PISS: il racconto della violenza come cura

Una famosa frase attribuita all'attivista anarchica Emma Goldman recita: «Se non posso ballare, allora non è la mia rivoluzione». I Piss di Vancouver, con il lo album di debutto intriso di noise e radicalità, uscito il 30 ottobre 2026 per la seminale etichetta Sub Pop di Seattle, sembrano gridare a un mondo sempre più alla vigilia del collasso: «Se non posso guarire, allora non è la mia rivoluzione»
3 Novembre 2026

In lontananza, lo schiamazzare allegro di qualche bambino che piano piano si avvicina. Un quadro di innocenza fatto di rincorse, risa e desideri («quando sarò grande vorrò fare l’astronauta…quando sarò grande vorrò fare l’artista») presto tradito dalla risata di un adulto.

Si apre in questo modo You made me / Skin on linen, l’album d’esordio dei Piss, il quartetto hardcore con base a Vancouver, nella Columbia Britannica, che da qualche mese, esattamente dall’esibizione registrata a giugno per la famosa emittente radio KEXP di Seattle, sta facendo molto parlare di se.

I Piss, esistono sulla carta come gruppo da appena due anni, da quando la cantante Taylor Zantingh, decisa a tornare nell’Ontario dopo la delusione di una relazione andata male, si fece convincere dal chitarrista Tyler Paterson, incontrato a una festa, a non partire e rimanere a Vancouver ospite a casa propria. È proprio grazie a questo incontro causale, a un ampio orizzonte di interessi in comune e alla stessa voglia di produrre musica che i Piss esistono oggi.

E il tema delle relazioni è alla base non solo della nascita della band, attorno alla quale è cresciuto esponenzialmente l’interesse nel panorama underground a partire da Three demos, autoprodotto nel febbraio del 2024, ma anche dei sofferti contenuti delle canzoni. «Le fondamenta dei Piss poggiano sulla mia sofferenza» ha dichiarato recentemente in una intervista per la rivista NME la Zantingh, «se la si sottrae, non possiamo più esistere nel modo in cui esistiamo».

Nella prima vera traccia musicale dell’album, I wanted to be a singer, questo sentimento affiora in maniera viscerale, a partire da un semplice arpeggio che si scontra presto con la scarica di un temporale sonoro, attraverso lo spoken word la Zantingh arriva a gridare in faccia al mondo senza mezzi termini:

«Ho passato la vita a cercare di trasformare il mio dolore in qualcosa di utile, ho passato la vita a cercare di trasformare il mio dolore in qualcosa di bello, ho passato la vita a imparare il modo giusto di urlare, affinché la gente mi ascoltasse».

Nessun artificio. Nessuna metafora. Come viene recitato nel pezzo che si dipana per appena 53 secondi.

È l’inizio del viaggio nel trauma legato all’esperienza di violenza sessuale subita da bambina da Taylor Zantingh, pietra cardine di tutte le quindici tracce che compongono You made me / Skin on linen all’interno del quale pietismo o vittimismo non trovano alcuno spazio ma solo cura e testimonianza supportata dagli intensissimi sample audio che si intermezzano ai brani composti dalla band, nei quali, di volta in volta, trovano spazio alcune tra le voci più importanti del femminismo radicale contemporaneo: da Andrea Dworkin a Toni Morrison fino a Manon Garcia e Vikki Reynolds.

Non c’è traccia di citazionismo accademico. Le registrazioni sono pensate come bastioni a sostegno di un percorso terapeutico messo a disposizione dalla band anche per l’ascoltatore più incauto, per il quale potrebbe essere difficile digerire i testi che compongono l’opera.

Andrea I, è un pezzo esemplificativo in questo senso, la voce incessante della femminista radicale Andrea Dworkin offre all’ascoltatore la propria dura visione e condanna della pornografia come forma di umiliazione e violazione, per poi sfociare nella traccia Time loop at hot slit, sostenuta dalla batteria e da un basso distorto figlio della migliore tradizione noise nel quale il tema della Dworkin è ripreso dalle continue urla ansimate al microfono: «women don’t come».

È difficile restare impassibili davanti all’incubo. Nell’audio successivo la filosofa femminista francese Manon Garcia ci riporta la propria riflessione da testimone del processo di Avignone concluso nel dicembre del 2024 contro Dominique Pelicot e gli oltre cinquanta uomini accusati di aver violentato Gisèle Pelicot mentre era drogata dal marito:

«Come possiamo convivere con gli uomini? Certo, si dice spesso “non tutti gli uomini” – ed è vero – ma credo che sia tu che io sappiamo bene che quasi tutte le donne hanno almeno una storia di violenza sessuale da raccontare. Eppure, c’è un enigma di fondo: non è possibile che tutte le nostre amiche abbiano subito violenza e che, al contempo, nessuno dei nostri amici maschi abbia mai commesso una violenza».

Un carico di detriti hardcore punk di soli 42 secondi viene scaricato addosso all’ascoltatore attraverso il pezzo A little girl’s horse betrays her, e dopo non ci si può che sentire atterriti, come se si fosse toccato il fondo. Perché come tocca spiegare dall’autrice post-coloniale Toni Morrison:

«Prima devi passare attraverso il fuoco; devi vivere la caduta fino in fondo, provare un totale disprezzo per te stesso, per poter arrivare a qualcosa come il perdono di sé».

Il riferimento in Toni è agli uomini che hanno commesso qualcosa di veramente terribile, ma è anche il percorso inevitabile dell’ascoltatore.

«Il motivo per cui abbiamo aspettato così tanto a pubblicare il disco è che non so – e non ho mai saputo – per quanto tempo ancora sarò in grado, fisicamente ed emotivamente, di fare tutto questo», ha dichiarato sempre al NME la Zantingh senza nascondere la fragilità del progetto Piss.

L’album You made me / Skin on linen, seppur diretto nel suo suono primordiale che riprende il lavoro già svolto in modo diverso da band come Coughs, Swans o Crass – da loro citati come esempi –, è un’opera che merita tutta l’attenzione e non può essere ascoltato dividendo i due piani, quello strettamente musicale e quello relativo alla storia personale di violenza che attraversa l’inquietudine della cantante Taylor Zantingh. Il quartetto dei Piss sembra aver saputo sfruttare i live degli ultimi anni per saldarsi come band, intrecciando il personale con il collettivo, facendo proprio il tema della violenza non semplicemente innestandolo, ma facendolo crescere all’interno del proprio disordine sonoro, e il risultato finale trasuda realtà oltre che credibilità.

La geninuità del loro intento è apprezzabilie sia attraverso l’apice brutale di un pezzo come There was a door che in una traccia come Blocking a scene you can’t rembember, nella quale la scrittura sembra funzionare grazie alla tecnica narrativa del continuo «cut, again» sostenuto da una base di stampo slowcore.

A dispetto della durata, appena 30 minuti, la portata dell’album è molto ampia, sia per la profondità catartica che attraversa i testi che per il focus dei sample sonori, veri e propri tasselli che si aggiungono come risposte alle diverse domande che attraversao l’ascolto, fra queste: How can you act opposite to this emotion? Gli spunti per una risposta sembrano arrivare, prima attraverso le parole contenute nel sample audio dell’attivista-terapista Vikki Reynolds: «Tutte le nostre sofferenze sono interconnesse, così come lo è la nostra liberazione; i nostri percorsi verso la liberazione sono legati gli uni agli altri» e poi dalle parole del gruppo anarco femminista Rote Zora:

«Perché non ha un effetto deterrente il fatto che un uomo venda delle donne, mentre lo ha il fatto che la sua auto vada a fuoco? Alla base c’è il fatto che la violenza sociale tradizionale viene accettata,mentre rappresaglie di questo tipo spaventano».

Il finale del full lenght è affidato al brano più lungo dell’album I keep trying to change the ending, continuo a provare a cambiare il finale recita il titolo, una dichiarazione di intenti, sostenuta dai versi che accolgono le ferite altrui: «Assicuratevi che sappiano che, ogni notte, riaprivo questa ferita, così che chiunque avesse bisogno di riconoscersi in un altro corpo sapesse esattamente come entrare» e una promessa con la quale la Zantingh ci lascia: «Non sanguinerò per sempre, non sanguinerò».

I Piss stanno viaggiando alla velocità della luce, in un mutare continuo che a oggi potremmo chiamare capacità di crescita, forse appena iniziata, ma che promette sconvolgimenti futuri, non solo a livello musicale. Incrociamo le dita, sperando che non ci rimanga in mano solo la scia di una cometa che passa.