Naza: il racconto freddo del genocidio

Dopo il Premio speciale della giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, Yuval Abraham e Rachel Szor portano nelle sale il loro straziante documentario. Le interviste anonime – già in parte utilizzate per la redazione di articoli d’inchiesta pubblicati su The Guardian, 972+ Magazine e Local Call – analizzano e spiegano il sistema alla base dell’uccisione di massa dei civili palestinesi, partendo dall’acronimo che dà il nome alla pellicola
9 Ottobre 2026

Qual è il suono di una città che dorme? Le macchine dello scarso traffico notturno, il movimento in qualche appartamento nei giganteschi palazzi di Tel Aviv. Le sirene antiaeree. Sui tetti, col riparo del buio, Yuval Abraham raccoglie ventiquattro testimonianze da soldati dell’esercito israeliano e membri dell’intelligence. Naza: danni collaterali. Stima delle vittime civili di un attacco militare, non importa se uomini, donne o bambini: ognuno vale come un naza. Gran parte delle voci che costituiscono il documentario appartengono a chi agisce lontano dai campi di battaglia.

Qual è il suono del genocidio per chi la combatte da dietro gli schermi? Un telefono che squilla. «Dov’è papà?». Se papà è tornato a casa, allora si prepara l’attacco. È più sicuro, più facile colpire l’obiettivo di notte, mentre dorme con la famiglia. In salotto c’è la televisione accesa, il figlio la sta guardando, qualcuno dall’altra parte ascolta il suono degli ultimi istanti di vita. Silenzio. Tredici naza.

Tutti i palestinesi a Gaza sanno di essere costantemente sotto controllo. Il cellulare è sorvegliato sotto ogni aspetto: il modo in cui viene utilizzato, contatti, telefonate, foto, spostamenti. L’intercettazione dei segnali permette di creare una mappa, mentre l’algoritmo – attraverso l’enorme quantità di dati – stila una lista di possibili target da eliminare. Un margine d’errore del 15% è considerato accettabile. «Bisogna avere fiducia nel sistema». Quanto vale un possibile membro di Hamas di basso livello? Venti naza. E un membro di alto livello? Duecento naza per un obiettivo.

Nel periodo successivo al 7 ottobre, i controlli sugli obiettivi segnalati da Lavender – il sistema di AI utilizzato dall’intelligence israeliana – sono stati pochi o nulli: sull’ondata di sofferenza e rabbia, il popolo israeliano legittima qualsiasi azione. «A Gaza non ci sono innocenti». Cinquecento naza per un obiettivo.

La città di Tel Aviv è silenziosa, solo il suono di qualche televisore acceso sui notiziari e il solito traffico. A Gaza le case bruciano, le madri urlano aiuto per le figlie. Sono immagini che non vedi sullo schermo, ma la tua mente le ricrea involontariamente ascoltando le voci degli intervistati. Sono immagini che puoi sentire. Il suono di un fuoco che brucia una casa non è lo stesso di quello che la riscalda. Uno dei testimoni si arrabbia. «Com’è possibile che tutto possa continuare così?». L’uccisione di massa dei civili, le fosse comuni, i cecchini che sparano a chi corre verso i rifornimenti di cibo. Lo spettro degli orrori nazisti, che credevamo di aver allontanato per sempre, ora è più vicino che mai. Un altro soldato dice che è una specie di videogioco. Chi correva al di fuori della fila per avere da mangiare veniva colpito dai cecchini. Per divertimento. È inaspettato sentire questa parola ricorrere più volte in un documentario del genere. Chi descrive l’omicidio come un gioco, chi prova sensi di colpa per l’euforia e la gratificazione che riceveva da una missione portata a termine.

Il videogioco di Gaza è una mappa estremamente dettagliata, una fabbrica di obiettivi. Il software può dirti quante persone sono rimaste in un determinato edificio. Poco dopo, quell’edificio non c’è più. Non deve restare niente: non devono avere un posto in cui tornare, la popolazione si deve spostare da Nord a Sud.

E chi invece torna? Se supera la linea di confine immaginaria viene ucciso, per la sicurezza dei soldati che hanno occupato l’area. Anche se disarmato e innocuo, anche se è un bambino. Un naza. Il piccolo cadavere abbandonato e sbranato dai cani. Qualcuno, dall’altra parte dello schermo, rimane a guardare. Yuval pronuncia la quantità minima e indispensabile di parole, sempre calibrate, da buon giornalista. A un certo punto lo chiede: «È un genocidio?». La risposta è sì. Intorno a loro resta un silenzio glaciale, ma l’eco delle bombe risuona nella mente del pubblico.

Tel Aviv è sorta dalla sabbia, si dice. Non è così. Dopo tanti racconti, vengono mostrate le immagini delle macerie, i palazzi distrutti, i corpi, un padre chiama un figlio che non risponde. Alla fine, un monito su sfondo nero ci ricorda che l’uccisione di civili a Gaza da parte del governo israeliano è ancora in corso.

Impossibile non uscire dal cinema con un vortice di pensieri, di cui il primo è sicuramente a tutte le vittime di questo conflitto interminabile: di questo genocidio. Il secondo pensiero è a No Other Land – uscito nel 2024 e vincitore dell’Oscar al miglior documentario nel 2025 – in cui gli stessi registi di Naza, insieme a Basel Adra e Hamdan Ballal, documentano la lotta dei palestinesi contro l’occupazione e la distruzione del villaggio di Masafer Yatta da parte dell’IDF.

L’ultima riflessione è sulle parole e sugli scritti di Francesca Albanese, che da tempo denuncia l’apartheid e il genocidio in corso, partendo dai crimini di guerra commessi da Israele, fino al sistema economico che lucra sulla morte. I suoi report in quanto Referente speciale ONU sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 portano alla luce l’intento genocida di Israele, che non si concretizza solo nei bombardamenti, ma anche nella privazione di cibo e medicinali, nelle condizioni igienico-sanitarie estremamente precarie e nella tortura fisica e psicologica. Nel report del 20 ottobre 2025, Albanese dichiara che il genocidio a Gaza è un crimine collettivo, reso possibile dalla legittimazione internazionale di Stati terzi, che forniscono aiuto a Israele sia a livello materiale che diplomatico. Dopo tre anni di violenti massacri Benjamin Netanyahu continua a violare sistematicamente il diritto internazionale.

Se anche i crimini contro l’umanità restano impuniti, cosa rimarrà di questa legge che si credeva superiore? L’impunità dello Stato di Israele ci ha traghettati in un periodo storico in cui tutto è concesso, costituendo un precedente che rischia di essere un punto di non ritorno – come denunciato dalla stessa Albanese – per quanto riguarda la protezione dei civili da parte del diritto internazionale.

Questo documentario estremamente necessario si rivolge a tutti coloro che – anche dopo anni – sono rimasti nell’ignoranza e nella negazione dei crimini israeliani. È un racconto che smuove la coscienza e l’emotività, senza bisogno di ricorrere a musiche di sottofondo o sequenze d’impatto. Naza ci mostra freddamente il volto della guerra nel nuovo millennio, in cui tutto è lecito pur di raggiungere l’obiettivo e ogni risorsa tecnologica viene messa al servizio della distruzione.