A working class hero: come il brano di John Lennon ci riguarda ancora oggi

Nel cuore dell'Italia contemporanea e nel mese della Festa dei lavoratori, il lavoro non è più solo sostentamento o rivalsa, ma è anche crisi, identità e fatica. Working Class Hero va oltre l'eco degli anni Settanta e diventa un brano più attuale che mai, in un periodo storico fatto di sofferenza psicologica, precariato e fallimento di uno Stato
5 Maggio 2026

Precariato, contratti brevi e stipendi da fame, una nota serie TV direbbe così: «questa è l’Italia del futuro, un paese di musichette mentre fuori c’è la morte». E ancora oggi, dopo aver festeggiato l’ennesimo 1° maggio, non possiamo non ricordare Working Class Hero, il brano in cui John Lennon ha dato voce a un’intera comunità di lavoratori, non solo per sfatare il mito del self-made man proveniente dalla cultura americana, ma anche per precisare chi è il vero working class hero.

Vero, John Lennon può effettivamente rappresentare lo stereotipo del self-made man: un ragazzo cresciuto nella povertà delle case popolari di Liverpool che, un giorno, è riuscito a sfondare quel soffitto di vetro che separa il proletariato dalla borghesia. Ma il punto è che Lennon non è la regola, è l’eccezione, e il suo brano non parla di lui ma dell’alienazione e della sottomissione imposte dalla società di classe degli anni Settanta che tratta i lavoratori come ingranaggi di quella gigantesca macchina quale è il capitalismo.

Facciamo un salto temporale e geografico e spostiamoci nell’Italia dei giorni nostri. Le parole di Lennon risuonano nella nostra cultura lavorativa che è ancora molto impregnata di valori lontani.

As soon as you’re born
they make you feel small
By giving you no time instead of it all
Till the pain is so big
you feel nothing at all
A working class hero is something to be.

È la cultura del lavoro come identità che ci impedisce di riconoscerci in altro perché, di fatto, il tempo per essere altro non ce l’abbiamo. Le giornate si susseguono tutte uguali: casa, ufficio, casa, ogni tanto una serata con gli amici, il weekend per metterti in pari con il lavoro arretrato e così per tutta la vita. Questa è una routine che col tempo ci anestetizza ed è in questa desensibilizzazione che il nostro corpo inizia a mandarci dei segnali: problemi del sonno, tachicardia, sindrome del colon irritabile e così via, tutti modi che il nostro corpo usa per rimetterci in contatto con noi stessi e avvertirci di un qualcosa che non sta andando per il verso giusto.

They hurt you at home
and they hit you at school
They hate you if your clever and they despise a fool
Till you’re so fucking crazy
you can follow their rules.

È il fallimento di uno Stato che non è più interessato a valorizzare le nuove generazioni: da anni il Bel Paese riscontra una fuga di cervelli che non sono intenzionati a tornare indietro. Il nostro sistema educativo abbraccia un paradosso: sfornare studenti preparatissimi a livello teorico, ma a cui viene impedito di imparare a livello pratico, se non attraverso tirocini non retribuiti che equivalgono al lavorare gratis. Per un giovane che si approccia oggi al mondo del lavoro il paradosso è frustrante, perché molte aziende assumono solo personale con esperienza, ma per fare esperienza c’è bisogno che qualcuno assuma questi giovani e permetta loro di mettersi in gioco. Il risultato è semplice: se non riesco a influenzare l’ambiente attorno a me allora cambio ambiente, e così l’Italia perde tra i 34.000 e i 56.000 giovani l’anno.

There’s room at the top
they are telling you still
But first you must learn
how to smile as you kill
If you want to be like the folks on the hill.

È la menzogna venduta come promessa in un Paese dove gli stipendi non aumentano da trent’anni, mentre il costo della vita aumenta ogni anno. Il personaggio di un grande film del 2003, La meglio gioventù, diceva così: «l’Italia è un paese da distruggere, un posto bello e inutile, e magari ci fosse un’apocalisse, così saremmo tutti costretti a ricostruire».

Oggi in Italia poco è cambiato da quando Lennon cantava questa canzone negli anni Settanta, ma c’è una cosa che può fare la differenza: il potere della collettività. Il riconoscersi a livello identitario in una nicchia o un gruppo aumenta la coesione e la sensazione di potere nei confronti del nostro ambiente. Non si parla di identità lavorativa e quindi di riconoscersi attraverso il proprio lavoro, ma di identità collettiva, ovvero riconoscersi come parte di un gruppo unito contro un problema comune. E questo è il vero working class hero di cui parlava John Lennon: il popolo.