spaesato, confuso, timido, probabilmente molto più agitato del fratello all’idea di dover salire di nuovo insieme su un palco così enorme. «Te ne deve fregare molto per non fregartene un cazzo», dice Liam, che ormai non nasconde più per intero un cuore tenero dietro l’aria da spaccone.
Nel documentario c’è tutto, mostrato con la discrezione necessaria a divulgazione di un fatto così intimo e personale, e sorretto dalla potenza di canzoni senza tempo. C’è il riscatto della Manchester proletaria, delle case popolari di Burnage da dove provengono Liam e Noel Gallagher; ma c’è anche l’Irlanda, terra degli avi dei due fratelli e che ne incarna lo spirito scanzonato, ribelle e resistente allo stesso tempo.
C’è il dolore per la scomparsa di Gary “Mani” Mounfield, bassista degli Stone Roses e amico personale dei due fratelli, appresa durante il viaggio verso il concerto a San Paolo, in Brasile. E c’è, soprattutto, la dimensione fideistica che il nome Oasis ha raggiunto negli anni, acuita dal lungo iato della separazione tra i due fratelli. Il film fotografa alla perfezione quello che Liam e Noel significano per i loro fan, una devozione che non ha nulla in comune con la religione rivelata, quanto piuttosto con il calcio. Il pallone, infatti, oltre a essere elemento trainante della storia dei due fratelli, è anche il simbolo di un momento di mistica collettiva che non promette la felicità eterna, ma che crea appartenenza, identità e dà la ricetta giusta per superare le difficoltà di questa vita. Una birra, un coro, un abbraccio con la crew dopo un goal e una spalla su cui piangere dopo una sconfitta; la stessa chimica magico-rituale che le canzoni degli Oasis creano in chi le ascolta e ci ritrova pezzi della propria vita.
Sono, infatti, le canzoni a essere vere protagoniste di un documentario che mette in mostra il punto di vista degli spettatori, di quelli che hanno vinto la battaglia del biglietto e di quelli che hanno dovuto guardare dal buco della serratura. Non ci sono schermi, non ci sono artifici, non c’è la plasticità costruita a tavolino dell’attuale ecosistema dello show business. Gli Oasis sono stati l’ultimo grande fenomeno sincero di comunità musicale, tramandato dai genitori alle generazioni più giovani, che per la prima volta hanno potuto assistere nel 2025 al concerto dei sogni. La penna e la chitarra di Noel, la voce cantilenante e avvolgente di Liam: è l’alchimia che ha creato Wonderwall, Don’t Look Back in Anger, Champagne Supernova, Slide Away, Some Might Say, Live Forever e tutte le altre canzoni colonna sonora di tre generazioni nei momenti di felicità, e quando c’è stato bisogno di qualcosa per rialzarsi da terra.
Infine, un posto d’onore se lo prende la dimensione politica, quella che i meno attenti hanno creduto essere lontana dagli interessi dei due fratelli. Sullo schermo si susseguono le immagini di un mondo devastato da genocidi e guerre, comandato dagli agenti del caos, e in cui la leggerezza di un concerto rappresenta ancora il più eloquente atto politico che esista. «Non so cosa siano gli Oasis – dice Noel – ma sicuramente non sono una cosa di destra. Noi accogliamo tutti». Con buona pace di chi pensava di ridimensionarli per la presunta timidezza nel prendere posizione.
Ma c’è anche un’altra buona notizia. Dopo settimane di video sui social con gli indizi sulle città del tour 2027, lunedì 14 settembre alle 17:00 sarà il momento in cui verranno annunciate le nuove date, tra cui sembrano sicure un paio a Roma. All’orizzonte ci sono un’altra battaglia dei biglietti su Ticketmaster, un’altra ondata di gioia e disperazione, un’altra Oasis Summer con i lacrimoni agli occhi e la voglia di mettere ancora la propria vita nelle mani di una rock ‘n’ roll band.

