Giradischi, campionatori, tastiere, basso, batteria. Negli sgranati video dei primi anni ’00, gli Avalanches sono in undici sul palco a dare forma al disordine organizzato dei propri dischi, facendo convivere strumenti e registrazioni in uno spettacolo che sembra poter sfuggire di mano da un momento all’altro. La definizione enciclopedica di una figata. Ieri alle OGR, invece, c’erano solo Robbie Chater e Tony Di Blasi: una sintesi piuttosto efficace del declino del C2C.
Un DJ set da battere le mani, per intendersi. Di quelli in cui la partecipazione del pubblico diventa il principale argomento a favore dello spettacolo: si balla, si riconoscono i pezzi, si applaude al momento giusto. La cosa funziona e sembra bastare. Tutto legittimo. Più complicato capire dove si nasconda l’avanguardia.
Il C2C aveva costruito la propria identità su una sottile linea rossa fra pop ed elettronica. La parola avanguardia provava a dare un nome a quello spazio: canzoni che esploravano le possibilità della musica da club, produzioni elettroniche che cercavano un rapporto diverso con la voce e la forma. Il programma proponeva una lettura della musica contemporanea. Oggi il festival non sembra avere alcuna prospettiva, se non quella di confermare il proprio prestigio.

Gli Avalanches erano un esempio perfetto di ciò che poteva accadere lungo quella linea. Anche Aphex Twin lo era stato, con set complessi e artigianali, in cui l’elaborazione del suono era parte essenziale dello spettacolo. Ma la sua esibizione al C2C nel 2018 segnava già uno spostamento: la ricerca che aveva reso quel nome fondamentale passava in secondo piano rispetto alla celebrazione del suo prestigio. È lì che si può fissare l’inizio del declino del festival, quando presentare un artista capace di cambiare la musica comincia a sembrare sufficiente, a prescindere da ciò che propone sul palco.
Da quel momento, la selezione diventa una conferma reciproca: gli artisti sono d’avanguardia perché suonano al C2C; il C2C è d’avanguardia perché invita questi artisti. Un sistema comodissimo, alimentato da un ormai fastidioso riciclo dei soliti nomi.
Che il palco possa ancora mettere in discussione queste gerarchie lo ha dimostrato Shygirl, che ha sorretto l’intera serata. Non c’era alcuna posa: la libertà e la spensieratezza con cui abitava i pezzi arrivavano al pubblico senza bisogno di istruzioni. Il piacere di essere lì e fare quella musica bastava a creare un’intesa. Accompagnata dalla sua band, ha presentato anche brani dell’atteso Swallow!, in uscita il 6 novembre, dando al concerto il senso di un percorso ancora aperto: la sua elettronica si muove verso una scrittura più melodica e romantica, allargando le possibilità di una musica che nel club ha trovato il proprio punto di partenza. Un’esibizione che ha mostrato quanto il festival abbia da guadagnare dai percorsi in evoluzione.

È riuscita persino a smuovere un pubblico a cui, di fatto, non è stato concesso nemmeno di bere. Le code per il bar attraversavano letteralmente le OGR da un lato all’altro: ordinare qualcosa significava scegliere quale parte della serata sacrificare nell’attesa. Anche questo dovrebbe rientrare nel discorso su un festival: la cura del programma conta, ma conta pure mettere chi compra un biglietto nelle condizioni di godersi la serata. Alle proteste del pubblico, il festival ha risposto cancellando i commenti su Instagram. Tutto risolto.
Viene naturale chiedersi quale idea di musica guidi le scelte del C2C e come si traduca in ciò che accade sul palco e nel rapporto con il pubblico. Quella sottile linea rossa fra pop ed elettronica aveva senso perché veniva cercata, attraversata, spostata, messa costantemente in discussione. Oggi che cosa vuole proporre il festival, oltre alla certezza di essere il Club To Club?
Chi sopravviverà a sette ore di Theo Parrish vedrà.



























