Oltre il silenzio: FUDGE e la magnifica reinvenzione di Michael Kiwanuka

Con il nuovo disco, Michael Kiwanuka abbandona ogni comfort zone per firmare un lavoro che condensa anni di ricerca stilistica in una manciata di brani intensi e magnetici. Un viaggio sonoro ipnotico e coraggioso, che proietta la tradizione del soul verso il futuro
25 Ottobre 2026

Uscito venerdì 23 ottobre, FUDGE segna il ritorno di Michael Kiwanuka, a due anni dal precedente Small Changes. Il cantautore britannico dimostra ancora una volta di essere uno dei più raffinati interpreti del soul contemporaneo, confermando la qualità della sua scrittura e la sua cifra più riconoscibile: un’idea di composizione modernissima che però affonda le radici nel magma ribollente della musica black degli anni Sessanta e Settanta. Ma andiamo con ordine.

A luglio 2025, l’ascesa di Michael Kiwanuka sembrava essere praticamente inarrestabile. Il suo ultimo lavoro era stato acclamato dalla critica specializzata e allo stesso modo apprezzato dal pubblico, tenuto a bada nella classifica inglese solo dal GNX di Kendrick Lamar. In contemporanea con la produzione di Small Changes, l’artista inglese aveva scritto un’altra manciata di brani, sui quali stava lavorando alacremente per dar vita al suo quinto progetto, la cui uscita era prevista per l’autunno successivo. 

Impegnato, fin dalla metà del 2024, in un tour da headliner allo stesso tempo di grande successo e massacrante, quello di Kiwanuka era uno dei nomi più attesi all’All Together Now Festival di Portlaw, in Irlanda, dove avrebbe dovuto esibirsi il 3 agosto. Purtroppo, però, su quel palco non salirà mai.

Il 28 luglio appare infatti un laconico post sul suo account Instagram, che annuncia una pausa forzata per motivi di salute. I dettagli sarebbero arrivati più di un anno dopo, quando un altro post, datato 23 settembre 2026, spiegherà l’accaduto: «Alcuni mesi fa sono stato colpito da un ictus, causato da uno sbalzo di pressione. Quello per la guarigione sarà un percorso lungo, ed è per questo che sono stato costretto ad annullare alcune date, ma non vedo l’ora di rivedervi tutti». 

Come raccontato in occasione di una recente intervista con Jason Okundaye del Guardian, Kiwanuka è stato sottoposto a un intervento chirurgico d’urgenza, per poi rimanere per mesi in terapia intensiva. Una volta in grado di respirare autonomamente, ha lasciato il reparto e ha trascorso cinque mesi in ospedale, per poi trasferirsi in un centro di riabilitazione nell’Hampshire. Non è ancora tornato a casa, e non ci sono certezze per quel che riguarda la sua totale ripresa: l’unica certezza sono quelle canzoni rimaste chiuse nel cassetto per tanto tempo, che oggi possiamo finalmente apprezzare nella loro forma finita.

FUDGE, più che un ritorno, vuole rappresentare un taglio netto con il passato, necessario per cambiare drasticamente approccio. Si tratta infatti del primo lavoro autoprodotto da Michael Kiwanuka, che abbandona la sicurezza della sua lunga collaborazione  con Inflo e Danger Mouse per spiccare finalmente il volo in solitaria. O quasi: al suo fianco, infatti, Kiwanuka ha voluto l’ingegnere del suono Dom Monks e i membri della sua live band con i quali, nel corso del 2024, si è chiuso nel suo piccolo studio di registrazione di Southampton, The Dreamers, per lavorare a spizzichi e bocconi sul nuovo progetto, nelle pause tra una session e l’altra di Small Changes.

È l’estratto di una vecchia intervista alla leggenda del jazz Chick Corea ad aprire FUDGE: «Whatever you think is beautiful, that’s what is beautiful», dice il musicista, come a dare la sua benedizione al nuovo corso di Michael Kiwanuka. I primi due brani, Summer Clothes e California, danno da subito la misura dell’approccio scelto dal cantautore per la produzione dell’album: un suono volutamente sporco ma allo stesso tempo caldo e avvolgente, che ben si sposa con la malinconia ipnotica degli essenziali giri di accordi e con i groove in quattro della batteria, i quali sembrano quasi cadere dal pentagramma per quanto sono suonati indietro sul tempo.

Spetta soprattutto agli archi, arrangiati superbamente dalla storica collaboratrice Rosie Danvers, far ascendere l’armonia verso vette di celestiale bellezza: esemplificativa a questo proposito è la lunga, emozionante coda di Just Another Moment, dove le pennellate di viola e violoncello si intrecciano con la melodia del coro in una danza elegante e vorticosa. Brani come Drowning In Your Heart o Across The Sky mantengono, al contrario, un arrangiamento decisamente più scarno, con protagonista assoluta la voce del bandleader accompagnata dallo strumming preciso dell’acustica. Su Love In My Heart è il suono liquido dei synth l’elemento in grado di far crescere progressivamente la tensione, creando un tappeto sonoro avvolgente attorno alle note del solo di chitarra elettrica, il cui fraseggio impregnato di blues è centrale anche nella delicata ballad Stars.

FUDGE si chiude con la suadente Swings And Roundabouts, dove si può apprezzare una certa influenza beatlesiana nel modo in cui la melodia del cantato sembra rimanere sospesa sull’ultimo accordo del ritornello, anche se il vero gioiellino del disco è, almeno per chi scrive, Steve’s Paradise. Un lungo brano di oltre sei minuti, completamente al di fuori delle logiche stringenti degli algoritmi, che dopo un’introduzione strumentale guidata da un arpeggio soffuso prende per mano l’ascoltatore per accompagnarlo verso paesaggi sonori allo stesso tempo lussureggianti e intrisi di pathos, complice il fraseggio del bottleneck ad accarezzare le corde. 

Non sappiamo quando, e se, Michael tornerà a calcare un palco. Ma resta il fatto che FUDGE è un lavoro di una bellezza vibrante: tra le sue pieghe si condensano tutte le stagioni artistiche che hanno segnato il percorso di Kiwanuka fino a qui, aprendo al contempo a un universo di nuove possibilità. Una vertiginosa chiusura del cerchio che, nell’incertezza del domani, brilla, si spera, come il più luminoso dei nuovi inizi.