Alla festa furiosa dei Mano Negra, 35 anni dopo King of Bongo

Il 1° Aprile 1991 usciva nei negozi King Of Bongo, il terzo disco dei Mano Negra, band francese amata da un pubblico senza confini. A 35 anni di distanza, le registrazioni confermano l'apice creativo e il successo di un suono globale, testimone in diretta del cambiamento dei tempi
1 Aprile 2026

«Siamo stati sul punto di scioglierci centinaia di volte. Questa è la nostra arma, la nostra ancora di salvezza. Se qualcosa non va come vogliamo, se qualcuno ci impone qualcosa o ci dice che dobbiamo lavorare in un certo modo, gli diciamo: bene, fate pure, ma non contate su di noi perché ci siamo già sciolti». È la voce di Oscar Tramor a risuonare davanti al microfono dell’intervistatore, sicura e paziente, come quella di chi ha compreso da tempo come sia utile pesare ogni parola per non essere fraintesi.

Oscar Tramor è un vecchio soprannome che José Manuel Arturo Tomás Chao Ortega si porta dietro dai primi anni ’80, passati a girovagare per i suburbi parigini. Ma nel 1991 ormai tutti lo conoscono come Manu Chao, leader dei Mano Negra, una band che ha preso il suo nome direttamente dal leggendario gruppo anarchico che a fine ‘800 combatteva i latifondisti nelle campagne andaluse. Divertente, perché anche a Torino l’ensemble di musicisti francesi finirà col diventare leggenda.

È il 1991. Luglio. Il caldo inizia a farsi sentire in città. Il compito di animare la voglia di spensieratezza tipica della stagione è affidato alla rassegna Sere d’Estate organizzata da Good Music. In cartellone fra i nomi che spiccano ci sono i The Pogues e Mia Martini, ma anche i Mano Negra. Il gruppo ha scelto Torino fra le poche date italiane dedicate alla promozione di King Of Bongo, il terzo album ancora fresco di stampa. A dir la verità, gli otto musicisti sono in tour senza sosta da circa due anni. La popolarità li ha costretti molto spesso a suonare nella stessa giornata anche due volte in un club per soddisfare le attenzioni dei tanti accorsi a vederli: a l’Elysse Montmartre di Parigi hanno dovuto mettere in fila tre date, una dietro l’altra, per la tanta richiesta. Il successo dei primi due album, supportato dall’energia live, ha fatto sì che la band prendesse il volo da subito valicando i confini francesi. Il suono dei Mano Negra è infatti un mix originale di vari generi mescolati a piacere e ha in sé il potenziale per superare ogni frontiera e conquistare il mondo intero: «more rock / more reggae / more punk / more boogie / more fun / more booze», canta Manu Chao in Ferious Fiesta.

Con l’uscita del secondo album, Puta’s fever, le richieste sono iniziate a spuntare dai maggiori festival europei del momento (Roskilde, Pinkpop e Glastonbury) e la crescita di notorietà ha permesso alla band di salpare oltreoceano in direzione del continente americano, con le tappe in Perù ed Ecuador decisive per il saldarsi dei rapporti interni e per aprire gli occhi sulle famose “vene aperte dell’America Latina” – raccontate bene dallo scrittore uruguaiano Eduardo Galeano –. Allo stesso modo, l’intenso mese in giro per gli States di supporto a Iggy Pop ha permesso a tutti di toccare il cielo con un dito.

«Se qualcosa non va come vogliamo; se qualcuno ci impone qualcosa o ci dice che dobbiamo lavorare in un certo modo, gli diciamo: bene, fate pure, ma non contate su di noi»Manu Chao

Luglio, 1991. Torino. Deve essere stata questa stoica filosofia alla base del gruppo a convincere all’ultimo i membri a rifiutare di suonare davanti a migliaia di persone allo Stadio Comunale della città. Le cronache del tempo raccontano di un diniego fatto di vaghi pretesti: 30 mila watt d’amplificazione per suonare o niente! Ma davanti alla strumentazione richiesta e fornita all’ultimo dagli organizzatori, la band si volatilizzò comunque, salvo ricomparire poche ore dopo sul palco del maggiore squat della città, El Paso Occupato di Via Passo Buole, a gridare e saltare per tutta la notte fino alle prime luci dell’alba.

Ancora oggi di quell’illusionistico trucco di sparizione e apparizione della band rimane traccia in un bootleg di facile reperimento di cui una versione titola: Mano Negra & Les Patrons, Dal Vivo Al Passo Occupato, Torino. Un piccolo errore di trascrizione che alimenta ancora oggi il mito.

foto di Masao Nakagami

Dal punto di vista musicale King Of Bongo, uscito il 1° aprile 1991 su etichetta Virgin, non sposta di una sola virgola il suono già collaudato nei primi due album da Manu Chao e compagnia. Punk, rock’n’roll, salsa, reggae, rap e raï algerino sono mescolati con sapienza alchimistica. I Mano Negra sono in pieno tour quando arriva l’ora di incidere quest’album e la scelta dello studio di registrazione ricade su quello di Conny Planck a Wolperath, vicino Colonia: in piena Foresta Nera, d’inverno, fra la fine del 1990 e l’inizio del 1991.

La registrazione è fatta per lo più in diretta sfruttando le jam del gruppo e le molte strutture analogiche presenti nelle sale che negli anni ’70 hanno ospitato veri artisti di culto come Kraftwerk o NEU!. La produzione è affidata alla band che forse non partorisce l’album più originale del mondo, ma fra le 14 tracce esplosive una in particolare, la title track King Of Bongo, ricoprirà un ruolo di primaria importanza.

Lo scheletro della traccia è sostenuto da un ritmo pulsante e ipnotico – ispirato al famoso chitarrista Link Wray – e il testo narra le vicende sfortunate di un immaginario Re del Bongo che, trasferitosi in città, si trova a dover affrontare le contraddizioni anche violente della metropoli: una perfetta metafora dell’alienazione urbana che i migranti provano ancora oggi ai margini delle grandi città. Mutato il titolo in Bongo Bong, la canzone troverà poi nuova forma e successo all’interno di Clandestino, primo album solista di Manu Chao del 1999, nel famoso medley con Je ne t’aime plus cantata dalla soave voce di Anouk Khelifa-Pascal, già collaboratrice nei cori alla voce di tutti gli album dei Mano Negra.

Nonostante le tiepide critiche, l’album King Of Bongo si attesterà in Francia come doppio disco d’oro raggiungendo il tetto delle 200 mila copie vendute: non male come risultato, ma non abbastanza per scalfire il successo delle 300 mila copie del più famoso Puta’s Fever.  Anche l’ambizione iniziale di conquista del mercato americano rimarrà incompiuta per la band: la costruzione di un disco con testi scritti in inglese era stata concepita principalmente per questo motivo.

È il 1991, d’altronde. Gli Stati Uniti hanno mostrato ancora una volta il loro volto peggiore sferrando l’operazione Desert Storm tra il 16 e il 17 gennaio, sganciando in diretta tv quasi 90 mila tonnellate di esplosivo sull’Iraq. Un messaggio neanche troppo velato al mondo che da li a qualche mese, il giorno di Santo Stefano, sarà testimone del colpo di coda finale dell’utopia socialista sulla Terra con lo scioglimento ufficiale dell’Unione Sovietica.

In un contesto in cui stanno profondamente cambiando gli equilibri internazionali, però, i membri della band Mano Negra non sembrano avere troppi dubbi su da che parte stare. Per il Cinquecentenario della scoperta dell’America, insieme alla compagnia di teatro di strada Royal Deluxe, la compagnia di danza di Philippe Decouflé e il Teatro delle marionette di Philippe Genty, decidono di organizzare una tournée con scalo nei più grandi porti dell’America del Sud denominato Cargo 92: non una celebrazione dello sbarco di Cristoforo Colombo nel continente, ma un incontro artistico e uno scambio culturale con le sue popolazioni.

Il 6 marzo 1992, dal porto di Nantes una nave cargo acquistata mesi prima dalla compagine e ribattezzata Melquiades, come il misterioso gitano protagonista del libro Cent’anni di Solitudine, salperà per raggiungere il porto di Caracas dopo 80 giorni di navigazione, permettendo al collettivo di artisti di mettere in scena uno spettacolo ambulante, fatto di musica, marionette, balli, lanciafiamme e scene di guerra teatralmente riprodotte, dal Venezuela all’Argentina passando per Cuba e Messico.

Quattro mesi di viaggio con più di ottanta persone coinvolte negli allestimenti, tra notti insonne, continui problemi e spostamenti, si trasformarono presto in una situazione esplosiva che culminò in momenti magici come il concerto della prima tappa di Caracas, davanti a 120 mila persone presenti in Plaza Simon Bolivar per il concerto della band in città; l’incontro con lo scrittore premio Nobel Gabriel Garcia Marquez, ispiratore dell’avventura sudamericana; oppure il duetto con Jello Biafra sul palco del Forum Global, organizzato in parallelo al Summit della Terra di Rio de Janeiro coverizzando Too Drunk Too Fuck dei Dead Kennedys.

Ma accanto a tutti questi, non mancarono anche episodi che incrinarono definitivamente la storia dei Mano Negra, come a Buenos Aires, scalo conclusivo di Cargo 92, quando alle sollecitazioni del conduttore televisivo Mario Pergolini del programma La TV Ataca, il tastierista della band Thomas Darnal, agitato e su di giri, si alzò di scatto andando a sbattere contro un cameraman gridando: «la TV è una merda, non avete altro da fare che guardare la TV?».

La parabola del gruppo, da quel momento, inizierà la sua discesa: la formazione originale, sul palco e in viaggio per il mondo, non sarà mai più la stessa.