Death to the World: dal doom all’ortodossia, l’ultima vera ribellione

Nel 1991, Justin Marler lascia gli Sleep per ritirarsi nella vita monastica e creare una delle più improbabili fanzine che si ricordino, Death To The World
29 Ottobre 2026

Nella primavera di quest’anno un prete ortodosso di 53 anni, Dionysios Tabakis, ha pubblicato Paradise Metal, un disco di musica sperimentale che mescola drone, noise, ambient, canti bizantini e inserti techno. Per qualche mese ha fatto parlare di sé nell’underground internazionale, ma non è la prima volta che una dimensione “sacra” incrocia il proprio cammino con la musica estrema.

Restando in ambito ortodosso, una fusione più antica e radicale risale a più di trent’anni fa, quando un chitarrista stoner-doom scelse il monachesimo e diede vita a una delle fanzine più improbabili della storia del punk.

Nella Bay Area dei primissimi anni Novanta, gli Asbestosdeath di Al Cisneros, Chris Hakius e Tom Choi cambiano nome e formazione e, con l’entrata dei chitarristi Matt Pike e Justin Marler, nascono gli Sleep. Nel 1991 esce Volume One, pietra miliare dello stoner/doom. Subito dopo, Justin Marler scompare dalle scene, sente la chiamata spirituale e si ritira nel monastero di St. Herman of Alaska a Platina, in California, dove diventa il monaco John Marler. Più tardi si trasferisce su un’isoletta semideserta dell’Alaska e, ispirato dallo ieromonaco ed eremita Padre Seraphim Rose, fondatore del suddetto monastero, inizia il proprio cammino.

«Ci sono molte somiglianze tra lo stile di vita punk e quello monastico», dirà Marler anni dopo: povertà, dormire per terra, non curarsi dell’aspetto, essere un “misfit” perché si appare diversi. Lo spirito sottoculturale non lo abbandona. Insieme ad altri ex-punk convertiti propone un articolo su Seraphim Rose a Maximum Rocknroll. La rivista lo rifiuta. La risposta al rifiuto è tipicamente punk: fondare una propria rivista.

Nel dicembre 1994 esce il primo numero di Death to the World: the last true rebellion (ironia della sorte, tale uscita verrà proprio pubblicizzata sulla già citata Maximum Rocknroll). Poche pagine in bianco e nero, ciclostilate, tagliate, incollate a mano e spillate. L’estetica è inequivocabilmente punk nello spirito: articoli scritti a mano, collage di immagini apocalittiche, icone ortodosse e teschi su layout irregolari. In copertina troneggia un monaco con occhiali da sole e un teschio in mano; sul retro, l’immagine della Sindone e la scritta «they hated me without a reason». Il messaggio colpisce parecchi giovani dei sobborghi legati a varie sottoculture, che si sentono odiati dalla società proprio perché diversi.

Ogni numero dichiara lo stesso obiettivo: ispirare la ricerca della Verità e l’esame dell’anima nell’era moderna, pregna di nichilismo e disperazione, promuovendo i principi antichi di questa nuova ultima ribellione. In altre parole, il mondo materiale è una cazzata. Articoli come Death: Our Way of Life e One Hour of Suffering in Hell affiancano saggi dei padri del deserto e monaci del VI secolo a riflessioni di ex ragazzi di strada. Illustrazioni medievaleggianti mostrano uomini che salgono una scala dall’Inferno al Paradiso, circondati da angeli, demoni e distruzione.

La fanzine ottiene un successo inaspettato. Marler e i confratelli la distribuiscono ai concerti, nei negozi di dischi, alle conferenze e negli eventi underground. Si presenta come “punk-to-monk” e raggiunge una tiratura stimata intorno alle 50.000 copie. La fanzine si inserisce perfettamente nel clima degli anni Novanta: il grunge e la scena alternative stanno smontando la patina edonistica e patinata del rock e del metal degli anni Ottanta. I giovani cercano visioni più crude, disilluse e anti-glam. Death to the World arriva al momento giusto, anche se proviene da un contesto ostico, quello religioso. Molti amici e personalità della scena osteggiano la scelta monastica di Marler: la religione, per quanto distante dai palazzi del potere, resta sospetta e parecchio mal vista nella scena underground.

Death To The World muore silenziosamente dopo il numero 12 del 1998. Marler lascia il monastero nel 1999 e torna alla musica con il disco solista Lamentation, firmato Monk John Marler, e altri progetti tra cui The Sabians, Quick and the Dead e Shiny Empire. Il suo obiettivo dichiarato non è mai stato rendere il punk cristiano, ma fare della religione e della vita monastica qualcosa di ribelle. Resta in contatto con Al Cisneros e Chris Hakius e i dialoghi sul cristianesimo orientale e sul misticismo influenzeranno la nascita degli OM nel 2003, formazione stoner-doom con sonorità ispirate alla tradizione religiosa bizantina ed etiope e copertine piene di immagini cristiane e icone ortodosse.

Nel 2006 la creatura cartacea di Marler risorge grazie a un giovanissimo fan. A fine anni novanta un giovane John Valadez, assiduo frequentatore della scena punk californiana, si unisce, un po’ per gioco e un po’ per disillusione verso un ambiente che comincia a sentire troppo artefatto, a un percorso di studio biblico all’interno di un negozio di tatuaggi. Valadez mette le mani sugli arretrati della fanzine e si avvicina all’ortodossia. Decide di scrivere ai monaci di St. Herman e a 19 anni si unisce ufficialmente alla comunità.
John Valadez è fermamente convinto che l’Ortodossia abbia bisogno di parlare con una voce differente rispetto ai canali tradizionali dei testi biblici e dei classici sermoni di un prete. Nel 2006 viene ordinato Diacono e assieme ad altri confratelli e alla moglie rilancia Death To The World, che ancora una volta, anche se con una grafica e uno stile più moderno, riprende la pubblicazione e viene venduta in tutto il mondo, includendo anche un proprio store con merchandasing, gadget, libri e arretrati.

Dal primo numero ciclostilato con il monaco, passando per la rinascita guidata da un ex-punk diventato diacono, Death to the World continua a proporre la stessa idea: l’ultima vera ribellione è essere morti in questo mondo e vivi nell’altro. Il mondo materiale resta, per chi lo legge ancora, una cazzata.