A 81 anni ci si potrebbe godere un po’ di riposo, raccontando storie di una carriera iniziata sessant’anni fa con Bob Marley nella Giamaica post-coloniale. Ma Burning Spear, al secolo Winston Rodney, di raccontare vecchie storie non ha ancora voglia; la leggenda del roots reggae, invece, della storia vuole essere ancora narratore omodiegetico.
L’artista giamaicano, classe 1945, ha fatto tappa domenica 12 luglio all’Eremo Club di Molfetta (Bari), per l’unica data in Sud Italia del suo tour Continuation of the Marcus Garvey Self Reliance. Accompagnato nell’evento pugliese – organizzato da Bass Culture – dalla Burning Band, il leone di St. Ann non ha perso un centesimo del suo carisma.
Un live di Burning Spear è un’ininterrotta liturgia di novanta minuti, in cui il cantante giamaicano porta sul palco brani spalmati su sei decenni. Libero dalle ossessioni per le folle oceaniche e gli algoritmi, Spear passa dal microfono alle percussioni con la leggerezza di chi non ha più nulla da dimostrare, ma vuole continuare a divertirsi e divertire, riflettere e far riflettere.
Nella musica di Winston Rodney non ci sono effetti speciali, formule algebriche, immagini catturate dal drone; c’è “solo” tanto ancora da dire, un messaggio di ribellione e identità che con il tempo ha guadagnato vigore. Sì, perché farsi ermeneuta della reggae music significa dar voce a culture e sottoculture che esistono e resistono: a metà anni ’60 gli immigrati caraibici portarono nel Regno Unito le ritmiche in levare dello ska, del reggae e del dub, per irrobustire il bagaglio del movimento mod e fondare quello skinhead originario, contrassegnati dai principi della condivisione e dell’antirazzismo.
Potrebbe, a una lettura superficiale, sembrare una collezione di fotografie sbiadite del secolo scorso, ma così non è. Burning Spear è uno degli ultimi testimoni viventi di una cultura complessa, e la sua discografia è attraversata da un campo di forze in cui non vi è soluzione di continuità tra la spiritualità della religione rastafariana e l’impegno civile. Brani come Jah is My Driver, Old Marcus Garvey e Hail H.I.M. sono legati tra loro dal doppio filo della militanza: la visione prospettica del reggae risiede nella convinzione per cui non vi sia separazione tra vita interiore e incardinamento etico-politico. Il binomio tra reggae e rastafarianesimo si traduce in una forma di “panteismo” che assorbe la persona nella natura e nella collettività.

Ben lungi dall’essere sovrapponibile alla mistica individuale, la religione rastafariana rilegge il cristianesimo in chiave sia identitaria sia collettiva; Burning Spear porta sul palco la radice spirituale del reggae, la musica che canta la schiavitù dei neri e il loro riscatto. Un’onta storica che il nostro Occidente non si sforza neanche più di nascondere sotto il tappeto; e allora Spear e la reggae music ci impegnano a ricordare che autodeterminazione, diritti umani e giustizia sociale non sono parole musealizzate nelle teche dei due secoli scorsi, ma lotte vive e contemporanee.
Le ritmiche in levare sono al servizio di un ruggito di libertà universale e catarsi interiore che il leone giamaicano non cessa di emettere: «L’integrità di un uomo non sarà mai in vendita», tuona Rodney in una delle sue citazioni più note. Nella postura, ormai ineludibile, del “pensare globale e agire locale”, l’idea di portare in Puglia un artista con un radioso curriculum di lotte per l’indipendenza dei popoli africani – dallo Zimbabwe alle battaglie anti-apartheid in Sudafrica – rappresenta un monito a non abbassare i riflettori sulle troppe ingiustizie del nostro mondo. A cominciare da quelle di una terra, la Puglia appunto, bagnata del sangue dei lavoratori sfruttati dal caporalato nel Foggiano, erosa da speculazione edilizia, gentifricazione e turismo senza controllo né prospettiva tra Salento, Terra di Bari e Valle d’Itria, avvelenata dal capitalismo tossico dell’acciaieria di Taranto.
Quando dal pubblico si leva la bandiera della Palestina, simbolo contemporaneo di resistenza, viene fuori anche la plastica resa del senso che il reggae tramanda: tra i popoli fratelli e le culture sorelle gli unici a non essere benvenuti sono suprematismo e imperialismo. Dal genocidio a Gaza alla devastazione in Cisgiordania e Libano, dalla storia coloniale in Africa, America, Asia e Oceania fino a quella della Puglia odierna, messa nel mirino degli speculatori stranieri che progettano di trasformarla in un parco giochi di lusso: senza libertà globali i diritti individuali rimangono privilegi.
Nella cultura reggae c’è tutto questo, e molto di più. Il mito dell’Etiopia culla del cristianesimo, la figura di Jah come dio dei popoli, la ribellione degli afrodiscendenti e di chi ha conosciuto la schiavitù, la black music nella sua forma più radicale: è l’elisir per trasformare la religione da «sospiro della creatura oppressa», nella definizione di Marx, a canto di ribellione dei popoli che gemono sotto il tallone dell’ingiustizia globale.
D’altra parte, non esiste nulla della dimensione artistica di Rodney che sfugga alla intrinseca funzione politica della musica: lo pseudonimo Burning Spear è un omaggio al nome di battaglia di Jomo Keniatta, storico leader africano dei moti anticoloniali, e numerosi sono i brani dedicati a Marcus Garvey, eroe nazionale giamaicano fondatore del rastafarianesimo.
Al netto del grande valore artistico di Spear, candidato a dodici Grammy Awards e vincitore in due occasioni, l’apporto dell’artista giamaicano è ancora di grande ispirazione. A maggior ragione, poi, in un contesto surreale in cui acclamati artisti come De Gregori si interrogano sul dovere dell’arte di prendere posizione e parlare contro ingiustizie e violenze. Bene, Burning Spear non ha mai avuto dubbi sulla natura totalmente politica della musica; una lezione preziosa, che non è mai superfluo ribadire.

