Born to Kill: i Social Distortion sono tornati a ruggire

Dopo quindici anni di silenzio e la malattia di Mike Ness, i Social Distortion si rigettano nella mischia con Born to Kill, Epitaph Records, per dire al mondo che non c’è tempo per piangere né per morire
10 Maggio 2026

I Social Distortion sono tornati, e questa è già una grande notizia. Sì, perché non era affatto scontato che il quartetto californiano si rigettasse nella mischia dopo ben quindici anni di silenzio e la lotta di Mike Ness — voce, chitarra e penna di questo tumultuoso progetto attivo dalla fine degli anni ’70 — contro il cancro e contro i suoi demoni interiori, fortunatamente vinta a testa alta. Eppure eccoli qui, usciti venerdì 8 maggio 2026 con Born to Kill, ottavo album in studio pubblicato per Epitaph Records, etichetta di riferimento per la scena punk mondiale.

Quando risuona il feedback della Gibson Les Paul di Ness, che apre il disco con l’omonima Born to Kill, allora è il momento di crederci sul serio: i Social Distortion sono di nuovo in pista, e non hanno perso neanche un’oncia dello smalto di sempre. «Rock ‘n’ roll animal gonna come your way», canta Ness con la sua voce cantilenante e minacciosa, tanto per chiarire fin da subito le intenzioni: c’è del tempo da recuperare, e neanche un secondo da perdere, con l’impeto e l’urgenza del giaguaro che ruggisce sulla copertina. Nel momento in cui Ness e Johnny Wickersham scatenano i chitarroni del loro inconfondibile punk ‘n’ roll su No Way Out e Partners in Crime, allora i giochi sono fatti. Da questo momento non si torna più indietro.

L’intero lavoro vibra di una rabbia repressa per troppo tempo e di una gran voglia di rimettersi alla prova, come quella del batterista e figlio d’arte David Hidalgo Jr., entrato a far parte della famiglia Social Distortion nel 2010 e solo ora sedutosi sullo sgabello dietro le pelli, bacchette in mano, per registrare il nuovo capitolo che questa lunga e tormentata storia artistica meritava.

D’altra parte, né i quindici anni di assenza dalle scene né le drammatiche vicende biografiche avrebbero potuto scalfire le qualità artistiche di cui Mike Ness ha saputo dar prova in una carriera lunga e luminosa, che l’ha consacrato come una delle voci più pure e autorevoli dell’arcipelago garage americano. Dietro l’immagine impertinente, un po’ da gangster e un po’ da dandy impenitente, si nasconde quell’anima candida che tiene in vita, sempre controvento, il cantore degli ultimi, del loro riscatto e dei loro sogni. Quegli stessi sogni pazzi che Ness canta in Crazy dreamer, una ballad country impreziosita dalla presenza di Lucinda Williams e che va di pari passo con il blues-rock di Never Goin’ Back Again.

A chiunque dovesse interessare l’elisir di lunga vita di questo quartetto californiano, infatti, basterebbe guardare dalle parti del riconoscibilissimo talento di Ness e soci nel saper sapientemente mescolare le tante e variopinte tradizioni della musica americana; una formula che rende — da quasi cinquant’anni — il sound dei Social Distortion sempre riconoscibile e mai uguale a sé stesso.

Prova ne sia la naturale leggerezza con cui il quartetto di Orange County passa dall’incedere incalzante del basso di Brent Harding e degli accordi di chitarra aperti in brani come Over You e Walk Away (Don’t Look Back), alle atmosfere più intime e introspettive delle ballate The Way Things Were, Tonight e Don’t Keep Me Hanging On.

Non sarebbe, altrimenti, possibile portare a termine anche il miracolo delle cover, altro cavallo di battaglia con cui i Social Distortion hanno iniziato a cimentarsi dal 1990 in poi, con le notevoli reinterpretazioni in chiave punk di brani come Ring of Fire di Johnny Cash e Under My Thumb dei Rolling Stones. Questa volta tocca a Wicked Game, celebre brano di Chris Isaak del 1989, passare dal trattamento di punkizzazione di Ness e compagni, che — con la solita abilità e il notevole gusto — ne mantengono intatta l’atmosfera struggente di ballad romantica, aggiungendovi però quel tratto rabbioso e prepotente che caratterizza lo stile Social Distortion.

Insomma, quindici anni di attesa ben spesi per riabbracciare, con tutto l’entusiasmo di sempre, quello che non è un semplice progetto musicale un po’ nostalgico e demodé, ma un vero e proprio concept: il punk come pratica di vita, come modo di essere. «No time for cryin’, no time for dyin’» è il verso-slogan di questo Born to Kill, e per fortuna Ness non si è preso il tempo per piangere né per morire. Bentornati, Social Distortion.