La seconda – e ultima – data italiana di Cameron Picton a.k.a. My New Band Believe, si è svolta il 5 novembre allo Spazio 211 di Torino, con la band inglese impegnata sul palco a mo di quartetto: batteria, contrabbasso e due chitarristi tra cui Cameron Picton (ex Black Midi), di diritto anche alla voce.
La musica dei My New Band Believe è sempre stata caratterizzata da un alternarsi di caos e scarico di tensione, una sorta di continuo climax sonoro, sempre dietro l’angolo. E se nel primo disco della band, uscito ad aprile, questa sensazione risaltava tra le tante, durante il live il suono sembrava esplodere e ritrarsi in sé stesso subito dopo, senza nemmeno lasciare il tempo per rimuginare su quelle pause, su quei picchi sonori così allucinanti.
La band inizia il concerto con un paio di inediti, tra cui la bellissima I’m Not Laughing Right Now procedendo poi con il repertorio classico del freschissimo album d’esordio. I brani, quasi tutti rivisitati e riarrangiati, vibrano dell’intesa impressionante che c’è tra i quattro musicisti, in special modo tra Cameron e il chitarrista Kit Mosley, e si contorcono in virtuosismi barocchi e in momenti di pura festa sonora. In un’oretta e mezza scarsa Cameron e i suoi riescono nell’impresa di far divertire e incantare allo stesso tempo, portando i brani che compongono l’album a un altro livello.
La voce di Cameron brilla in ogni singolo pezzo, potente nei momenti di maggiore intensità, intima e romantica nei passaggi più delicati e fiabeschi. L’ultimo brano Heart Of Darkness si distende per 12 minuti dei quali gli ultimi 4 sono praticamente rumore. I My New Band Believe partendo da un arpeggio oscuro, che sembra segnare la fine del brano, sovrappongono sempre più strati alla trama sonora iniziale, fino a esplodere in un caos di puro noise e follia durante il quale i membri della band si ritrovano a percuotere e a valicare i limiti fisici e sonori del proprio strumento. Un momento spettacolare, che si dipinge di post-rock e che lascia attoniti per l’estremo controllo che la band riesce ad avere sul suo suono e sulle emozioni che può suscitare.
Alla fine del concerto quando chiedo a Cameron di fare l’intervista, mi sorride. Ci spostiamo sul retro del locale, dove secondo lui c’è meno rumore e, coperti da un tendone che ci protegge dalla sempre più persistente pioggia, facciamo una breve chiacchierata che rivela un anima timida ma spiritosa, così dopo un paio di battute iniziamo.

L’album è un continuo alternarsi di tensione e rilascio, di ansia e successiva gioia. La copertina stessa è un disegno di un quadro colorato immerso nelle tenebre del buio. Pensi che l’album abbia più un’atmosfera positiva o negativa?
E’ un album dal pessimo umore! (ride, nda) Perché alterna momenti felici e potenti a momenti cupi e malinconici. Penso che il più delle volte la musica in sé sia piuttosto pesante, abbia una sensazione pesante. Quindi penso che questo album si metta in mezzo a qualsiasi leggerezza, anche se ovviamente c’è molta leggerezza nel disco. Volevo che l’album uscisse a ottobre, novembre. Ma non sono riuscito a finirlo in tempo, l’ho finito così tardi che è uscito ad aprile.
Credo che questo tipo di musica come ogni derivazione del prog e della musica colta abbia delle influenze classiche, barocche, hai qualche ispirazione del genere o da grandi classici del passato?
Non particolarmente, non in termini di musica classica o di qualcosa di così diretto riguardo ai compositori classici o alle persone da cui traevo ispirazione. Ma la grande influenza sul disco è la musica folk inglese dei tardi anni Sessanta e Settanta, come Bert Jansch e John Renbourn. E penso che ci sia una specie di cosa secondaria che sta accadendo, dove molta della musica che suona John Renbourn è… beh, sai, lui ha fatto molta musica folk inglese dei primi del medioevo e l’ha trascritta per chitarra, quindi parte di questo potrebbe venire da lì. Ma in realtà, le influenze dirette sono dagli anni Sessanta e Settanta, e poi anche roba un po’ più vecchia di quella, sempre dagli anni Sessanta, se questo ha senso.
Penso che negli ultimi due anni il focus della scena di windmill sia cambiato dal post-rock, post-punk a generi come il chamber pop o l’avant-folk, come voi, come i Black Country, New Road con “Forever Howlong” come Man/Woman/Chainsaw. Pensi che la scena windmill stia cambiando focus, o è una casualità?
Forse. Anche se penso che il suono della scena di windmill sia, è sempre stata una cosa molto varia. E penso che il punto sia che ogni volta che un certo suono diventa troppo prevalente,allora speri che qualcun altro arrivi e dica “vaffanculo, fa schifo” e provi a fare qualcosa di diverso. Sento che questo non è successo per un po’. Penso che ci siano state alcune ondate diverse; quando i Black Midi sono arrivati c’erano parecchie band un po’ più interessanti. Prima c’erano molte band come i Fat White Family o… non so. Molte band che avevano una certa influenza folk e che erano in giro da molto tempo. Quando avevamo circa 18 anni siamo arrivati dicendo “al diavolo,faremo la nostra roba”, e una cosa del genere dovrebbe succedere di nuovo ora, ma penso che non sia necessariamente così. Quindi vedremo. Sono sicuro che ci siano band in altre parti del paese che… non so, quella band Westside Cowboy…
Ti è piaciuto il loro l’album?
Non ho ascoltato l’album, ma ho parlato con loro e avevano l’atteggiamento pensavo che più persone avrebbero avuto. I Westside Cowboy hanno l’atteggiamento da “vogliamo fare la scena windmill” ma contemporaneamente gli interessa fare le loro cose, la loro musica…
Penso che alcuni dei testi dell’album abbiano atmosfere fiabesche, tipo… libri per bambini.
Sì, sì, esatto.
Hai qualche ispirazione, ispirazione letteraria?
Beh, cerco di usare un linguaggio il più semplice possibile nella scrittura e di fare il massimo possibile con esso. E scrittori che mi piacciono molto… non so, Dennis Cooper, Gary Indiana, Eileen Myles. Persone così sono un movimento letterario americano molto specifico. Quindi Dennis Cooper è stato molto importante per me nella scrittura man mano che crescevo.



















