Loading

Aurora, conta ancora le margherite!

C’è un luogo, dentro di noi, in cui nulla va perduto. Il problema è varcare la soglia, lasciando fuori una realtà dolorosa. Levante festeggia i dieci anni di “Manuale Distruzione” pubblicando per INRI una versione corale del suo primo album. “Le margherite sono salve” feat. La Rappresentante di Lista è la canzone che ha ispirato questo racconto


Levante, a dieci anni di distanza, torna a indossare l’abito da sposa che ha segnato l’inizio della sua carriera, ripercorrendo il suo emblematico album d’esordio. Pubblicato dall’etichetta torinese INRI, come da tradizione, Manuale Distruzione: Dieci Anni Dopo risuona di nostalgia e maturità; dove coesistono l’anima indie dei suoi esordi e le sfumature pop del presente in major. La mano di Antonio Filippelli si aggiunge alle produzioni di Bianco e le collaborazioni intergenerazionali arricchiscono una ad una le sue prime opere.

Le liriche della cantautrice Claudia Lagona sono eleganti e mai rassicuranti – perché la realtà non può essere rappresentata smussandone gli spigoli –, soprattutto quando sono pregne di simbolismo. Una “chicca” di questo album è proprio Le margherite sono salve: una canzone che si dipana tra una metafora letteraria evocativa e una melodia onirica, in cui le voci di Levante e Veronica Lucchesi (La Rappresentante di Lista) si mescolano creando un unico colore espressivo.

«Una parte racconta il giorno in cui è morto mio papà. […] Il bridge e il ritornello, invece, sono immagini del giorno in cui ho scritto la canzone, il fatto che lo sentissi vicino era una sensazione un po’ strana, quasi trascendentale. Le margherite erano i suoi fiori preferiti e quindi ho pensato che potessimo essere noi le margherite»

Partendo dalle sue dichiarazioni, ho provato a rappresentare in un racconto breve questo incontro surreale; che si svolge in un luogo dove conta più la profondità delle cose, che la loro tangibilità. Chiunque di noi abbia visto persone o esperienze sprofondare in un passato difficile da contattare, può tirare un sospiro di sollievo sapendo che esiste un luogo sicuro in cui potersi sempre ritrovare. Basta zittire l’esterno e mettersi in ascolto.


Aurora, conta ancora le margherite!

«Uno, due, tre, quattro, cinque…». Un moto d’ansia pervade Aurora, che si volta rapidamente alla disperata ricerca di qualcosa. «… le margherite erano tutte qui. Ne manca una, dov’è la sesta? Dove sei?».

L’ambiente che circonda la sua figura, avviluppata in una conchiglia di lunghi capelli bruni, è un onirico oblio di luce bianca. Non una di quelle rumorose, emesse dai neon dei supermercati. L’atmosfera è pacata, congelata in un silenzioso vuoto pervasivo. Aurora ha iniziato a esplorare questo luogo per scappare dal cocente giugno, il giorno in cui ha perso la sua preziosa margherita. Qui, la temperatura permette di raffreddare l’ardente sensazione di perdita. Qui, Aurora, incontra suo padre ogni volta che il cielo e la terra stabiliscono una connessione, incontrandosi – come due amanti – su un ponte tanto realistico quanto intangibile.

«Aurora, conta ancora le margherite!», interviene la voce paterna, nascosta nel vuoto.

Lo sguardo della ragazza naviga per tutta la lastra che funge da pavimento e si interrompe sul fiore posato alle sue spalle, allontanato dagli altri da un vento impalpabile. Scatta in piedi e gli si avvicina, mettendo a tacere i timori; lo coglie con dolcezza e lo ricongiunge al resto della famiglia:

«Eccoti! Quando torno in questo posto, sei ogni volta un passo più distante»

Il fusto della margherita isolata è visibilmente diverso dalle altre: una grossa spina è incastonata sotto la corolla di petali bianchi. Un ferito di guerra, che porterà per sempre addosso il segno della sua battaglia.

Gli incontri tra loro, in questo spazio segreto, sono diventati sempre più radi. Il procedere della vita ha preso possesso del sonno di Aurora, in conflitto tra una sonata funeraria impressa nel passato e la melodia di un futuro in costruzione.

«Ti ho cercato a lungo ultimamente, dove sei stato?»

«Sempre qui», le risponde il padre assumendo le sembianze familiari dell’uomo – stanco e accogliente – che era solito osservarla silente. «Come stanno le mie margherite?»

Come potergli descrivere la lontananza creatasi tra i frutti del suo stesso seme? Erano stati raccolti in un mazzo stretto per molto tempo, legati indissolubilmente tra loro; ognuno saldo al proprio posto in un contatto reciproco e costante, seppur laconico. Lo spazio che si era formato, una volta caduto il fiore più maturo, aveva allentato l’efficacia di quell’incastro. La perdita è un’esperienza individuale e la consapevolezza della sua inevitabilità arriva sempre troppo tardi. Aurora aveva imparato – tenace e incosciente – che non si può tenere una famiglia composta da individualità sulle proprie spalle; le fasi di un lutto non hanno scadenza né ritmo definito: ogni vissuto personale segue la propria musica e l’eccezione è riuscire ad accordarsi.

Ogni volta è così, rivedere suo padre le mette in moto dei processi mentali che tenta maldestramente di ignorare nel quotidiano. In ogni caso, non ha intenzione di parlarne con lui adesso. Non sa il perché, ma il suo volto sembra triste e lei vorrebbe solo poter godere del suo sorriso:

«Ieri io e mamma abbiamo ricordato le giornate in spiaggia. Abbiamo riso, ripensando ai battibecchi continui per dimostrare la superiorità culinaria delle vostre terre. Ridere di quei ricordi fa ancora uno strano effetto. Ci manca tanto il mare, ci torniamo poco ormai»

Suo padre sorride commosso e la osserva, intenta a intrecciare gli steli delle due margherite più grandi. La vita le ha insegnato che i legami sono dissolubili, eppure gli esseri viventi fanno di tutto per renderli eterni; aveva visto due tronchi fondersi in uno unico, una volta, e quell’immagine le aveva ricordato i suoi genitori. Così Aurora immagina i fiori che li rappresentano e, in questo posto sospeso, ha finalmente il potere di ripristinare la loro unione.

Entrambi sanno di non potersi toccare, pur non avendoci mai provato. L’uomo le si posiziona di fronte; le carezza il volto senza sfiorarla e le chiede:

«Ti sei mai chiesta dove siamo? E perché ci è concesso questo appuntamento?». I suoi occhi di ghiaccio le penetrano l’anima; fa più male guardarli o rischiare di dimenticarli?

«Non lo so, papà…». Le si rigano le guance di lacrime, che sia un sogno o un viaggio ultracorporeo non è importante per lei. «A me basta vederti».

Il silenzio tra loro è sempre stato più loquace delle parole. Dunque, in stasi dentro una fotografia impossibile da scattare ma necessaria da vivere, rimangono in quella posizione fino a che lui riprende il discorso:

«Questo luogo lo hai creato tu. Lo tieni protetto, nascosto dentro di te, dove non può essere intaccato dall’esterno», fa un passo indietro. «Devo andare. Se avrai paura, ricordati di contare… non sarò mai troppo lontano da te».

Aurora annuisce, rincuorata da quella promessa. Non può essere già arrivato il momento di salutarsi; prova a prendergli la mano per trattenerlo un altro po’, poi decide di fidarsi di lui e lo lascia andare.

«Aurora, conta ancora le margherite!». Le ripete infine, un attimo prima che lei si svegli.

Aurora si alza, cammina lentamente verso il bagno e si sciacqua il viso ripetutamente, facendo scorrere le gocce dal naso al mento. Ripristina il velo d’acqua all’altezza degli occhi più volte, fino a sentirsi presente nella realtà. Si dirige in cucina e avvia la macchina per il caffè: si è dimenticata di acquistare le cialde. In questa corsa frenetica contro il tempo sente ancora le gambe intorpidite, come se quell’estate non si fosse mai conclusa.

Torna in camera da letto e indossa rapidamente i jeans e la maglietta bianca, lanciati la sera prima sul servomuto inerme. Ha bisogno di quel fottuto caffè per non trasformare in rabbia il dolore di un sogno interrotto.

«Mi tocca andare al negozio all’angolo. Un’altra giornata di corsa… che vita di merda»

Esce di casa e, arrivata a metà della rampa di scale che la riporterà nel mondo esterno, si accorge di aver dimenticato il telefono. Frastornata da un risveglio già troppo denso, si forza a rallentare il passo e salire un gradino alla volta regolando il respiro. Tarderà a lavoro – un’altra volta – ma d’altronde suo padre le avrebbe detto di andarci piano.

Rientrata nell’abitazione, si dirige immediatamente verso il comodino alla sinistra del letto; il cellulare l’attende ancora dormiente, così come l’intera stanza oscurata dalle serrande. Le apre, avviando il lento meccanismo di risalita e, una volta svelato il balcone, i suoi occhi si soffermano sul vaso saldamente ancorato alla ringhiera. Da quanto tempo non annaffia le sue margherite? Eppure, sembrano star bene. Resilienti e fiduciose: prima o poi tornerà l’acqua a rinvigorirle. Ringrazia la sua dimenticanza, che le ha permesso di trovarsi lì a prendersi cura di loro; recupera la sua borraccia e bagna il terreno in cui sono radicate, inaridito dal caldo ma ancora nutriente.

Il telefono squilla, è suo fratello Luca. Strano, non si sentono da qualche settimana. Per la verità non si parlano più molto spesso, quando non è strettamente necessario.

«Luca, ciao… è tutto a posto?», gli chiede.

«Ciao Auri, scusa il disturbo. Senti, per caso riesci a entrare dopo a lavoro? Andiamo a fare colazione insieme?» risponde lui, con tono amorevole. «È tutto okay, ho sognato papà».

«Va bene dai, tanto ormai sono in ritardo. Dammi dieci minuti, faccio una cosa e arrivo. Ci vediamo al solito posto»

Chiude la chiamata e rimane all’aria aperta ancora per qualche secondo; i pensieri turbinano in testa, ma preferisce arrendersi al surrealismo di questa giornata. Prima di iniziarla ufficialmente, però, deve compiere un’ultima azione. Torna a guardare il vaso e si sofferma su ogni fiore; li conta uno per volta, tramutandoli mentalmente nei volti dei componenti della sua famiglia:

«Uno, due, tre, quattro, cinque e sei». Chiude gli occhi, sperando di poter stabilire una comunicazione con il luogo dei suoi sogni. «Ci siamo tutti, papà. Le margherite sono salve!».

Mattia Macrì

Creativo. Cantautore. Storyteller. Neurodivergente. Scrivere fa parte di me sin dall’infanzia, in forma di prosa o in forma di canzone. Credo fortemente nella definizione di un grande conoscitore della mente: “Le parole erano originariamente incantesimi, e la parola ha conservato ancora oggi molto del suo antico potere magico” (S. Freud). Amo la grafica, il video-editing, la fotografia e qualsiasi tipologia di performance artistica. Il motivo per il quale scelsi di studiare Chimica Industriale spesso ancora mi sfugge.

Loading
svg
Navigazione Rapida
  • 01

    Aurora, conta ancora le margherite!