Quattordici anni di attesa, in un cassetto di chissà quale scrivania, a prendere polvere. E poi, all’improvviso, a Graham Coxon è venuta la brillante idea di ritirare fuori queste dieci canzoni e dare vita a Castle Park, nono album della sua carriera solista uscito il 19 giugno scorso per Transgressive Records.
Sì, ok, lo stesso Coxon ha spiegato in maniera più o meno convincente il perché questa piccola gemma, registrata nel 2011 durante le sessioni di A+E, sia rimasta nascosta per tutto questo tempo: i numerosi impegni con i Blur, tra nuovi dischi e la gloriosa reunion del 2023, e poi la realizzazione di diverse colonne sonore, tra cui quella per l’apprezzata serie The end of the f*****g world, a cui ha prestato il suo genio. Però il chitarrista, compositore, mente dei Blur – insieme a Damon Albarn – avrebbe potuto ascoltare prima e meglio il suo stesso lavoro, così da convincersi ad anticipare un po’ i tempi.
Questo Castle Park, al netto di una copertina un po’ kitsch, consta di dieci tracce di puro indie-rock, in cui Coxon – impiegando appena 36 minuti – sale in cattedra e offre un utilissimo bignami di tutta la tradizione brit, nel cui liquido amniotico è stato allevato e di cui è finito per essere uno degli esponenti più apprezzati e riconosciuti, tanto da potersi permettere di diventare per l’ascoltatore quello che fu Virgilio per Dante.
Le prime tracce, tra cui Billy Says, Alright e When You Find Out, sono pregne zeppe di riferimenti ai monumenti della musica inglese e del suono anni ‘60: dai Kinks agli Small Faces, finendo naturalmente con Beatles e Who. Tutta roba che Coxon padroneggia con la destrezza del musicista intellettuale, di cui ha non solo il look con gli occhialetti da topo di biblioteca, ma soprattutto la sensibilità e la visione panoramica: le sue sono citazioni dotte ma mai di maniera, e questo è probabilmente uno dei compiti più difficili di cui un artista possa farsi carico.
Se Isn’t Funny e Easy sono classiche ballate che avrebbero potuto benissimo trovare spazio in uno qualsiasi degli album dei Blur, altrettanto interessante è il beat suadente e stralunato di There’s a Little House, impreziosita dalla presenza discreta e precisa di Lucy Parnell, e di Forget Today.
Quello di Graham Coxon, dicevamo, è un gusto colto e raffinato, che permette al musicista inglese di inserire nel suo disco anche la strumentale Mélodie pour Christine, traccia dagli evidenti rimandi classici e barocchi, accanto alla conclusiva All the Rage, ballad dal sapore beatlesiano mescolato alla profondità cantautorale di Nick Drake e al delirio psichedelico di Syd Barrett.
Insomma, poco più di mezz’ora in compagnia di questo chitarrista educato e scapigliato si conferma un viaggio nel Regno Unito più autentico, quello degli immensi prati verdi da solcare a piedi nudi e dei pub, allegri e malinconici al tempo stesso. Una piccola gemma probabilmente un po’ defilata rispetto agli altri lavori con i Blur e da solista, ma che comunque merita di finire sulla mensola sotto la voce “Graham Coxon“, un artista decadente e decisamente demodée, come tutte le sue molteplici sfumature.

