Rifiorire, resistere: intervista al direttore artistico di Disorder

Il 23, 24 e 25 luglio siamo stati al Disorder di Eboli (SA). Abbiamo scattato qualche foto nel suggestivo Chiostro di San Francesco e scambiato due parole con Manuele Altieri, uno dei co-founder e direttore artistico del festival giunto alla dodicesima edizione
28 Luglio 2026

La nostra breve chiacchierata con Manuele Altieri, che insieme a Daniela Cardiello e Felice Calenda è co-founder e direttore artistico di Disorder, un festival che quest’anno è giunto alla sua dodicesima edizione. Dal 23 al 25 luglio, con una line-up di livello, composta da artisti quali Totorro, Satantango e Bono / Burattini, ha attirato un pubblico appassionato da tutta Italia, ribadendo il suo status di festival indipendente, che con sacrificio ed etica DIY si dimostra attento alla ricerca sonora e ogni anno intento a stimolare e creare comunità.

Cos’è Disorder?

Disorder è un festival indipendente nato da un gruppo di amici che condivide la stessa necessità: creare uno spazio libero dove la musica, l’arte e le persone possano incontrarsi senza dover seguire le logiche del mercato. Disorder è stato fondato dal collettivo Macrostudio. Non siamo un’azienda, siamo persone che dedicano tempo, energie e competenze a un progetto culturale costruito con spirito DIY, cercando ogni anno di lasciare qualcosa in più al territorio e a chi lo attraversa.

Quando e dove siete nati?

Nel 2010 a Eboli. In piccolo, senza nemmeno un palco, ma dalla voglia e dalla volontà di fare cose insieme, di farle in modo diverso, in provincia, con tutti i limiti del caso ma allo stesso tempo con più libertà delle grandi città. In questi anni ha cambiato forma, luoghi e dimensioni, ma non ha mai cambiato la sua identità: ricercare musica che ci emoziona, dare spazio a realtà indipendenti e costruire un festival prima di tutto umano, valorizzando spazi storici del territorio senza svenderli alle logiche di puro profitto.

Che obiettivi avevate con Disorder?

All’inizio volevamo semplicemente organizzare i concerti che avremmo voluto vedere. Col tempo abbiamo capito che Disorder poteva diventare qualcosa di più: un punto d’incontro tra persone, territori e culture diverse. Non inseguiamo la musica del momento. Cerchiamo quella che ci incuriosisce, che ci mette in discussione, che crea relazioni. Per noi il festival è soprattutto questo: un luogo dove sentirsi parte di una comunità, anche solo per qualche giorno.

Chi contribuisce a rendere Disorder la realtà che è?

Disorder è costruito quasi interamente da volontari, amici, parenti e persone di età diverse. Quest’anno circa trenta persone hanno collaborato tra organizzazione, allestimenti, accoglienza, backstage, comunicazione, foto, video, bar, merchandising e supporto logistico. Ognuno porta quello che sa fare, spesso conciliando il festival con il proprio lavoro e la propria vita. È una macchina complessa, ma profondamente umana, che si regge sulla cooperazione e sul rispetto per la musica dal vivo e per chi la crea.

Com’è organizzare un festival al sud, in particolare nella vostra regione?

Non siamo un caso isolato: in Campania esistono tante realtà indipendenti che lavorano nella stessa direzione, come Fritz Festival, People Involvement, La Musica può Fare, Festa Lenta, Mamamù Fest, Metis e molte altre. Sono progetti che partono dal basso e scelgono un modello diverso da quello dei grandi eventi: più attenzione alle persone, ai luoghi e alle esperienze condivise. Un modo di fare cultura dove il pubblico non è solo un consumatore, ma parte integrante della comunità.

Come sono cambiate le cose negli anni?

È cambiato tutto. Dopo sedici anni, è cambiato tutto: le persone, il modo di organizzare eventi, i costi, il pubblico, le aspettative. Per un periodo abbiamo inseguito una crescita che pensavamo fosse necessaria. Poi ci siamo fermati. Questa edizione è stata anche un ritorno alle origini: meno quantità, più relazioni. Meno spettacolo, più comunità. Insomma la sfida è rimasta la stessa, cioè restare indipendenti e sostenibili in un sistema che tende a schiacciare le realtà piccole e medio-piccole, ma allo stesso tempo abbiamo cambiato contenitore per dare ancora più valore al contenuto.

Quali sono oggi le maggiori difficoltà per un festival indipendente?

La difficoltà principale è continuare a credere che un festival indipendente possa esistere senza piegarsi completamente alle logiche economiche. I costi aumentano continuamente: service, sicurezza, permessi, assicurazioni, ospitalità, trasporti. Allo stesso tempo è sempre più difficile trovare tempo, energie e persone disposte a dedicarsi a un progetto culturale senza trasformarlo in un lavoro. Ma la difficoltà più grande, forse, è un’altra: continuare a costruire spazi autentici in un tempo in cui tutto sembra dover essere immediatamente consumato. In un periodo dove le risorse pubbliche vengono date sempre a chi ha contatti politici, a chi fa piaceri per riceverne altri, non è questo quello che cerchiamo o che abbiamo mai cercato. Un altro aspetto che ci allontana sempre di più da certi modelli di grandi eventi è il modo in cui viene vissuta l’esperienza del pubblico: dall’acqua venduta a prezzi folli durante le giornate estive, all’utilizzo dei token, che trasformano anche un gesto semplice come bere una birra o stare insieme in una transazione continua. Sono dinamiche che non ci appartengono e che cerchiamo di evitare. Per noi chi viene a un festival non è un cliente, ma una persona che partecipa a una comunità.

Una considerazione sull’edizione del 2026 appena conclusasi?

Questa non è stata semplicemente la dodicesima edizione. È stata una rifioritura, una resistenza vera, necessaria. Rifiorire / Resistere è stato il tema di questa edizione perché volevamo lanciare un messaggio: rifiorire significa trovare nuovi modi di esistere, resistere significa continuare a credere in una cultura libera, indipendente e condivisa. La cosa più bella è stata vedere arrivare persone da tutta Italia per vivere tre giorni di musica, incontri e comunità. Abbiamo capito, ancora una volta, che la cultura nasce dalle relazioni, non dai numeri. A chi legge vogliamo dire una cosa semplice: la cultura indipendente non vive per inerzia, vive se la sostenete, se partecipate, se attraversate questi luoghi, se scegliete i festival, i concerti, i dischi e gli spazi indipendenti. Sostenere un festival DIY significa difendere uno dei pochi luoghi dove la libertà artistica e quella umana possono ancora incontrarsi. È immaginare, insieme, che un altro modo di fare cultura sia ancora possibile.